Judithe Little.
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LE SORELLE CHANEL.
Parte 2.
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Titolo originale: The Chanel Sisters.
Traduzione di: ILARIA KATERINOV.
2020. TEA, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LE SORELLE CHANEL.
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LE ELEGANTI.
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PARIGI, DEAUVILLE, BIARRITZ 1910-1919.
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CAPITOLO 39.
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Parigi!
Non era una citt. Era una signora, la regina delle Eleganti,
stretta in un abito di filo d'oro scintillante di luci. Gli ampi,
maestosi viali si estendevano come lunghe braccia aggraziate.
Filari di alberi dai rami nodosi stavano di guardia, i suoi difensori.
Le sue strade brillavano di vita, caff, brasserie, carrozze,
automobili, persone, giovani, vecchi, ricchi, poveri.
Non solo persone. Parigini. E adesso ero una di loro.
Volevo vedere tutto ci di cui avevo letto sulle riviste. Il
Moulin Rouge. Il Bois de Boulogne. Le Folies Bergres. Gli Champs-lyses.
Ma Gabrielle, che venne a prendermi alla stazione, disse che
non c'era tempo. Chi avrebbe mai immaginato che cos tante
persone fossero interessate ai miei cappelli? disse. Ho tantissimi
ordini da evadere. Non riesco a star dietro a tutto.
Chiam un taxi che ci port dritte in boulevard Malesherbes
e alla garsonnire di tienne, un appartamento al primo
piano in una stradina silenziosa costeggiata da bei palazzi. Vi
cercai indizi sul funzionamento della mente maschile, studiando
quel misterioso rifugio virile che odorava vagamente di sigaro,
un posto in cui tienne si fermava quand'era a Parigi, un
ritrovo per incontri galanti, un luogo dedicato al piacere.
Ora, invece, era un luogo in cui esporre cappellini da signora.
Decorato con le creazioni femminili e piumate di mia
sorella, il salotto rivestito in pannelli di legno scuro, con i suoi
dipinti a olio a tema equestre e i libri rilegati in pelle, sembrava
pi una riunione di dame di carit uscita un po' dal seminato.
Gabrielle mi mostr il resto del nido d'amore, dove tutto era
moderno e magico. Il riscaldamento era a gas, la luce era elettrica.
C'era un telefono e un impianto idraulico. Girai una manopola
in bagno e voil, acqua pulita. Un orologio d'oro sulla mensola
del caminetto funzionava da solo: era collegato al sistema pneumatico
di Parigi, quindi non c'era bisogno di caricarlo.
Dormirai qui, disse Gabrielle, mostrandomi un letto dall'aria
confortevole in una stanza sul retro, una stanza per la servit,
ma comunque pi bella di qualsiasi altra in cui avessi mai vissuto.
Tu dove dormi? chiesi. Nella stanza di tienne, immagino?
Un sorrisetto malizioso le illumin il viso. Dormo da Boy.
Casa sua  qui vicino.
Ma certo. tienne lo sa?
Lo sa. Ora che qualcun altro mi vuole, si  convinto di amarmi.
Buffo, come vanno queste cose. Ma io e Boy siamo fatti l'uno
per l'altra. Anche tienne se n' accorto.  un gentiluomo. Si
tirer indietro con grazia.
Ma ti lascia usare il suo appartamento, sapendo...?
Non gli serve. E ricorda, non ci siamo mai fatti promesse.
E se mentre ci sono qui io viene con qualche vecchia amante
per provare a dimenticarti? chiesi.
Non lo far. E in Argentina, in visita da quel Lucho Harrington,
a farsi una cultura sulle strategie di polo e sui mille modi
per allevare un cavallo...
Quel Lucho Harrington.
...l'Argentina  il paradiso, per tienne. Non penser a me
o al boulevard Malesherbes.
Sembrava tutto cos lontano, un altro mondo. Provai una
fitta di dolore, ma Gabrielle mi riport nel nostro universo, tirando
fuori un nuovo registro contabile in salotto.
Anno nuovo, registro nuovo, disse. Scrivi il tuo nome qui.
Indic la prima riga e mi porse una penna stilografica.
Scrissi: Mademoiselle Chanel, Antoinette, e poi 1 gennaio
1910, nella mia bella grafia da educanda.
Vendeuse, disse lei, accennando col capo alla pagina.
Antoinette Chanel, vendeuse. Lavorerai su commissione. Il
dieci per cento su ogni vendita. Pi vendi, pi guadagnerai.
Scrissi VENDEUSE accanto al mio nome con un ghirigoro in
pi. Non ero pi solo una commessa. Ero una vendeuse!
A Parigi!
Mi condusse in cucina, o almeno in quella che era stata una cucina.
Nessuno cucinava, l dentro. La stanza traboccava di forbici,
rocchetti di filo, spilli, pinze, boccette di colla e di gommalacca,
e tanti rotoli di spago. C'erano scampoli ovunque, tela,
velluto, mussola e seta. Le piume sembravano piovute dal cielo
come se uno stormo di uccelli esotici avesse sorvolato la stanza.
Che  successo? domandai.
In che senso?
Sembra il laboratorio di uno scienziato pazzo. Un cappellaio
pazzo.
Parve risentita. Non sono pazza. Sto imparando da autodidatta.
C' un limite a quel che si pu fare con semplici cappelli
di paglia comprati ai grandi magazzini. Voglio fare di pi. Ho
delle idee. Devo solo scoprire come trasformare le mie idee in
cappelli.
Capii subito come potevo aiutarla. Le indicai diversi cappelli
in vari stadi di lavorazione. Be', questa tesa ha bisogno di
pi fil di ferro, se vuoi che tenga la forma. E l si vedono ancora
le cuciture.  perch usi il tessuto sbagliato. E in quello laggi
le fettucce non sono tirate a dovere.
Pensavo che avrebbe apprezzato i consigli. Invece era diventata
paonazza.
Cosa ne sai di come si fanno i cappelli? disse.
Che razza di domanda ? Sai bene che ho lavorato in una
modisteria.
A vendere cappelli.
E a farli. E a ripararli. A volte erano i cappelli delle pi celebri
modisterie di Parigi.
Indic il cappello che avevo in testa, con palese disapprovazione.
L'hai fatto tu, quello?
No, l'ho comprato.
Mmm, disse, e non in senso buono. Hai pagato dei soldi
per averlo?
A dire il vero me l'ha comprato Adrienne. Come regalo
d'addio. Ma l'avevo scelto io. Era di velluto nero con candide
penne di airone artisticamente disposte lungo la calotta, e mi
faceva sentire chic e parigina, almeno sino a quel momento.
Sembra che tu ti sia scontrata in un frontale con un piccione.
Inspirai. Ero l per aiutarla e lei mi insultava.
Dovresti togliere almeno cinque di quelle piume, disse.
Starebbe molto meglio con una o due soltanto. L'eccesso 
volgare. La cosa pi importante quando si fa un cappello  assicurarsi
che non sia troppo elaborato, che non distolga l'attenzione
dalla bellezza della donna che lo indossa. Quando pensi di
aver finito, dovresti sempre rimuovere almeno una decorazione.
Nel tuo caso, cinque.
Non avevo intenzione di farmi fare la predica da Gabrielle,
che era palesemente irritata dal fatto che la sua sorellina ne
sapesse pi di lei sulla costruzione di un cappello. Mentre lei
giocava a Royallieu, io avevo imparato l'arte della modisteria.
Presi un altro cappello. Metti un dito qui. Lo senti? Fil
di ferro. Pronto a ferire il cuoio capelluto.della tua potenziale
cliente. Hai bisogno di pi imbottitura. Pi fettucce. E tutte
queste cuciture. La perfezione deve sembrare ottenuta senza
sforzo. La cosa pi importante in un cappello  la costruzione.
Ci guardammo storto, finch lei scoppi a ridere.
Che c' di tanto divertente? chiesi.
Ma ascoltaci. Sembriamo convinte che riusciremmo a far
fallire la Maison Lewis e tutte le altre grandi modisterie
di Parigi. Hai ragione, ho bisogno di aiuto. Di molto aiuto. Andiamo
a prendere qualcosa da mangiare. Sto morendo di fame. Poi,
quando fa buio, prenderemo un taxi e gireremo Parigi, cos potrai
vedere i monumenti illuminati di notte. Oh, Ninette. Sono
cos felice che tu sia qui. Ci metteremo al lavoro domattina presto.
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CAPITOLO 40.
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Ma chi sono le tue clienti? chiesi a Gabrielle un paio di giorni
dopo, mentre sistemavamo i modelli nel salotto di tienne,
spostando i sostegni in legno di rosa chiamati champignons perch
con il cappello sopra somigliavano a funghi dall'aria esotica.
Il boulevard Malesherbes, proseguii dato che lei non rispondeva,
almeno questa parte, non  una strada di mercanti.
Non c' un'insegna che reclamizzi una modisteria. Come fa la
gente a trovarti?
Non c' bisogno di un'insegna, disse Gabrielle, esaminando
un cappello di feltro marrone con un largo nastro in
moir. Alcune clienti sono vecchie amiche di tienne dell'alta
societ. Sono gi state qui, se capisci cosa voglio dire.
Mi guard in modo che lo capissi. Relazioni. Liaisons. Il
motivo per cui si prende una garsonnire.
Passano di qui anche alcune vecchie fiamme di Boy, disse
Gabrielle. Suppongo che vogliano vedere coi loro occhi la
contadinella che tienne si  preso in casa e che Boy gli ha portato
via, la tizia venuta dal nulla da cui milienne d'Alenon si
 fatta fare il cappello per le corse di Longchamp. Scommetto
che si aspettano di vedermi in zoccoli di legno.
Sollev il cappello di feltro marrone da un supporto, lo sostitu
con una cloche blu scuro posizionata su un sostegno pi
alto e si tir indietro per esaminare l'effetto.
Ma ora che sei qui tu, rester dietro le quinte. Non dar
loro la soddisfazione di fissarmi. E poi, Adrienne dice che sei
brava con le clienti.
In quel momento suon il campanello, facendoci trasalire
entrambe. Gabrielle corse in cucina, lasciandomi ad affrontare
da sola le mie prime clienti parigine. Nervosa, mi lisciai la gonna
e mi controllai i capelli allo specchio. Sembravo una paesana,
una plouc di provincia?
Sai cosa fare, mi ricordai mentre aprivo la porta a due signore
molto distinte. Drizzai la schiena, le salutai e le accolsi
nell'ingresso, osservando i costosi abiti e cappelli, i guanti di
camoscio, i cappotti bordati di pelliccia.
In salotto si guardarono intorno. Mi parve strano, finch la
pi alta delle due sbott: Tu sei Coco?
Mi fissavano come fossi un animale allo zoo. Uno scherzo di
natura. Uno spettacolo di qualche tipo.
Sono sua sorella, risposi, e vidi la delusione sui loro bei
visi. Coco  fuori, al momento. Ma posso aiutarvi io. Che genere
di cappello state cercando? Una cloche, magari? O forse
un Pamela?
Sembravano frastornate, come se avessero dimenticato
dov'erano, perch erano venute. Mi sforzai di sorridere; sentivo
il bisogno di proteggere mia sorella da quelle donne. Con
il tono di voce pi dolce e pi fermo che mi riusc, dissi, scandendo
ogni sillaba: Siete venute per un cappello, non  vero?
Dalla cucina sentii uno sbuffo leggero, quasi impercettibile.
Gabrielle origliava da dietro la porta.
Alla fine comprarono dei cappelli. Compravano tutte, quelle
signore che venivano in boulevard Malesherbes. Mi stupii di
constatare che ogni giorno suonava il campanello e arrivavano
nuove curiose, che lusingavo e blandivo, com'ero abituata a fare.
Ma non ce n'era bisogno: le clienti sembravano apprezzare
i cappellini ribelli di mia sorella, adornati con una sola grossa
piuma o con un nastro posizionato alla perfezione. Era la loro
semplicit a renderli audaci? O semplicemente era audace portare
un cappello fatto dalla mantenuta di tienne Balsan, che
nel frattempo era diventata l'amante di Boy Capel, l'affascinante
giocatore di polo inglese?
Forse erano entrambe le cose.
Quando venivano in visita le sue amiche di Royallieu, le attrici
e le demi-mondaines, lei spuntava dal suo nascondiglio in
cucina ed entrava a lunghi passi in salotto. C'erano abbracci,
saluti, risate, allegri scambi di pettegolezzi, l'atmosfera nella
garsonnire cambiava completamente, e Gabrielle non si tratteneva
dall'elargire consigli.
Una volta si lament con Gabrielle Dorziat: Nessuno riuscir
a vederti, sotto quel coso!
Ma come fanno a non vedermi? chiese quella, confusa.
 enorme!
Esattamente! Come avere l'Arc de Triomphe l sulla testa.
 orribile. Oh, tesoro, toglitelo, ti prego. Sei troppo bella per
un cappello del genere. Vuoi essere notata, giusto? Allora devi
essere diversa. Devi distinguerti, non sparire sotto un ammasso
di roba.
Andai a prendere un cappello blu scuro a tesa larga. Gabrielle
l'aveva decorato con una piuma bianca di struzzo lunga quarantacinque
centimetri: era detta amatone per via delle dimensioni.
Ecco, dissi a Gabrielle Dorziat. Prova questo. Il colore, la
forma...  perfetto per te. Quanto basta, ma non troppo.
Le mostrai esattamente come posizionare il cappello in testa
e dove inserire gli spilloni, le sistemai lo chignon, le liberai alcuni
riccioli in posizioni strategiche. Lei si guard allo specchio con
aria compiaciuta, piegando la testa da una parte e dall'altra.
 magnifico, disse.
Sembra fatto apposta per te, convenni.
Mia sorella annu. Favoloso.
Lo adoro, disse Gabrielle Dorziat, ma poi il suo sorriso si
trasform in un broncio. Ma sono sicura che non potr permettermelo.
Nella commedia in cui recito adesso non ci pagano
sino alla fine delle repliche, tra qualche settimana. Riesco a
malapena a comprarmi da mangiare.
Ma certo. E doveva aver speso gi parecchio per l'Arc de
Triomphe. Era buffo: un tempo le avrei invidiato un copricapo
del genere, ma mi stavo gradualmente abituando allo stile
semplice di Gabrielle, iniziavo a notare che il troppo stroppiava,
e pensavo che forse Gabrielle non odiava l'eccesso perch
non poteva averlo, ma perch era davvero troppo. L'eccesso
non donava a nessuno. I soldi non erano garanzia di buon gusto.
Anche se le signore dell'alta societ lo pensavano, e mi sentivo
forte all'idea di sapere qualcosa che loro ignoravano. Avevo
persino permesso a Gabrielle di vestirmi. Indossavamo maglioni
presi dall'armadio di tienne e tagliati a met. Gabrielle
ci aveva cucito nastri e bottoni, e li stringevamo con una cintura.
Non portavamo il busto, non che avessimo qualcosa da
strizzare o tirar su in ogni caso.
Povera Gabrielle Dorziat. Forse avremmo avuto ancora il
cappello Pamela alla fine delle repliche dello spettacolo. Oppure
avremmo potuto fargliene un altro uguale.
 tuo, disse Gabrielle all'amica. Un regalo. Devi averlo.
Guardai mia sorella, scioccata.
Ma sei sicura? chiese Gabrielle Dorziat.
Ma certo! Chrie,  solo un cappello. Qualche pezzo di
feltro. Una piuma.
Solo un cappello? La sola piuma, mi aveva detto con orgoglio,
le era costata ventiquattro franchi al bancone di piume e
fiori del Bon March! E non ricordava quanto tempo c'era voluto
a farlo? Le avevo mostrato come costruire il cappello da
zero, cos avrebbe potuto andare oltre il semplice modello che
vendevano ai grandi magazzini. Come tracciare il cartamodello e
tagliare il tessuto, e cucire il fil di ferro lungo il bordo della tesa
perch tenesse la forma. Come coprire il fil di ferro con la mussola.
Come cucire i vari pezzi l'uno con l'altro creando un sontuoso
intero. La tesa alla fascia, la fascia alla calotta. E quello era
stato solo l'inizio. E il fatto che cambiasse idea in continuazione,
e dovevamo ricominciare da capo! No, no, Ninette, cos non va
bene. Era prepotente anche quando non sapeva cosa faceva. Per
lo strato esterno aveva provato otto diversi tessuti e colori e alla
fine aveva scelto il velluto blu scuro, aveva sperimentato vari
arrangiamenti di nastri e piume per poi selezionare la singola
amatone, che aveva girato di qua e di l finch tutte le piume
erano orientate con l'angolazione giusta.
Avevamo passato ore su quel cappello. Giorni. Era un capolavoro.
E ora lo regalava?
Abbassai lo sguardo e mi finsi impegnata con un altro cappello
perch Gabrielle Dorziat non vedesse la mia rabbia.
Quando se ne fu andata tutta contenta, con il cappello Pamela
ben sistemato in testa, affrontai Gabrielle.
Non puoi regalare i cappelli, le dissi. Questa  un'azienda,
non siamo le dame di carit.
Rise, facendomi arrabbiare ancor di pi. Solo perch non
ha soldi non vuol dire che non meriti un bel cappello. E poi,
non siamo mica in rue de la Paix vicino a Madame Alphonsine.
Non mi dispiace affatto sottrarre denaro alle vecchie amanti di
tienne e di Boy, ma mi mette a disagio chiedere alle mie amiche
di pagare i cappelli, soprattutto dal momento che sono pi
un hobby che altro.
Non  un hobby per me, dissi. Gabrielle Dorziat non 
l'unica a dover mettere insieme il pranzo con la cena.
Rimasi arrabbiata per il resto della giornata. Lei aveva Boy,
tienne. Io avevo solo me stessa. Avevo preso la Recisione sbagliata
lasciando un buon lavoro a Vichy per aiutare Gabrielle
con quello che rischiava di rivelarsi un capriccio passeggero?
Ogni mattina Gabrielle si trascinava sino a Montmartre e
prendeva lezioni di una strana danza chiamata Eurythmics, e
fu in una di quelle occasioni, mentre ero nell'appartamento di
tienne a fare colazione da sola, che presi coscienza di una cosa
che non mi faceva stare bene. Era possibile, pensai, che Gabrielle
considerasse i cappelli un passatempo perch credeva
che il suo futuro fosse la danza? S, doveva essere quello. Sognava
ancora di calcare le scene, sognava gli applausi e le folle
in visibilio che avrebbero dimostrato una volta per tutte a nostro
padre che aveva sbagliato ad abbandonarla.
Quando tornava da tienne dopo la lezione e mi mostrava
alcuni dei movimenti, mi mordevo la lingua. Non volevo che si
risentisse con me, e in ogni caso era improbabile che mi desse
retta. Avrebbe dovuto capire da sola che non era nata per fare
la ballerina. Soprattutto dal momento che nutriva un'evidente
passione per i cappelli. Come faceva a non rendersene conto? Ci
lavoravamo costantemente, senza quasi trovare riposo. Imparava
in fretta ed era cos piena di idee, cos animata dalle possibilit.
Forse non sarei riuscita a farle fare i conti con la realt, ma
c'era qualcosa che potevo fare per la sua disinvoltura con i soldi:
la volta successiva che una signora venne a comprare un cappello,annunciai un prezzo di venti franchi superiore al vero. Ebbi
il terrore di aver bruciato la vendita, aspettai che la signora ridesse
e restituisse il cappello dicendo, con voce carica di condiscendenza:
Mia cara, qui non siamo in rue de la Paix.
Invece non batt ciglio.
Per lei e per tutte le signore della Parigi bene, venti franchi in pi non significavano nulla. Ma per me, e per Gabrielle, che volesse ammetterlo o no, potevano significare il nostro futuro, la nostra stessa sopravvivenza.
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CAPITOLO 41.
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In quelle prime settimane dopo il mio arrivo a Parigi, mentre
lavoravamo sui cappelli, io e Gabrielle cantavamo a squarciagola
le vecchie canzoni del caff concerto di Moulins. La domestica
che puliva l'appartamento ci guardava come fossimo
pazze, e allora cantavamo ancora pi a squarciagola. Nell'ambito
di quelle esibizioni, spesso ci mettevamo in testa scodelle
o pentole per provare nuove possibili fogge per i cappelli. Se
Gabrielle ne approvava una, la usavo come forma intorno alla
quale plasmavo la tela rigida, la inumidivo e poi la fissavo con
uno spago ben stretto finch non si asciugava. I produttori di
forme per cappelli erano recentemente andati in sciopero. Gabrielle
era fortunata ad avere me.
Gabrielle adorava anche parlare di Boy.
Boy dice che l'ozio  un peso per le donne intelligenti, e
per questo  importante che io abbia qualcosa da fare, mi disse
mentre tagliavamo nastri e spazzolavamo piume in salotto.
Non avevo mai sentito mia sorella definirsi intelligente. Di
solito una donna intelligente era considerata una bas-bleu,
un'intellettuale, sciatta, brutta. Pensavo che agli uomini
non piacessero le donne intelligenti.
A Boy piacciono. La cosa pi strana  che mi ascolta, Ninette,
come se pensasse che ho qualcosa da dire.
Avevo sentito dire che era un playboy. Viaggiava molto, per
dirigere la sua societ di spedizioni, e si diceva avesse un'amante
in ogni porto. Ma a Gabrielle piaceva la sfida, o cos sembrava.
Sapevo come ragionava. Quale donna avrebbe voluto stare con
un uomo che nessun'altra voleva?
La prima volta che l'ho visto, continu, ho capito subito.
Ho capito che l'avrei amato e lui avrebbe amato me. Non mi
considera un animaletto da compagnia, come faceva tienne.
A tienne importa solo dei cavalli. Boy, invece,  un intellettuale.
Gli importa di tante cose. Studia matematica, arte, l'induismo.
Crede nel potere della cultura, che grazie a essa si possa
rendere il mondo un posto migliore. E io lo metto in imbarazzo
perch non conosco altro che Decourcelle. Vuole insegnarmi
cose, mostrarmi cose. Mi d libri da leggere, filosofi come
Nietzsche e Voltaire, e poeti come Baudelaire.
Mia sorella non prendeva ordini da nessuno, ma a quanto
pare dava retta a Boy Capel. Boy la stava trasformando in qualcosa
di meglio. L'avevo visto soltanto quella volta all'ippodromo
di Vichy ed ero impaziente di conoscerlo. Quando pass
dalla garsonnire e ne ebbi l'occasione, capii subito: Gabrielle,
che venerava l'eleganza sopra ogni cosa, aveva trovato il suo
omologo maschile. Boy era raffinato, attraente, si vestiva alla
perfezione, aveva buone maniere, gentilezza: un uomo che dava
l'impressione di avere cose importanti da fare ma anche tempo
per ascoltare.
Anch'io volevo diventare qualcosa di meglio. Ma quando
Gabrielle mi prest un libro di Boy su una cosa chiamata massoneria,
non riuscii a leggere pi di mezza pagina. Era talmente
noioso.
Per fortuna avevo Clestine, un'artista che Gabrielle Dorziat
aveva preso sotto la sua ala protettrice e portava con s quando
veniva in boulevard Malesherbes. Clestine aveva conosciuto
Gabrielle Dorziat quando aveva dipinto le scenografie di una
sua commedia. Aveva la mia et e girava con le mani e i vestiti
sporchi di vernice ma in modo affascinante, come se fosse uscita
anche lei da una tela: il ritratto di una fata con occhi marroni
calmi e distanti che le davano un'aria saggia e capelli scuri che si
abboccolavano in perfette spirali. Era alta e allampanata, con
le movenze di un puledro appena nato e ancora incerto sulle
zampe.
Mentre le attrici di Royallieu amiche di mia sorella parlavano
dei ruoli per cui speravano di essere scritturate, o ci davano
parti da interpretare per aiutarle a esercitarsi, Clestine sedeva
alla scrivania di tienne e disegnava graziose vignette con i cappelli
sui loro supporti.
Ma quelli erano gli unici momenti in cui riusciva a stare
seduta.
Antoinette, mi disse in tono accusatorio un giorno, mentre
cucivo la fodera di un cappello. Fai mai qualcos'altro oltre a
lavorare?
Be'... Dovevo ammettere, con imbarazzo, che la risposta
era no. Ero cos indaffarata ad aiutare Gabrielle. Dopo tutto
quello che era successo a Vichy, con Alain, con Adrienne e i genitori
di Maurice, avevo sentito il bisogno di smarrirmi in qualcosa.
Cucire un punto dopo l'altro era terapeutico, era confortante,
teneva la mente troppo occupata per pensare ad altro.
Clestine, che indossava lunghe tuniche scovate ai mercatini
delle pulci, andava orgogliosa di essere nata a Parigi e si
mise in testa di diventare la mia guida, dato che Gabrielle di
solito passava tutto il tempo libero con Boy. Iniziammo a pattinare
al Bois de Boulogne la domenica: prendevamo a noleggio
i pattini per due franchi e scivolavamo sul ghiaccio al ritmo di
un'orchestra, evitando i bambini che cadevano e i giovanotti
che sfrecciavano qua e l con sprezzo del pericolo. Mangiavamo
castagne arrosto al cinema in boulevard des Italiens, anche
se avevamo sentito dire che i film potevano rovinare gli occhi.
Andavamo al circo a Montmartre, ridevamo dei pagliacci,
guardavamo a bocca aperta gli acrobati che facevano piroette
in groppa ai cavalli, incontravamo le sue amiche in piccoli caff
dove uomini d'affari ci offrivano da bere; tutte le ragazze ordinavano
Vermouth Cassis.
Non c'era penuria di potenziali spasimanti. C'erano studenti
tedeschi, molto seriosi. Giocolieri spagnoli, per niente seriosi.
Turisti dall'America, ingenui e candidi, il cui francese ci faceva
morire dal ridere. Artisti che ci chiedevano di posare per
loro; all'inizio dicemmo di s, ma poi io non me la sentii. Un
estraneo che mi guardava cos attentamente, che mi studiava
centimetro per centimetro, mi sembrava una cosa profondamente
intima, da riservare a un marito o un amante.
Clestine rise quando glielo dissi. Non  cos. Gli artisti
guardano le modelle come tu guardi un cappello. Vedono le
parti, il modo in cui i diversi elementi formano l'intero.
Ti piacerebbe sposarti, un giorno? le chiesi, curiosa. Ci pensi mai?
Non sono fatta per mettere la testa a posto, rispose. Voglio
essere un'artista famosa. Voglio viaggiare. Voglio vedere
tutto. E al momento mi piace la vita che faccio. Sono creola,
sai. Il mio bisnonno era un marinaio dell'Africa occidentale.
Conobbe la mia bisnonna in Normandia. Viaggiare  una tradizione di famiglia.
Temevo che fosse cos anche per me. Mio padre, i miei nonni.
Ma desideravo ancora un marito, una casa tutta per me, un
posto in societ che obbligasse tutti a riconoscere la mia esistenza,
la conferma che ero pi di un'orfanella, una derelitta, una figlia indesiderata.
Avrei potuto avere tutte quelle cose con Alain. Non l'alta
societ, ma un passo avanti rispetto a una famiglia di venditori
ambulanti. Ma il negozio di frutta e verdura apparteneva ad
Alain. E io adesso ero a Parigi, un passo pi vicina a trovare un posto che appartenesse a me.
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CAPITOLO 42.
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Ero a Parigi da meno di un mese quando inizi a piovere giorno
e notte. Comme vache qui pisse, comment Gabrielle una
mattina, imitando Ppre, quando rincas da un acquazzone
scuotendosi via l'acqua dal cappotto. Pensavamo che quel tempaccio
avrebbe tenuto lontane le clienti, che ci avrebbe dato
tempo per respirare, per rilassarci, e invece non fu cos.
Le parigine andavano in giro nella pioggia che a volte diventava
neve, a farsi visita l'un l'altra, a fare compere. Come
portare un raggio di sole in una brutta giornata? Con un nuovo
chapeau. E ormai che erano uscite di casa, tanto valeva fare un
salto alla garsonnire di tienne Balsan per dare un'occhiata ai
cappelli di quella Coco, e magari anche a Coco, se si fosse mostrata
in faccia. Le clienti arrivavano con l'orlo della gonna inzuppato,
l'acqua nelle scarpe, i cappelli imbrattati e chini sotto
il peso dell'acqua. Quindi dovevano comprarne altri, e ne ordinavano
due o tre alla volta.
Ma la pioggia si rivel pi che semplice pioggia.
Quel sabato Boy venne alla garsonnire e ci rifer quant'era
alta l'acqua intorno alla gigantesca scultura dello Zouave vicino
al Pont de l'Alma, che veniva usata in via informale come misura
delle piene della Senna quando pioveva. Andai con Clestine
per vederlo con i miei occhi. Si stava radunando una folla sul
ponte accanto al soldato di pietra messo l a protezione della citt.
Quando finalmente riuscii ad arrivare alla ringhiera, guardai
gi e lo vidi: spuntava dall'acqua con un'espressione severa, le
ginocchia sferzate dalle acque insolitamente agitate del fiume.
L'ultima volta che  piovuto cos tanto  arrivata solo ai
piedi dello Zouave. Non l'avevo mai vista pi alta.
I sentieri e le rimesse delle barche lungo il fiume erano sommersi.
Le chiatte, le barche dei lavandai, dei pescatori e dei
toelettatori che lavavano e tosavano i cani lungo le rive del fiume
erano sparite, e al loro posto l'acqua scorreva incontrollata, trasportando
barili di legno, mobili e detriti che andavano a sfracellarsi
sui piloni del ponte, accompagnati dagli strilli degli astanti.
Nei giorni successivi arrivarono altre notizie mentre la Senna
continuava a salire. Le clienti ci dissero che le strade intorno
al fiume si stavano allagando, l'acqua invadeva case e negozi,
schizzava fuori dalle fogne. Alcune Eleganti arricchite passavano
da noi prima delle matine, in ghingheri come al solito nonostante
tutta la pioggia. I teatri che sorgevano a un'altitudine
maggiore, mi spiegarono, erano ancora aperti. Gli inviti a cena
restavano validi.
Quando rue Saint-Honor e rue Royale si allagarono e vennero
chiuse, dopo che la pavimentazione era collassata creando
grandi buche pericolose, le boutique di lusso chiusero e un numero
ancora maggiore di clienti venne da noi, annunciando le
ultime novit come gli strilloni che vendevano i giornali, mentre
l'acqua saliva di ora in ora:
La Senna  arrivata alle cosce dello Zouave.
Il metr  allagato.
Anche l'Htel de Ville e il Grand Palais sono allagati.
Si sono spente le luci sugli Champs-Elyses.
Non c' luce n riscaldamento negli alberghi in rue de
Rivoli.
Maxim's ha chiuso. Si  allagata la cantina.
Mie care, avete saputo?  scappato un orso dallo zoo. 
fuggito a nuoto.
Mon Dieu. Un orso a piede libero.
Il mercoled, il concierge part per la campagna. La femme
de mnage non si present. Nelle chiese si tennero messe speciali.
I parigini andavano a confessarsi nel caso stesse arrivando
la fine, il giudizio universale.
Non avevo tempo per confessarmi. In citt iniziava a scarseggiare
il carbone, ma grazie a Boy e alla sua azienda di spedizioni
la garsonnire era asciutta e calda. Le signore venivano ancora
a provarsi i cappelli, a spettegolare su chi aveva la casa allagata,
chi avrebbe organizzato il prossimo mercatino di beneficenza
per gli sfollati, in che modo avrebbero mandato le domestiche
a distribuire cibo e coperte a chi si era rifugiato nel Panthon
e a Saint-Sulpice.
Di notte, nei miei sogni piovevano nastri, spilli, forbici e
feltro. Io ero lo Zouave, immersa in un mare di cappelli sino
alle caviglie, alle ginocchia, alle cosce.
Gioved, la Senna arrivava alle spalle dello Zouave.
Venerd gli arrivava al collo, e in tutta la citt and via la luce.
La Ville Lumire era al buio.
Quando sentimmo dire, quel pomeriggio, che il Louvre era
allagato, Clestine si disper.
Devo andare, disse con voce concitata. Forse posso rendermi
utile in qualche modo. Immaginate tutti quei quadri e
quelle statue, sott'acqua! La Gioconda, la Venere di Milo, la
Grande odalisca... portate via dalla corrente. Nel tempo libero
Clestine passava ore al Louvre a copiare le opere dei grandi maestri.
Poi vendeva i disegni ai turisti in strada, per pochi franchi.
Andammo insieme, arrancando sotto la pioggia e nell'acqua
alta, nel gelo. Avvicinandoci al fiume vedemmo barche piene di
sfollati provenienti dai diversi quartieri, le strade trasformate
in canali, qualche intraprendente che offriva passaggi in barca
come un gondoliere a Venezia. In alcune strade allagate dovemmo
camminare come gli altri sulle sedie dei caff allineate
a formare passerelle. Altrove si doveva avanzare come acrobati
sulla corda, sulle passerelle costruite con sottili assi di legno.
Era tutto molto precario. Cercavo di non guardare in basso.
Bastava un passo falso e sarei caduta nell'acqua gelida.
Attraversammo rue de Rivoli e ci trovammo davanti il Louvre,
quel nobile palazzo, ma sul lato del fiume la polizia aveva chiuso il
transito. Vedemmo uomini sudati, nonostante il freddo di gennaio,
impegnati a spalare montagne di sabbia e riempire piccoli
sacchi pi in fretta possibile. Altri prendevano i sacchi e li ammucchiavano
sul lungofiume, dove gli argini minacciavano di cedere,
o mescolavano cemento per riempire gli spazi vuoti. Legname
raccolto dal fiume e pietre divelte dal selciato venivano disposte
come ulteriori fortificazioni. L'acqua era entrata nelle fondamenta
del Louvre, disse qualcuno, e stavano facendo il possibile per
impedire che salisse ancora. Dentro, disse qualcun altro, i dipendenti
del museo stavano spostando le opere d'arte ai piani alti.
Clestine sembr soddisfatta. Il Louvre era in buone mani, i
suoi tesori erano al sicuro.
E anche noi, finalmente. Il sabato successivo, dopo una settimana
che sembrava durata un mese, il sole spunt tra le nubi.
L'acqua fangosa della Senna inizi a rientrare negli argini come
un serpente torna nella sua tana. Le luci si riaccesero e gli orologi
ricominciarono a funzionare.
La crue de la Seine, la terribile inondazione, era finita.
Durante l'alluvione, Gabrielle aveva continuato a frequentare
ogni mattina il suo corso di Eurythmics. Montmartre, che sorgeva
su un colle, era rimasta all'asciutto. Nella garsonnire, le piaceva
ancora mostrarmi alcuni dei movimenti che aveva imparato.
Mi giravo dall'altra parte, brontolavo. Parigi era allagata. Il
fiume l'aveva quasi distrutta. Eppure le clienti venivano a comprare
i suoi graziosi cappellini. E lei era ancora concentrata sulla
danza.
Quando avanzai l'idea di aprire una vera boutique, un negozio
in un quartiere commerciale, su una strada alla moda,
Gabrielle sbott in una risatina. Una boutique? Ninette, sei ancora
cos ingenua. Io sono solo la curiosit du jour. Le signore del
monde e del demi-monde perderanno presto interesse per me.
Scossi la testa. Non ero io a essere ingenua.
...
.
...
CAPITOLO 43.
...
.
...
Oh, la puzza! Di muffa e di stantio, di umidit malsana. Mucchi
di roba marcia sui marciapiedi, residui di altrettante vite
umane. Materassi fradici. Tappeti putridi. Abiti ammuffiti, fotografie,
libri e carte ridotti a una poltiglia gocciolante. Il fiume
aveva travolto ogni cosa sul suo cammino, rimescolando tutto
in una fetida zuppa di letame, fango, detriti e liquami. Aveva
inondato i quartieri bassi della citt, sfondando, distruggendo,
lasciando il segno, e poi se n'era andato pian piano. Finalmente
la Senna era tornata negli argini, ma il diluvio di acqua si era
trasformato in un profluvio di odori che mi restavano in petto
e mi facevano tossire, tanto che mi ammalai e restai a letto per
una settimana, con Gabrielle che mi rimproverava per essermi
avventurata fuori sotto la pioggia e l'acqua alta con Clestine.
Ci vollero mesi per pulire tutto, gente che spalava via il limo,
stracci, spazzole, calce viva spruzzata su ogni cosa, strade
da riparare e palazzi da puntellare. Poi arrivarono i primi segni
della primavera. I cattivi odori si attenuarono e i fiori spuntarono
sui rami dei castagni lungo i viali e nei parchi dove, con l'aumento
delle temperature, certi giorni suonavano le orchestre.
A maggio ci eravamo dimenticati dell'inondazione della Senna,
della distruzione e della puzza.
Quando, un pomeriggio, alla garsonnire arriv un telegramma
di Adrienne, Gabrielle lo apr all'istante, ed entrambe pensammo
che contenesse la grande notizia: i genitori di Maurice
approvavano il fidanzamento. Ma quando Gabrielle lesse il telegramma
a voce alta, la sua voce assunse un tono preoccupato.
Carissime, Julia-Berthe  malata. La portiamo all'ospedale
a Parigi. La Maison Municipale de Sant in rue du Fau-
hourg Saint-Denis. Arriviamo domani. Pregate per lei.
Mi sentii come sferzata da un vento gelido. Andai a buttarmi
su una sedia, inebetita, mentre il mondo si restringeva a un solo
nome: Julia-Berthe.
Ospedale? dissi. Non sapevamo neppure che fosse malata.
E ora la portavano in un ospedale? E dove la gente va a
morire.
Non fare la contadina, sbott Gabrielle. Parli come
Mmre. Quale Chanel  mai stato in un ospedale che non fosse
una casa di carit? La Maison Municipale de Sant  riservata
alle persone abbienti.  tutta un'altra cosa.
Per tutto quel tempo avevo avuto in mente un'immagine di
Julia-Berthe seduta al mercato con un cestino pieno di cuccioli,in tasca le briciole per gli uccellini, sorridente come sempre.
Adrienne andava spesso a Moulins in visita a Mmre e Ppre
e in quelle occasioni controllava anche come stava Julia-Berthe.
Doveva aver scoperto cos che era malata.
Ma a Julia-Berthe non piacevano i cambiamenti. Non sarebbe
venuta a Parigi se la situazione non fosse stata gravissima.
C'era una chiesa vicino alla garsonnire, l'glise Saint-Augustin,
con la sua imponente cupola grigia. Una statua di Giovanna
d'Arco a cavallo stava a guardia dell'ingresso, la spada
alzata in un gesto di sfida, lo sguardo fiero. Io e Gabrielle le
passammo accanto per salire i gradini della chiesa sotto un fregio
che ritraeva Cristo e i dodici apostoli.
In una cappella laterale accendemmo un cero e ci inginocchiammo.
La prima cosa che feci fu chiedere perdono. Non
ero pi stata in chiesa dai tempi di Moulins. Poi feci appello
alle figure ritratte nei dipinti e sulle vetrate istoriate, alle statue
degli angeli e dei santi, ai martiri e ai vescovi, a chiunque fosse
disposto ad ascoltarmi.
Oh, angelo del cielo, per favore, non prenderti Julia-Berthe.
Quella sera non volevo restare da sola. La presenza di Gabrielle
era rassicurante, un legame con Julia-Berthe, ma vedevo
che avrebbe preferito essere con Boy. Mi capisci, vero, Ninette?
mi disse.
Eravamo adulte, ormai, non bambine in un dormitorio che
potevano contare soltanto l'una sull'altra. Eppure avrei voluto
che restasse con me.
Mi diede una polvere chiamata Veronal che a volte usava
per dormire meglio. Non me ne andr finch non ti sarai
addormentata, annunci, e sedette accanto a me finch la
medicina fece effetto, spegnendomi i pensieri, trascinandomi
nell'oscurit dove non c'erano paure, non c'erano sogni di nostra
madre, fredda e grigia e moribonda su una branda. Solo
il sonno.
L'indomani, all'ospedale, la vista di Julia-Berthe in quel letto,
con la testa rialzata da vari cuscini, mi mozz il fiato. La nostra
splendida sorella, cos florida e piena di vita, si era come
prosciugata; gli zigomi spuntavano affilati sotto la pelle giallastra,
pi spessa e ruvida di come la ricordavo. Le labbra erano
secche e screpolate, i respiri erano rantoli affannosi. Gli occhi,
quando si aprirono per un momento, avevano una luce strana,
delirante. Non ci sembr che potesse vederci. Mi sforzai di restare
composta, nonostante il groppo in gola.
Adrienne ci disse che Julia-Berthe aveva la febbre e perdeva
spesso conoscenza. Tossiva sangue.  cos da anni, spieg
Adrienne. Ma lo nascondeva. Non voleva farlo sapere a nessuno.
Neanche a Maman. Finch qualche settimana fa, al mercato...
Scroll la testa e le si incrin la voce.
Che vuoi dire? Cos' successo? domand Gabrielle.
Ha tossito cos tanto sangue. C'era sangue ovunque, un
unico grande fiotto, cos ha detto Maman. Dopo quel giorno
non... non hanno pi potuto portarla al mercato. La gente aveva
paura di starle vicino. Avevano paura di contagiarsi.
Contagiarsi con cosa? chiesi io.
Con la tisi.
La malattia che aveva ucciso nostra madre.
Mi sentivo come se le mie interiora fossero fatte di vetro e fossero
appena andate in mille pezzi. Povera, povera Julia-Berthe.
Quando l'ho saputo l'ho portata subito da un dottore di
Moulins, spieg Adrienne. Dice che dobbiamo portarla in
un sanatorio. Ce ne ha raccomandato uno in Svizzera. Maurice
si  gentilmente offerto di pagare. Ma Julia-Berthe si  rifiutata
di andarci. Sono riuscita solo a convincerla a venire qui a Parigi,
dove ci sono medici migliori. Ha accettato solo perch sa
che voi due vivete qui.
Ma cosa dice il dottore di qui? domand Gabrielle. Possono
curarla?
Adrienne trattenne un singhiozzo. Ha detto a Maurice......
ha detto a Maurice che  troppo tardi.
Troppo tardi? Guardai Gabrielle, sperando di vedere una
delle sue smorfie di derisione, l'idea che quel dottore non fosse
bravo e dovessimo cercarne un altro. Ma lei rest in silenzio.
Aveva gli occhi chiusi, come se cercasse di prendere atto delle
parole di Adrienne.
No, dissi, scuotendo la testa. No. Ora che  qui con noi
migliorer. Siamo insieme.  questo l'importante. Pensai a
Giovanna d'Arco davanti all'glise Saint-Augustin, la determinazione
sul suo volto. Julia-Berthe sarebbe guarita. Era in un
vero ospedale a Parigi, un vantaggio che a nostra madre non
era toccato.
Le infermiere, impassibili, ci dissero che dovevamo andarcene.
L'orario di visita era finito.
Saremmo tornate la mattina dopo.
Non far differenza, disse un'infermiera. Lei non sa
neppure che siete qui.
Maurice port Adrienne nella garsonnire di un amico in rue
Saussier-Leroy, dove sarebbero rimasti per un paio di giorni,
mentre io e Gabrielle tornammo in boulevard Malesherbes.
Quando qualcuno bussava alla porta non rispondevamo. Stavamo
sedute in sala da pranzo a lavorare sui cappelli in silenzio.
Sembravano cos poco importanti, in quel momento, ma almeno
era qualcosa che potevamo fare, che potevamo sistemare.
Anche Gabrielle stava pensando quello che pensavo io? Se
fosse accaduto il peggio, cosa ne sarebbe stato di Julia-Berthe?
Le suore avrebbero detto che era destinata all'inferno. Era una
fornicatrice. Una peccatrice. E se avevano ragione loro? Gabrielle,
Adrienne, anche loro erano peccatrici. Tutto il mondo
sarebbe andato all'inferno.
Quella sera, quando Gabrielle and da Boy e io cominciai
a prendere il Veronal, mi rintronarono nella testa le parole di
Julia-Berthe della nostra infanzia, di Aubazine: Ci sono i fantasmi,
qui.
Mi misi il cappello e tornai all'ospedale. Non potevo lasciarla
sola con i fantasmi.
Fu facile entrare di nascosto. I corridoi erano bui e deserti,
e anche la sua stanza era silenziosa, a parte il suono dei suoi
respiri affannosi. Mi avvicinai al letto. Aveva gli occhi chiusi; le
scostai i capelli dalla fronte sudata, asciugai il sangue dall'angolo
delle labbra. Cercai di non guardare il sangue sul cuscino.
In silenzio avvicinai una sedia al letto, cercando di scacciare
il senso di impotenza, la disperazione che minacciava di travolgermi.
Julia-Berthe. La mia voce era un sussurro,"il pi lieve di
cui fossi capace. Sono io, Ninette. Sono qui. Non preoccuparti,
non ti abbandono.
Non apr gli occhi, ma emise un suono. Forse cercava di
parlare. Forse dal profondo del suo abisso stava cercando di
dirmi che sapeva che ero l. O forse era un gemito o un lamento.
Ma man mano che continuavo a parlare mi sembr che i respiri
le venissero un po' pi facili.
Non c' bisogno che tu dica niente. Mi conosci, posso parlare
io per entrambe. Ti ricordi che le suore mi rimproveravano
sempre? A bada la lingua, Mademoiselle Chanel. Ora parlo
tutto il giorno con le clienti di Gabrielle. Lei fa cappelli,
Julia-Berthe. Cappellini chic, e l'alta societ viene a comprarli, le
Eleganti del beau monde e del demi-monde. Anche tu verrai
a lavorare con noi, appena potrai. Siamo tutte insieme,
Julia-Berthe, finalmente. Sono cos contenta che tu sia venuta a
Parigi.
Le dissi che i cappelli di Gabrielle si vendevano come il pane,
che non riuscivamo a farne abbastanza per tutte le richieste,
che ci serviva una boutique con pi spazio e pi aiutanti, come
le grandi modisterie di Parigi, con la pubblicit su tutte le riviste.
Quando Julia-Berthe toss le asciugai il sangue con un panno,
poi le parlai ancora delle clienti, dei loro vestiti, dei loro modi.
Le parlai di Boy Capel, dissi che stava trasformando Gabrielle in
qualcosa di meglio, che era bello e ricco e la amava, e le parlai di
Lucho Harrington, di come mi aveva fatto battere il cuore.
Non ho detto a nessuno di Lucho, spiegai. Sei l'unica
persona che lo sa.  il nostro segreto.
Quando esaurii le notizie da riferirle sulla nostra vita, le raccontai
storie tratte dalla Danseuse au couvent come facevo sempre
ad Aubazine, quando mi infilavo nel suo letto al dormitorio.
Mi tolsi il cappello e le scarpe e mi sdraiai sul piccolo letto
d'ospedale accanto a lei. Chiusi gli occhi, sentii il suo calore, la
pelle umida, i respiri poco profondi, sofferti, e la abbracciai.
Continuai a parlare di ballerine e begli aristocratici e amore a
prima vista, per confortarla e per confortare me stessa dai vecchi
ricordi che mi lampeggiavano in testa.
Una morte prematura. Era stata la profezia della zingara,
tanto tempo prima. Ero talmente sicura che si riferisse a nostra
madre. La percepivo, in quel momento, nostra madre: l'ombra
della sua presenza, tutti gli spettri del passato, il sacro e l'empio,
l, nella Maison Municipale de Sant, ad aspettare che mi
addormentassi...
Fu allora che si presero Julia-Berthe.
Se n' andata, disse un'infermiera, mentre la luce dalla finestra
inondava la stanza.
Ero frastornata, confusa. Alzai la testa. No,  proprio qui,
dissi, perch la sentivo accanto a me.
Ma la sua pelle era fresca. Non faticava pi a respirare. Non
si muoveva affatto. Sentii salire il panico, ma quando iniziarono
a tirarla via dalle mie braccia mi sembr di sentire una voce - la
sua voce - chiara e limpida in testa, libera e serena.
Non preoccuparti, Ninette.  qualcosa di meglio. Ho trovato
il mio qualcosa di meglio.
Qualche giorno dopo io, Gabrielle e Adrienne, insieme a Boy e
Maurice, seppellimmo Julia-Berthe al Cimetire de La Chapelle
tra i fiori della primavera, appena nati tra la morte e il marcio.
Un muschio color smeraldo copriva le vecchie lapidi come se
fossero in ghingheri per qualche macabra festa.
Decidemmo di non dare subito la notizia a Mmre e a
Ppre. Non volevamo vederli. Li ritenevamo parzialmente
responsabili della morte di Julia-Berthe, per non essersi presi
abbastanza cura di lei, per aver usato lei e le sue forme prosperose
per attirare i clienti al mercato, una vita dura che ora l'aveva
distrutta, com'era successo a nostra madre.
Al termine della cerimonia Adrienne e Maurice partirono
per Vichy. Boy si offr di riportarci alla garsonnire, ma io e
Gabrielle avevamo bisogno di stare da sole. Restammo davanti
alla tomba, a spargere briciole sulla terra appena rivoltata per
attirare gli uccellini che Julia-Berthe amava tanto? Non volevo
lasciarla sola.
 colpa nostra, dissi. L'abbiamo lasciata indietro. Avremmo
dovuto andare a trovarla pi spesso. Forse avremmo visto il
sangue. Forse avremmo notato prima che era malata, in tempo
per rimediare, forse...
Smettila! disse Gabrielle con una forza che mi stup. Alzai
la testa e mi accorsi che i suoi occhi erano pi neri di come
li avessi mai visti, le narici dilatate come quelle di un toro. 
finita. Basta. Non ne parleremo pi.
Di Julia-Berthe? Non poteva intendere quello.
No. Del passato. Del nostro passato. Aubazine. L'orfanotrofio.
Moulins. Non  mai successo, nessuna di quelle cose 
successa.
Gabrielle, sei stanca, sconvolta...
La sua espressione era cos dura che mi spavent. Tutta
quell'oscurit, disse. Non la senti? Ci attira a s notte e giorno.
Vuole affogarci, soffocarci, come ha fatto con nostra madre,
con Julia-Berthe. Non possiamo permetterglielo.
Si sporse in avanti, la faccia a un millimetro dalla mia, la voce
bassa.
Non  stata la tisi a uccidere Julia-Berthe. E stata la maledizione
della nostra nascita. Il nostro passato  un peso. Una
corda intorno al collo. Che dice a noi, dice al mondo, cosa e chi
siamo destinate a essere.
Nei suoi occhi c'era una luce a met tra la follia e il genio.
Tu mi credi pazza, ma non lo sono.  l'unico modo per andare
avanti.  l'unico modo in cui potremo mai essere libere. Stiamo
seppellendo il passato in questa tomba con Julia-Berthe. Lo
stiamo soffocando prima che soffochi noi.
Ma come? Cosa vuol dire?
Vuol dire che scegliamo il nostro passato. Il passato
non ci controlla, siamo noi a controllare lui. Nostra madre
 morta, ma non era impazzita per amore. Nostro padre 
andato in America. Siamo state cresciute da zie di campagna.
Zie benestanti che possedevano terre e cavalli. Erano
severe ma si prendevano cura di noi. C'era sempre da mangiare,
buon cibo sano di campagna in abbondanza. Eravamo
sempre al caldo. Eravamo pulite e avevamo vestiti comodi e
resistenti.
Quelle parole mi sconcertarono. Da quanto tempo immaginava
quelle cose? Era tornata bambina, una bambina resa disperata
dalla solitudine, che inventava storie per sfuggire alla
verit. Ricordavo che gi ad Aubazine aveva mentito sul fatto
che nostro padre fosse in America.
L'orgoglio lo nascondeva, ma il dolore di Gabrielle era reale,
sepolto cos nel profondo che l'unico modo per sopravvivere
era negare la realt. Illudersi.
Io e lei eravamo diverse, ma la capivo.
Promettimelo, Ninette. Dimmi che me lo prometti. Non
parleremo mai del nostro vero passato. A nessuno. Mai.
Guardai di nuovo la tomba di Julia-Berthe, dove si erano
radunati alcuni uccellini che beccavano le briciole. Mi sentivo
sleale, ma Julia-Berthe non c'era pi e Gabrielle era l, e pi di
ogni altra cosa volevo alleviare la sua sofferenza. Avrei fatto ci
che mi chiedeva, ma non avrei dimenticato. Tornai a guardare
Gabrielle e le dissi ci che aveva bisogno di sentire. Te lo prometto.
...
.
...
CAPITOLO 44.
...
.
...
Era crudele a dirsi, ma il mondo andava avanti anche senza
Julia-Berthe. Il sole sorgeva e tramontava come al solito, la
natura appariva indisturbata. Suppongo che fosse il suo ruolo:
spronare chi era rimasto indietro, ricordarci che eravamo
ancora l.
I cappelli erano di nuovo il mio unico conforto, quindi
mi gettai nel lavoro. E anche Gabrielle. Con il mio aiuto fece
esperimenti con nuove forme, cappelli che si curvavano come
una S con la tesa rialzata sul davanti, abbassata al centro e di
nuovo sollevata dietro, un modello difficile da creare. Fece anche
esperimenti, come mai aveva fatto prima, con diversi tipi
di piume e con il loro posizionamento; si limitava sempre a un
singolo tipo di piume per cappello, ma ne variava la quantit.
Nel mezzo di questo processo, mi chiedeva di indossarlo e mi
studiava da tutte le angolazioni per quelle che mi sembravano
ore, mentre costruiva una cascata di piume di struzzo ricurve
o un raggio di sole composto da penne di airone.
No. Cos sono troppe, Ninette. Togline un po'.
Non basta, Ninette. Aggiungine altre.
Sapeva essere irritante. Insopportabile. Ma ne valeva sempre
la pena quando, alla fine, ci buttavamo esauste sulle sedie,
circondate da stoffe, aghi, piume e spilli sparsi ovunque, e ammiravamo
con orgoglio il nostro gioiello, splendente sul suo
trono-champignon. Il cappello nella sua forma definitiva era
una manifestazione delle nostre emozioni, un ordine imposto
al caos interiore.
Per me, vedere un nostro cappello sulla cliente giusta era la
ricompensa pi grande. Era quello a portarlo in vita: la scintilla
nell'occhio della cliente, lo sguardo soddisfatto, il passo pi deciso,
la trasformazione totale dell'umore e dello spirito. Sapere
di poter fare tutto ci per qualcuno mi dava una soddisfazione
immensa, mi faceva sentire utile e potente come mai prima.
Sempre di pi sognavo una vera boutique, con spazio per
lavorare e un magazzino. La vedevo con gli occhi della mente.
Nel retro, Gabrielle avrebbe disegnato i suoi cappelli. Avremmo
avuto un laboratorio con un gruppo di ragazze intente a
cucire e stirare, seguendo le istruzioni di Gabrielle. E io davanti,
a presidiare il salone dove le clienti erano coccolate con
specchi e luci e divanetti comodi e femminili, tutto raffinato,
elegante, riche.
Quell'estate Clestine pass quasi tutto il tempo a Montparnasse
e a volte la accompagnavo al Dome, un caff in cui ora si
incontravano gli artisti squattrinati che prima vivevano a Montmartre.
Nel frattempo Montmartre era diventata troppo costosa:
si era trasformata in una destinazione turistica grazie alla
generazione precedente di artisti, ed era quindi inaccessibile
per quelli pi giovani.
A Montparnasse, invece, gli affitti erano bassi e i ristoranti
costavano poco. Era un quartiere popolare, e nelle serate tiepide
i proprietari dei locali lasciavano sedere la gente fuori senza
chiedere il pagamento della consumazione. Succedeva la stessa
cosa alla Closerie des Lilas nei pressi di boulevard Saint Michel
(il Boul Mich', come lo chiamava Clestine), un altro caf-terrasse
che attirava artisti, pittori e poeti, modelle, muse, vagabondi
e poveracci, all'ombra degli alberi e sotto i graticci di lill.
C'era sempre qualche scena interessante da vedere, qualche
personaggio curioso con cui scambiare due parole. Bohmien, li
chiamavano. Erano di tutte le nazionalit. Capelli lunghi. Abiti
sgualciti. Affettazioni particolari, come la pipa, la barba incolta,
i vestiti strani. Con la mia camicetta e la mia gonna del Bon March,
ero io quella diversa dagli altri. Eppure sentivo di appartenere
a quel posto. L c'era un'aria di tristezza generalizzata, un
desiderio di spiegare l'invisibile, un senso di quieta sofferenza
che, dopo la perdita di Julia-Berthe, mi faceva sentire a casa.
Clestine ci andava per un motivo diverso: per guardare gli
artisti al lavoro. Disegnavano in continuazione, su tovaglioli o
ritagli di carta. Se vendevano un disegno per pochi franchi, li
spendevano subito per bere. Vivevano a credito nei ristoranti e
nei negozi di materiale per artisti. Intorno ai tavolini del caff
discutevano di teoria e di espressione, di colore e di luce. Per
Clestine era una grande scuola.
Tra gli artisti si aggiravano uomini ben vestiti che lanciavano
occhiate critiche sopra le loro spalle.
Chi sono quelli? chiesi a Clestine la prima volta che mi
port l.
I mercanti d'arte, bisbigli. Cercano di comprare tutto il
possibile dagli artisti che secondo loro hanno talento, pagando
il meno possibile. Nel caso poi l'artista diventi famoso.
E qualcuno di questi  diventato famoso?
Non ancora. Ce n' uno di nome Picasso, la gente parla di
lui. I mercanti gli stanno sempre appresso. Va in giro con una
pistola e a volte, quando c' troppa gente radunata intorno a lui,
spara un colpo in aria. Ce n' un altro che si chiama Modigliani.
Lo chiamiamo Modi. Dicono che sia uno da tenere d'occhio.
Tutti tenevano d'occhio Modi, avevo notato: non nel modo
in cui intendeva lei, ma perch dava spettacolo quando beveva
troppo. Era alto e di una bellezza dissoluta, con un'aria vulnerabile
e un carisma che aveva la meglio sulle sue eccentricit.
A volte veniva a sedersi con noi mentre chiacchieravamo e disegnava
furiosamente per ore, ritraendo gli oggetti che erano
sul tavolo, una caraffa, una mano, un pacchetto di sigarette, un
fiore in un vaso, come se cercasse di estrarne l'anima.
Beveva un bicchiere dopo l'altro perch quel giorno aveva
venduto qualche schizzo a uno dei mercanti e aveva soldi in
tasca. Poi si addormentava, a volte con la testa sulla spalla di
Clestine, a volte sulla mia, e noi ci sforzavamo disperatamente
di non muoverci e di non svegliarlo, quel gigante bambino che
sembrava bisognoso di protezione.
Finch non si svegliava, e allora ricominciava a bere, e beveva
troppo, e i locandieri lo cacciavano perch dava fastidio.
C'era un altro uomo che si sedeva spesso con noi, un poeta
che scriveva continuamente su un quaderno, con un nome davvero
poetico: Guillaume Apollinaire.
Non  il suo vero nome, ci spieg una volta Modi con il
suo accento italiano dopo che Guillaume si fu allontanato per
unirsi al tavolo dei suoi amici letterati. Se l' inventato.
Be', dissi io. Se dovessi inventarmi un nome, somiglierebbe
a quello.
Un nome guerriero, il nome di un dio, per proteggere una
persona fragile da tutto ci che era duro e freddo al mondo.
Gabrielle non capiva perch andassimo a Montparnasse. Pensava
che la gente ci avrebbe scambiate per prostitute. Sono
i bassifondi, disse un pomeriggio in boulevard Malesherbes.
Stavo stirando la tesa di un cappello con il vapore per farla
arricciare su un lato, un nuovo modello con cui Gabrielle stava
facendo i suoi esperimenti. Clestine la stava ritraendo di profilo;
portava uno dei suoi grandi cappelli Pamela con una vistosa
amatone di struzzo.
Decrepito. Squallido, prosegu Gabrielle, e mi venne in
mente che forse Montparnasse non le piaceva perch le ricordava
tutte quelle cose che voleva dimenticassimo. Non capisco
perch vogliate andarci. Soprattutto tu, Ninette. Pensavo
che cercassi un marito, non un povero derelitto.
Ma  cos romantico, disse Clestine. L gli artisti sono
poveri perch scelgono di esserlo.
Gabrielle sbuff. Non ha alcun senso. Perch mai qualcuno
sceglierebbe di essere povero?
Perch  puro e nobile, e permette loro di concentrarsi
solo sull'arte, disse Clestine mentre continuava a disegnare.
Non devono rendere conto a nessuno. Hanno qualcosa dentro
di s, Coco, qualcosa che scalpita per venire fuori, l'espressione
di una qualche verit profonda. Non trovano pace finch
non capiscono cos' e come possono mostrarlo al mondo. 
una battaglia grandiosa, epica.
Risi. Come te, Gabrielle, quando fai un cappello. Una battaglia
grandiosa, epica. Non trovi pace, e non lasci in pace me,
finch non  perfetto.
Clestine annu. Vedi? Antoinette capisce. Paul Poiret ha
esordito a Montmartre, sai. E ora  il Re della Moda!
Il re dei costumi, ribatt Gabrielle con un'alzata di spalle.
Della scomodit.
 un artista a modo suo, solo che il suo mezzo di espressione
sono i vestiti, disse Clestine.
Un couturier come artista? L'avevo detto scherzando, ma
era un'idea interessante. Entrambi lavoravano con le mani. Entrambi
prendevano materie prime e le trasformavano in un oggetto
partendo dall'immaginazione.
E si percepiva un'energia speciale in quei caff: una frenesia
mista a euforia. Un desiderio onnipresente, come una pulsazione,
un bisogno prepotente di esprimersi che mi ricordava
Gabrielle, il suo modo di gettarsi nel canto e nel ballo. E nei
cappelli.
Gabrielle somigliava a quelle persone pi di quanto immaginasse.
E io somigliavo ai mercanti, gli intermediari tra l'artista
e il mondo.
Presi tra le mani uno dei cappelli completati e lo porsi a
Gabrielle. Perch questa non dovrebbe essere arte?  un'espressione
dell'anima. Come le pennellate di colore su una tela.
Aspettai che ridesse e dicesse:  solo un cappello, come
faceva di solito. Ma non fu cos. Rest immobile, forse per consentire
a Clestine di proseguire il suo disegno, ma le spunt un
sorrisetto sulle labbra.
...
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...
CAPITOLO 45.
...
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...
Quando Boy consigli a Gabrielle di trasferirsi in una vera
boutique per vendere i cappelli, pensai di aver sentito male.
Boy Capel, il grande armatore, l'esportatore di carbone, la pensava
come me, un'umile vendeuse venuta dalla provincia? Anche
lui capiva che quei cappelli non erano solo un hobby, che
avevano pi fascino di una semplice curiosit du jour.
Non ero ingenua. Avevo ragione.
Penso che tu stia costruendo qualcosa, Coco, disse, appoggiandosi
a uno scaffale per consultare il registro, i capelli
corvini pettinati cos bene con la riga da una parte che si vedevano
i segni lasciati dai denti del pettine. Non devi sprecarlo.
Indossava un blazer monopetto in tweed con i polsini
risvoltati, pantaloni dal taglio perfetto, ampi e ben stirati, una
cravatta dal nodo vistoso. Le punte dei folti baffi neri erano tagliate
in modo da allinearsi con gli angoli della bocca, creando
una piacevole simmetria con le grosse sopracciglia scure. Boy
dava un'impressione di autorit, aveva l'aria di uno che poteva
andare ovunque, in qualsiasi ambiente, e la gente si sarebbe
fatta da parte per lasciarlo passare. Non era impudente ma sicuro
di s con discrezione, e circondato da un alone di mistero,
con quegli occhi verdi che vedevano tutto e non tradivano
i suoi pensieri.
Mi domandai se Gabrielle gli mostrasse mai i suoi passi di
danza. Frequentava ancora religiosamente quel corso. Sicuramente
anche lui capiva, come lo capivo io, che non c'era un futuro
in quell'occupazione.
Penso che tu abbia le doti naturali di una donna d'affari,
disse Boy a Gabrielle. Dovresti riuscire a combinare qualcosa
di buono con questa roba. Soprattutto con Ninette, che ha il
fascino e l'intuito di una venditrice nata.
Gabrielle batt le ciglia. In presenza di Boy, la mia severa sorella
diventava morbida e flessibile: le sue linee rette e i suoi angoli
acuti si piegavano in curve nuove. Lo dici tanto per dire,
ribatt. Intendeva la parte su di lei, quella su di me o entrambe?
Personalmente ero felice di incassare il complimento. Vuoi solo
tenermi occupata, prosegu, giocherellando con una ciocca di
capelli sfuggita allo chignon. Non ti piace vedermi annoiata.
Boy le si avvicin, le prese il mento nella mano e si fece
guardare dritto negli occhi. Sai benissimo, Coco, che non sono
una persona che dice le cose tanto per dire.
Lei non si scompose e non civett. Ricambi il suo sguardo,
e percepii una corrente che passava tra loro. Forse lui la conosceva
meglio di come lei conoscesse se stessa. La prendeva sul
serio - i suoi istinti, la sua visione, la sua intelligenza - e cercava
di insegnarle a fare lo stesso.
Qualche settimana dopo, Gabrielle torn di pessimo umore
dal suo corso di ballo. Secondo l'insegnante non aveva abbastanza
talento per calcare le scene.
Che ne sa, lei? dissi, sulla difensiva, perch volevo proteggere
Gabrielle dal genere di trauma che aveva patito dopo
le audizioni da gommeuse, bench naturalmente l'insegnante
avesse ragione.
Ne sa, rispose Gabrielle, il viso tirato.
Speravo che dicesse qualcosa a proposito di una boutique.
Ormai doveva aver capito che i cappelli erano il suo futuro, no?
E invece continuava ad andare a lezione, a tenersi in forma,
cos diceva.
Povera sorella mia. Com'era scoraggiante riuscire a vedere
la bellezza di qualcosa, percepirla nella propria essenza, ma non
riuscire a ricrearla personalmente. Cerchi di muoverti in un certo
modo, ma la grazia che speravi di avere non c'. Apri la bocca
per cantare, ma la melodia non esce uguale a come suona nella
tua testa.
Capivo quella frustrazione. Anch'io restavo aggrappata ai
miei sogni, per quanto frivoli. Un annuncio di matrimonio sul
giornale. Un posto a sedere in tribuna alle corse. Dopo tutti
quegli anni tra le mura del convento, a volte mi sentivo ancora
un'ombra anzich una persona. Avevo bisogno che qualcuno o
qualcosa mi dimostrasse che valevo di pi.
A settembre Clestine si precipit nella garsonnire per portarci
una notizia. Una bella notizia. Gabrielle Dorziat aveva portato
il disegno di Clestine che ritraeva Gabrielle a un'importante
rivista di teatro, la Comcedia Illustr, per sentire se erano interessati
a comprarlo per il numero successivo. Gli era piaciuta
cos tanto che volevano che Gabrielle in persona posasse per
una fotografia.
Io? disse Gabrielle, e sentii la sorpresa nella sua voce.
S, disse Clestine. Di solito chiedono alle attrici di farsi
fotografare con i cappelli. Ma il mio disegno gli  piaciuto cos
tanto che vogliono proprio te per le foto. Luned prossimo alle
due, Coco, nei loro uffici. Il fotografo ti aspetta l. E mi hanno
detto che vogliono iniziare a usare i miei disegni. Anche se non
usano questo, mi hanno dato un anticipo!
Eravamo entusiaste. Tutti gli anni passati a collezionare riviste,
tutte le ore passate ad ammirare le fotografie,  Gabrielle
stava per finirci dentro!
Ma come devo vestirmi? disse.
Impiegammo giorni a costruire l'ensemble perfetto, abiti
che non distraessero dal cappello ma che gli si intonassero.
Studiammo le fotografie delle attrici sulle riviste. Gabrielle doveva
guardare nell'obiettivo o girarsi di profilo? Doveva avere
un'espressione seria o sorridere?
Il giorno dell'appuntamento, io e Clestine accompagnammo
un'ansiosa Gabrielle in redazione e aspettammo alla reception.
Quando torn da noi sembrava contenta, ma ancora nervosa. E
se nessuna delle foto veniva bene? E se aveva un'aria stupida?
E se ne sceglievano una che non mostrava lei o il cappello nella
luce migliore?
Ma alla fine del mese fu il turno di Gabrielle Dorziat di precipitarsi
a casa di tienne sventolando una copia del numero di
ottobre di Comcedia Illustr, di prossima uscita. Coco, Ninette,
guardate!
Le avevano dato una copia in anteprima, e sfogliammo le
pagine sino a trovare Gabrielle di profilo, con indosso il cappello a tesa larga con la vistosa piuma bianca e una camicetta dal
colletto femminile. Nella fotografia guardava in basso e aveva il
suo caratteristico sorrisetto sulle labbra.
 perfetta, mormorai estasiata. Non era stato soltanto un
sogno, quindi. Sembri una diva del teatro.
Per non lo era. Tutta quella fatica per imparare a ballare e
a cantare. Cercando di diventare famosa. Ora finalmente riceveva
un riconoscimento, ed era grazie ai suoi cappelli.
Boy ha trovato un posto, disse Gabrielle entrando nella
garsonnire una fresca mattina di ottobre e sfilandosi il cappotto.
 in rue Cambon.
Un posto? chiesi. Per cosa?
Per una boutique.
Avrei voluto abbracciarla, o piangere, o entrambe le cose,
ma mi trattenni. Capivo che era stato difficile per lei dirmelo.
Significava rinunciare ufficialmente al palcoscenico. Ma pi ne
parlava, pi mi spiegava che era proprio nel cuore di Parigi, a
pochi passi da rue du Fauburg Saint-Honor e place Vendme,
non lontano da rue de la Paix, dove si trovavano Madame
Alphonsine e i grandi couturiers Paquin, Worth e Doucet, e pi
diventava entusiasta.
Boy stava uscendo dal Ritz dopo pranzo, un giorno della
settimana scorsa, quando l'ha visto, disse.  proprio l davanti.
Provai un profondo sollievo. Avevo sempre temuto di dover
tornare nella piccola, provinciale Vichy, con i suoi brutti
ricordi, perch Gabrielle si era annoiata dei cappelli. Ma una
boutique significava qualcosa di permanente, non solo per me,
ma anche per lei. La abbracciai. Lei rise e ricambi la stretta.
C' cos tanto da fare, dissi, tirandomi indietro. Dobbiamo
preparare un salone, un laboratorio, ordinare i materiali.
Mi girava la testa per la gioia, l'entusiasmo, la paura, il panico,
ma in senso buono.
E le settimane successive furono un vortice di attivit.
Adrienne si trasfer da Vichy con Maurice, che aveva comprato
un grande appartamento al Pare Monceau, un quartiere alla
moda ma discreto, in cui avrebbero potuto vivere pi liberamente
come una coppia. Quando ce ne saremmo andate da casa
di tienne, avrei vissuto l con loro.
Io, Gabrielle e Adrienne andammo da tutte le modiste pi
famose e ci fingemmo clienti per osservare le loro boutique, il
modo in cui erano organizzati i locali, come avremmo potuto
imitarle o fare diversamente.
Il salone di Redfern  cos ingombro di roba. E volgare,
comment Gabrielle.
Non c'erano abbastanza sedie, dissi io. Devi fare in modo
che le clienti si fermino, non vuoi che se ne vadano perch
hanno mal di piedi e non c' posto per sedersi.
Dovreste avere fiori freschi tutti i giorni, disse Adrienne.
Come da Alphonsine.
Loro hanno bisogno dei fiori perch le commesse non si
lavano, disse Gabrielle. Ho sentito l'odore prima di entrare
dalla porta.
Usando il conto corrente che Boy apr per noi a nome Chanel
Modes, facemmo compere nei negozi di antiquariato in rue de
Seine e in rue Bonaparte, dove i mobili erano esposti sui marciapiedi.
Per il salone voglio un arredamento spartano, ma che sembri
costoso, disse Gabrielle.
Ecco, dissi, indicando una coppia di enormi specchi dalla
cornice dorata nell'angolo di uno dei negozi.
E questi, disse Gabrielle, provando ad aprire i cassetti di
una coppia di credenze con il ripiano di marmo nero, perfette
per mostrare gli champignon, i supporti per i cappelli.
Andammo al negozio di tappeti di rue des Saints-Pres.
Trovammo sedie e divanetti alla casa d'aste Hotel Druout. E
anche lampadari. Boy incaric un falegname di realizzare mensole
e tavoli per il laboratorio.
Finalmente, dopo un mese, tutto era nuovo, lucente e chic al
21 di rue Cambon. Gabrielle pubblic un'inserzione sui giornali
e una stanza al piano di sopra si riemp di sarte pronte a realizzare
e decorare i cappelli secondo le nostre istruzioni. Per una
volta ero io a supervisionare, invece di lavorare con le mie mani.
Ero la premire vendeme.
Il giorno prima dell'apertura, mentre sistemavamo gli ultimi
dettagli, sentii uno schiocco improvviso e girandomi vidi Gabrielle
che rideva con una bottiglia di champagne in mano, da
cui colava la schiuma. Ho qualcosa da farti vedere, disse. Mi
porse una coppa e mi port fuori del negozio, dove gli uomini
lavoravano da tutta la mattina.
Vedi cosa c' scritto, Ninette? Chanel Modes. Cos si chiama.
La boutique  stata una tua idea. Non l'ho dimenticato.
Batt il bicchiere sul mio. Chanel Modes. Per me e per te.
Alla vista del nostro nome, sentii la gola serrarsi per l'emozione.
Quello era il nostro angolo di mondo, che finalmente
avevamo conquistato, e avrei fatto di tutto per tenermelo.
...
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CAPITOLO 46.
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La mia boutique. La nostra boutique. Il nome degli Chanel aveva
davvero fatto molta strada, dai venditori ambulanti di calzini e
biancheria femminile sulle bancarelle dei mercati. Pensai a
Julia-Berthe, tutti quegli anni a lavorare all'aperto, e ora non avrebbe
mai visto dov'eravamo arrivate. Chanel Modes era anche per lei.
La boutique era un ritrovo di Eleganti vestite all'ultima moda,
con quelle gonne strette che costringevano a camminare a
passettini - la pi recente delle torture inflitte da Poiret, come
amava dire Gabrielle - che raccontavano ridendo che i loro
cocchieri dovevano caricarle di peso sulle carrozze perch era
impossibile montare a bordo con le ginocchia fasciate in quel
modo. Ben presto venni a sapere tutti i pettegolezzi di Parigi:
chi aveva preso un nuovo amante, chi ne aveva lasciato uno
vecchio, chi era stata offesa e da chi.
Su insistenza di Boy, poco dopo l'inaugurazione Gabrielle
assunse una donna di nome Lucienne perch ci aiutasse. Aveva
soltanto un anno pi di me, ma aveva studiato da sarta e aveva
lavorato nella prestigiosa modisteria Maison Lewis in rue Royale,
dove aveva iniziato come apprendista ed era poi diventata
la petite premire, che accoglieva le clienti e supervisionava le
prove.
Devi capire, Coco, che non sai tutto, le disse Boy. Pensi
di sapere tutto, ma non  cos.
Nascosi un sorriso. Solo Boy poteva parlarle in quel modo.
Impari in fretta, prosegu lui, ma prima devi essere disposta
a imparare.
Il giorno in cui arriv Lucienne, la boutique assunse subito
un tono pi serio. Per lei, fare cappelli era un'attivit solenne.
Indossava abiti di buon taglio, ma severi, e ci disse di fare lo
stesso. Non bisogna competere con le clienti, disse. Bisogna
lasciare che siano loro a risplendere.
Guardai Gabrielle, sapendo che si sforzava di mordersi la
lingua. Le clienti erano interessate ai suoi cappelli perch vedevano
quant'era affascinante quando li indossava. Se lei non risplendeva,
perch le altre donne dovevano voler andare da lei?
Quando Lucienne ci chiese quali fossero le nostre procedure
per la direzione del salone, per l'ordinazione dei materiali, per
l'organizzazione dell'atelier, la fissammo in silenzio. Procedure?
 difficile credere che abbia un solo anno pi di te, Ninette,
disse Gabrielle quando Lucienne non fu pi a portata d'orecchio.
Si comporta come se ne avesse centocinque.
Sapevo che Gabrielle sentiva invaso il suo territorio, ma mi
fidavo di Boy, secondo cui potevamo imparare qualcosa da lei.
Quindi ascoltai Lucienne quando ci spieg dove trovare le piume,
le stoffe e i nastri di migliore qualit, quelli che non sbiadivano
al sole e non si rovinavano con la pioggia. Non al bancone
di piume e fiori del Bon March, disse. Quando arrivano l, i
migliori sono gi stati comprati all'ingrosso.
Quelli che uso io non sbiadiscono e non si rovinano, disse
Gabrielle, le braccia incrociate sul petto.
Ascoltai Lucienne quando ci spieg come dirigere l'atelier e
usare le scorte con la massima efficienza.
 quello il suo posto, disse Gabrielle sottovoce. Nell'atelier,
con le sarte.
Gabrielle, dal canto suo, si rifiutava di entrare nell'atelier e
ci mandava sempre me o Lucienne. Era troppo simile al destino
che le suore avevano previsto per lei: Tu, Gabrielle, devi sperare di
riuscire a guadagnarti da vivere come sarta. Se avesse messo piede
nel laboratorio, avrebbe significato che le suore avevano vinto.
Una volta, mentre Lucienne ci faceva la predica sulle sfumature
e gli abbinamenti di colore, Gabrielle si annoi e usc
semplicemente dalla stanza.
Una brava modista studia sempre le mode di stagione,
disse Lucienne un'altra volta.
Gabrielle scoppi a ridere. Una brava modista lancia le
mode di stagione.
Lucienne seguiva le regole, Gabrielle seguiva l'istinto.
Uno dei motivi del contendere era che, secondo Lucienne,
gli orari degli appuntamenti delle demi-mondaines e delle signore
dell'alta societ andavano attentamente separati.
Gabrielle trattava le sue amiche di Royallieu allo stesso modo
delle grandi signore, se non meglio, e capivo bene perch. Le
demi-mondaines l'avevano accettata; le signore no. Ma quando
fissavo gli appuntamenti non ero sempre sicura di chi fosse chi,
e a Gabrielle non importava. Per lei le giustapposizioni erano divertenti.
Andava a nascondersi nel retrobottega e da l guardava
una signora fingere che l'altra non fosse l, gettare lunghe occhiate
di sottecchi da un capo all'altro della stanza. Mi tornava in
mente il Pensionnat, le paganti e le bisognose che abitavano due
mondi paralleli, che non dovevano mai incrociarsi. Da Chanel
Modes, per, a Gabrielle piaceva farli scontrare l'uno con l'altro.
Perch tua sorella non capisce? si lament Lucienne, esasperata,
un pomeriggio mentre Gabrielle era fuori. Sai che
terribile gaffe sarebbe se si incontrassero qui la moglie e l'amante
dello stesso uomo?
Cercai di spiegarle come ragionava Gabrielle. Forse sarebbe
una gaffe, ma ne parlerebbe tutta la citt. Tutte le donne accorrerebbero
da Chanel Modes nella speranza che accadesse di
nuovo, e di poter assistere alla scena. Nel frattempo, comprerebbero
cappelli.
Lucienne fece uno sbuffo di derisione. Le mondaines non
verrebbero pi, per paura di essere umiliate. E se non vengono
le mondaines, puf!, addio Chanel Modes.
S, ma milienne d'Alenon ha indossato un cappello di
mia sorella a Longchamp e voil, tutte ne volevano uno, dissi.
Nessuno copia il cappello di una sciatta aristocratica del
Faubourg. Le donne alla moda si ispirano alle attrici, a persone
come milienne. Vogliono tutte vestirsi come le dive e le irrgulires.
 questo che fa vendere i cappelli.
Lucienne scosse la testa e si allontan borbottando sottovoce.
Quattro anni in un negozietto per bifolchi a Vichy e crede
di sapere tutto.
Non pensavo di sapere tutto, ma effettivamente la mia fiducia
in me stessa era cresciuta. Avevo imparato certe lezioni. Regalare
un cappello a Gabrielle Dorziat quando era in difficolt
economiche si era rivelata la nostra decisione migliore di sempre,
anche se allora non lo sapevamo. Lei era diventata famosa
ed era ancora una cliente fedele che portava regolarmente i nostri
cappelli. Ora avevo preso l'abitudine di regalare cappelli ad
attrici promettenti che sembravano destinate alla fama.
Tuttavia, capivo il punto di vista di Lucienne. Avevamo bisogno
di un reddito costante.
Perch Chanel Modes avesse successo, dovevamo accontentare
entrambi i tipi di clienti, e questo significava separare gli
appuntamenti. Era compito mio, e promisi di fare meglio.
Alcuni giorni, in pausa pranzo, per scappare un po' dalle prediche
di Lucienne, andavo alle Galeries Lafayette. Era come
Pygmalion, ma pi sofisticato, una sfilza di vetrine con le scarpette
pi raffinate, gli abiti pi sgargianti, ciprie e creme e profumi.
Pensavo che per essere la premire vendeuse di una boutique
vicino a rue de la Paix fosse necessario vestirmi e profumarmi
nel modo giusto, quindi avevo bisogno di molte cose nuove.
Poich attingevo a un conto collegato a Chanel Modes, non dovevo
preoccuparmi dei prezzi. Gabrielle mi aiutava a scegliere
e mi consigliava capi dalle linee pulite, con silhouette definite e
decorazioni discrete, e mi fece capire come un solo volant ben
posizionato poteva essere pi efficace di una cascata di balze
per valorizzare la figura.
Sei cos carina, Ninette, mi diceva. Non vuoi che la gente
guardi i pizzi e le trine invece di guardare te.
Preferiva ancora un abbigliamento maschile, rubava dall'armadio
di Boy o si cuciva giacche usando le sue come modello.
Boy la port persino da un sarto inglese per imparare a cucirle
nel modo giusto.
Altre volte io e Gabrielle passavamo la pausa pranzo nei negozi
del Faubourg Saint-Honor che vendevano objets d'art, bibelots
di ogni genere, antichit, arazzi, cuscini, lampade elettriche,
tutte le necessit della vita nell'alta societ. Oppure tornavamo
alla casa d'aste Hotel Druout e ai negozi di arredamento
l intorno. Gabrielle e Boy si erano trasferiti dalla garsonnire in
un nuovo appartamento in avenue Gabriel e ora lei lo stava
arredando nel suo stile. La guardavo selezionare oggetti con
una punta di gelosia, perch avrei tanto voluto una casa tutta
mia da arredare, eppure la notizia che lei e Boy vivevano insieme
in quel modo mi sembrava un buon segno. La maggior
parte degli uomini non viveva con l'amante. Forse significava
che avrebbe rinunciato per sempre alla vita da scapolo. Forse
era il preludio a una proposta di matrimonio. Ero felicissima
per Gabrielle. E anche, egoisticamente, per me stessa. Se lei
e Boy si fossero sposati, sarebbe stato un passo avanti anche
per me: mi avrebbe aperto orizzonti popolati da potenziali
spasimanti gentilhommes. Perch se era maritabile lei, lo ero
anch'io.
Un anno prima, quando mi ero trasferita a Parigi e avevo
detto a Gabrielle che i genitori di Maurice non avrebbero approvato
l'unione con Adrienne, aveva reagito con rabbia ma
non con sorpresa.
Si aspettano che lui faccia ci che tutti gli uomini della sua
famiglia fanno da secoli, aveva detto. Che tenga Adrienne
come amante e sposi qualche cretina inguardabile del Faubourg
che diventer grassa e odorer di polvere di riso stantia.  una
tradizione antica quanto il Puy de Dme.
Ma Boy era diverso. Aveva accumulato da solo la sua fortuna,
quindi non doveva rendere conto di nulla ai suoi genitori.
Aveva idee moderne sull'uguaglianza e le classi sociali. Se un
uomo rispettabile come Boy Capel avesse sposato la sua amante
per amore, una donna che non veniva dalle classi alte, forse
avrebbe aperto una porta anche per altre persone.
Come una sposina novella, Gabrielle pensava solo all'appartamento
da arredare, e sceglieva stoffe dai colori tenui ma lussuose
e tocchi d'oro e cristallo. Nessuna decorazione sopra le
righe. Nessun eccesso. A me piaceva tutta la merce esposta nei
negozi di antiquariato, i vasi, i cofanetti dipinti, gli arazzi, ma
lei andava dritta verso gli oggetti che voleva, solitamente nelle
tonalit del marrone, del bianco e del nero. Pagava personalmente
tutti gli acquisti mettendoli sul conto di Chanel Modes.
Com' facile guadagnare, rideva, godendosi la sensazione di
libert che aveva sempre desiderato fin da Aubazine.
Quella era la sua nuova vita. La vita che aveva creato dal
nulla. Boy viaggiava spesso per lavoro, ma quand'era in citt
portava Gabrielle e a volte anche me al teatro o all'opera, alle
gallerie d'arte, a mostre e conferenze. Ma perlopi se ne stavano
nel loro appartamento, con i paraventi Coromandel, che
Boy le aveva fatto conoscere, dai lucidi pannelli decorati con
misteriose scene asiatiche. L'effetto era magico, un microcosmo,
un bozzolo di lacca nera e intarsi di cigni e fagiani. Gabrielle
nascondeva le pareti nude dietro pareti false, per abbellirle
come aveva abbellito il nostro passato.
Per me l'unico pezzo mancante era un gentilhomme.
Sapevo che c'era dietro Gabrielle quando gli amici di Boy
passavano dalla boutique dicendo di volere un cappellino per la
madre o la sorella. Mi accorgevo che guardavano me negli specchi
anzich i cappelli sugli champignons. Certe sere Gabrielle
insisteva per portarmi a cena con lei e Boy e altri amici, e io civettavo
e sorridevo, stavo al gioco. Gabrielle diceva che gli uomini
erano interessati, e io ero lusingata, ma non provavo nulla di pi.
Nessuno mi parlava come se volesse conoscermi. Non come mi
parlava Lucho. A Royallieu c'era stato qualcosa tra me e lui,
una sintonia.
Era una sintonia diversa quella che cercavano quegli uomini.
Mi dicevano che dovevo passare dai loro appartamenti uno
di quei giorni, cos mi avrebbero mostrato la vista della Tour
Eiffel o di place de la Concorde, o la loro splendida collezione
di questo e quello. Sapevo in che senso erano interessati. Mi
volevano come amante. Un'amante parigina di cui potersi vantare
quando tornavano a Londra, una donna da incontrare nel
pomeriggio nella loro garsonnire.
Ma alla fine iniziai a dubitare di me stessa. Cosa stavo aspettando?
Una fantasia? Un sogno? Clestine passava tutto il tempo
a Montparnasse, ormai, ma io avevo smesso di andarci. I
rimproveri di Gabrielle mi avevano sfinita. Aveva ragione lei,
l non avrei trovato nessuno. Non ero abbastanza bohmienne.
Ero ancora in lutto per Julia-Berthe, ma il dolore non era
pi cos fresco, e a volte la povert, la disperazione, mi sembravano
troppo riconoscibili. Tanti di quegli artisti in difficolt,
soprattutto Modi, avevano quel pallore, quell'aria letargica,
quella tosse profonda che ricordavo dalla mia infanzia, il suono
emesso da mia madre e pi di recente da Julia-Berthe. All'inizio
Montparnasse mi aveva consolata, ma adesso era piena
di fantasmi.
Una sera ai primi di ottobre Gabrielle mi invit al Salon
d'Automne, la mostra d'arte annuale, con lei, Boy e un amico
di lui, un uomo di nome Algernon.
Ha quella tipica bellezza anglosassone, in tweed, mi spieg
il giorno prima. Lui e Boy erano compagni al collegio.  ricco,
naturalmente, ha un appartamento a Parigi, non  ancora sposato,
e soprattutto Boy garantisce per lui. In ogni caso, se non
ci provi non troverai mai nessuno.
Al Grand Palais ci aggirammo in una sala dopo l'altra, tutte
piene di opere d'arte, commentando questo e quello. Algy, come
lo chiamava Boy, era il genere di inglese con la carnagione
chiara e le guance rosee come per una spolverata di belletto.
Aveva gli occhi azzurri, molto chiari, e le ciglia cos bionde che
sembrava non averle affatto.
Mentre lui e Boy ammiravano un dipinto con una scena
equestre, io e Gabrielle proseguimmo entrando in una sala in
cui le opere non erano ritratti o panorami o scene dell'antichit,
ma forme, strati di cerchi e quadrati, caleidoscopi, persone e
oggetti che apparivano frantumati. Pensai a Clestine e mi domandai
quale profonda verit volessero esprimere quelle opere.
Intorno a noi le persone parlavano di geometria, di pittura
composta da cubi.
Guarda quello l, dissi a Gabrielle, indicando uno strambo
dipinto che sembrava raffigurare una donna, o parti di una
donna, o forse non una donna, nascosta tra frammenti di rettangoli
parzialmente sovrapposti. Mi ricorda quella volta che
hai fatto a pezzi la divisa del convento e li hai sparsi sul letto.
Ma invece di rimetterli insieme nel modo giusto, qui hanno
messo ogni pezzo nel posto sbagliato.
 strano, vero? disse lei. Si avvicin alla tela, stringendo
gli occhi.  un naso che galleggia a mezz'aria, quello?
In quel momento Algy e Boy ci raggiunsero, e Algy guard
il dipinto in questione con aria disgustata. Buon Dio, che roba
 quella? Sembra che un bambino si sia appropriato di un paio
di forbici e un barattolo di colla. Non pu essere arte, questa.
Qualcosa nella sua reazione suscit ilarit in me e Gabrielle.
Fui felice di sentire che anche lui rideva con noi.
Appartiene a una nuova scuola di pittori francesi, disse
Boy. Ho letto qualcosa su di loro. Sperimentano con le forme,
come vedi. Mostrano una pluralit di punti di vista allo stesso
tempo.
Mi piace, disse Gabrielle, che pendeva ancora dalle labbra
di Boy. Da troppo tempo il mondo  impostato su un unico
punto di vista, non vi pare? E tempo di considerare anche
gli altri.
Il tuo, vuoi dire? chiese Boy.
Lei sorrise. Ma certamente. Perch no?
Boy rise. Non potrei essere pi d'accordo.
Vedi? Sei un bravo maestro, disse lei, piegando la testa di
lato in un gesto civettuolo.
Immagino di essere io quello noioso, allora, disse Algy. Preferisco
di gran lunga una bella natura morta. Mi guard. E tu
che ne pensi? Sarai d'accordo con me. Qualcosa con fiori e frutta?
O meglio ancora, entrambi. Magari anche un paio di fagiani.
Mi piaceva che avesse chiesto la mia opinione. Che si fosse
definito noioso. L'autocritica era merce rara tra gli amici di
Boy. Ed ero d'accordo con lui. C'era tanta bruttezza al mondo,
che male c'era in un bel dipinto con una cesta di frutta o un
mazzo di fiori o un uccellino variopinto? Ma dentro di me ero
ancora insicura in compagnia degli amici di Boy. Volevo sembrare
una persona colta e raffinata. C' un artista di nome Picasso,
dissi. Sento che sta facendo grandi cose.
Picasso? disse Algy.  italiano? Allora dipinger scene
religiose. Non ho mai sentito parlare di lui.
Boy mi lanci un'occhiata sorpresa, evidentemente non si
aspettava che seguissi il mondo dell'arte. Picasso  spagnolo,
disse. Espone solo alla galleria Kahnweiler. E certamente non
sono scene religiose.
Pi tardi, a cena, invece di parlare di s, con mia grande
sorpresa Algy mi chiese se ero interessata all'arte, dicendo che
voleva conoscermi meglio.
Effettivamente preferisco le nature morte con i fiori, ammisi,
perch quella sera mi sentivo un po' pi spigliata. Forse
era quel bicchiere di vino in pi a scaldarmi. Forse era l'arte, o
forse un po' tutto insieme. E quelle graziose scene con ballerine
o figure classiche intorno alle fontane. Mi piacciono le opere
d'arte belle a vedersi. Vorr dire che sono noiosa anch'io.
Non lo trovo noioso. Penso sia importante circondarsi di
belle cose. Soprattutto di quelle che sono belle per noi.
I suoi occhi azzurri fissavano i miei senza battere le ciglia.
Era cos timido da fare tenerezza. Per un momento mi dispiacque
di non provare qualcosa per lui.
Ma poi riprese a parlare. Sai, disse, e io mi preparai al
peggio. Ho alcune belle nature morte nel mio appartamento
in rue de Rennes. Pensi... saresti forse interessata... a vederle...
un giorno di questi?
Nelle due settimane successive io e Gabrielle avemmo i nostri
soliti battibecchi dopo quelle uscite. Algy era ancora sulla scena,
mi accompagnava a cena o a teatro con Boy e Gabrielle.
Andammo persino da Kahnweiler a vedere i Picasso, che ad
Algy non piacquero. Tra tutti gli amici di Boy era il pi insistente,
e temevo di abituarmi a lui. Era bello avere un compagno. Con
i suoi modi goffi, chiariva sempre che l'offerta di mostrarmi le
sue nature morte era ancora valida.
Sei cos cocciuta, mi diceva Gabrielle. Cosa aspetti? Perch
non lasci che qualcuno si prenda cura di te? Algy, ad esempio.
Sai bene che non voglio solo qualcuno che si prenda cura,
di me. Voglio di pi, rispondevo.
Di solito sbuffava e mi diceva di lasciar perdere l'idea del matrimonio,
mi ricordava che le ragazze povere non sposano uomini
ricchi, che il nostro destino era diventare demi-mondaines
o morire in un ospizio per i poveri.
Ma con l'andar del tempo smise di dirmelo.
Mi domandai se quel silenzio avesse qualcosa a che fare con
Boy, con l'approfondirsi della loro relazione. Mi domandai se
ora anche lei non avesse iniziato a pensare al matrimonio.
...
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CAPITOLO 47.
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Un freddo pomeriggio di dicembre, entrando in Chanel Modes
dopo aver sbrigato delle commissioni, udii risuonare voci
profonde, sentii il tipico odore della crema alla cera d'api che si
usava per le selle, e vidi tre uomini in abiti da equitazione che si
aggiravano per la boutique esaminando i cappelli.
tienne. Lon.
E Lucho.
Erano passati tre anni dal nostro incontro a Royallieu, eppure
il mio cuore fece una capriola, ebbe un fremito e poi fece
un'altra giravolta. Quel suo modo di guardarmi, quell'intensit,
mi disse che anche lui era felice di rivedermi.
Mi salutarono con i consueti baci sulla guancia.
Antonieta, disse Lucho mentre mi sfiorava con le labbra,
e le mie ginocchia minacciarono di cedere.
tienne prosegu la discussione che aveva avviato con Gabrielle,
cercando allegramente di convincere lei - e ora panche
me - a cenare con loro quella sera.
Boy  fuori citt per lavoro, e quando lui non c' ne approfitto
per mettermi in pari con il lavoro, disse Gabrielle, per
fare la difficile. A tienne dispiaceva che avesse menzionato
Boy? Se s, non lo diede a vedere. Come aveva detto Gabrielle,
era un gentiluomo che sapeva perdere con onore. Erano riusciti
a restare buoni amici. Sai, tienne, prosegu, si  scoperto
che a Parigi c'era posto per un'altra modista, dopotutto.
Abbiamo cos tante clienti che non riusciamo quasi a star dietro
a tutte.
Ma Coco, disse Lon, mettendosi un cappello sulla testa
a uovo. Non capisco. Eri cos spiritosa.
La Giovinezza  sempre la Giovinezza, disse tienne, facendomi
l'occhiolino prima di girarsi di nuovo verso Gabrielle.
Ma alla Gioia  successo qualcosa.
La Gioia ha da fare, disse lei.
Be', allora, Ninette, verrai tu con noi, non  vero? mi
chiese tienne.
A cena con Lucho? La mia testa diceva di no. Il resto di me
diceva di s. Ma non ebbi occasione di rispondere.
Neanche morta lascerei mia sorella da sola con voialtri,
sentenzi Gabrielle.
Allora siamo d'accordo, disse tienne. Verrete entrambe.
Ora, dove vogliamo andare? Scegli tu, Ninette.
Io? Era strano dover prendere una decisione per quegli uomini
di mondo.
Gabrielle fece il broncio. Perch volete far scegliere a Ninette?
Perch noi siamo vecchi e smaliziati. Lei vede il mondo
con occhi nuovi. E ho l'impressione che tu, Coco, voglia sempre
dirle cosa fare. Ora sar il contrario. Prego, Ninette.
Lanciai un'occhiata a Lucho, rammaricandomi di non sapere
dove gli sarebbe piaciuto andare. Era solo una cena, dopotutto.
Saremmo stati in un ristorante affollato. Non poteva
succedere niente, neppure se avessi voluto. Sarebbe stata
un'innocua e allegra serata mentre aspettavo di incrociare la
strada del gentilhomme destinato a me, l'uomo che un giorno
avrei sposato.
Da Maxim's? dissi. Era il primo posto che mi fosse venuto
in mente. Gabrielle e Boy ci andavano spesso. Boy diceva
che era l'unico posto in Francia dove si potesse bere un vero
whisky-and-soda all'inglese. Forse a Lucho sarebbe piaciuto,
dal momento che era anglo-argentino. E Gabrielle diceva che l
si incontravano sempre attrici famose, personalit, aristocratici.
Giovinezza ha parlato, disse tienne. E Maxim's sia.
Ci incontrammo alle dieci in rue Royale, un viale costeggiato
da belle automobili e carrozze lussuose nella vivace atmosfera
serale di place de la Concorde. Nella grande salle di Maxim's la
luce rifletteva i toni caldi dei divanetti di velluto rosso e della
moquette scarlatta. Abat-jour di piccole dimensioni con il paralume
rosa si sdoppiavano negli specchi dai bordi smussati, e
le pareti rivestite di legno scuro ospitavano dipinti in stile art
nouveau con ninfe mezze svestite immerse in scene pastorali. Il
soffitto era di vetro istoriato. Le alte lampade a stelo richiamavano
la forma di mazzi di calle.
Fummo accolti da Hugo, il famoso maitre. Monsieur
Balsan, disse a tienne con un sorriso.
La stanza era gremita di uomini e donne eleganti, nei loro
abiti pi belli, i tavoli erano tutti occupati, risate, musica, conversazioni
a voce alta. Il conte de Castellane entr accompagnato
da una bellissima donna bionda che non era sua moglie.
Lo riconobbi dalle foto sui giornali. Davanti a loro Andr de
Fouquires, il famoso dandy e anche lui beniamino delle cronache
rosa, cenava con un gruppo di dandy da compagnia.
Ci fecero sedere proprio al centro della sala, con Lucho accanto
a me. Non l'avevo pi rivisto dopo Royallieu, ma mi sentivo
a mio agio con lui ed ero felice che fosse seduto al mio fianco.
Ci eravamo appena accomodati quando tutto il ristorante
si ferm per un momento, le teste si girarono, le conversazioni
si interruppero: Hugo stava accompagnando una strabiliante
dame a un tavolo vicino alla finestra. La donna portava un cappello
nero a tesa larga con una cascata di piume di struzzo in
ricche sfumature di grigio zibellino e una collana di diamanti.
Liane de Pougy, bisbigliavano tutti: la diva che si era esibita alle
Folies Bergre e che aveva sedotto il principe del Galles. A un
tavolo l vicino l'artista di nome Sem, noto per i suoi ritratti del
bel mondo, tir fuori una penna e si mise al lavoro, alternando
lo sguardo tra Liane de Pougy e il tovagliolo su cui disegnava.
Stavo ancora cercando di orientarmi, di non lasciarmi intimorire
dalle donne piene di gioielli, velluto, nastri e pizzi, quando
Lucho si gir a parlarmi. Sta' attenta a quel signore laggi,
disse, accennando col capo a un tavolo vicino. Ti sta guardando.
E quell'altro, sotto lo specchio. Hai degli ammiratori,
Antonieta.
Mi sentii arrossire. Indossavo un abito da sera ricamato che
apparteneva a Gabrielle, pizzo nero su seta verde che speravo
mettesse in risalto il colore dei miei occhi.
Non ti preoccupare, disse lui in tono protettivo. Ho
controllato e non ci sono fantini ubriachi in giro.
Sembra passata una vita, dissi. Sono cambiate tante cose.
Davvero?
Ora vivo a Parigi e non pi a Vichy, grazie al cielo.
E Gabrielle stava con Boy e non con tienne. E avevamo
una boutique. Lei faceva cappelli, io la aiutavo a venderli. L'ultima
volta che avevo visto Lucho pensavo che Adrienne stesse
per sposarsi, e che io sarei stata la prossima.
Sono successe delle cose, dissi in tono serio. E altre non
sono successe.
Cose che non sono successe, ripet lui pensieroso, guardando
le scene pastorali dipinte alle pareti. S. Ci sono anche
quelle.
Forse stava pensando a sua moglie e al finch morte non ci
separi. Non osavo chiedere.
tienne e Lon dibatterono sulla lista dei vini e chiesero
a Lucho la sua opinione. Chteau Latour? Madeira? Pouilly-Fuiss?
Champagne, disse Gabrielle. Cosa pu esserci di meglio
dello champagne?
I camerieri servirono la prima portata, un melon glac con
aragosta e salmone affumicato, e poi la seconda, tartelettes con
parmigiano, ma io non riuscii quasi a mangiare. Lucho, la sola
sua presenza accanto a me, era una distrazione troppo forte. Per
mi piaceva guardarlo mangiare. Era forte, solido, un uomo di
buon appetito. Mangiava come se avesse digiunato tutto il giorno,
e ben presto mi spieg che era andata proprio in quel modo.
Siamo stati fuori con i cavalli, disse.
Sorseggiai lo champagne sotto l'occhio attento di Gabrielle,
anche se ero tentata di scolarlo tutto subito. I cavalli, dissi.
 questo che ti porta a Parigi?
In parte. Oggi ci siamo solo divertiti, abbiamo giocato un
po' a polo per rilassarci. Il motivo principale per cui sono qui
 che la mia famiglia - la ditta Harrington & Sons, per la precisione
- esporta carne di manzo in Europa e qualcuno doveva
venire a parlare con gli avvocati. Ci sono contratti da negoziare,
documenti da firmare. Mio padre sogna di far sapere a tutto
il mondo che la sua carne argentina  la migliore.  la sua
passione.
Il modo in cui l'aveva detto, parlando solo di suo padre, mi
incurios. Ma non  anche la tua passione?
La mia sono i cavalli, disse tra un boccone e l'altro di carpa
alla Chambord. Tutto il mondo deve sapere che i cavalli
argentini sono i migliori, apprezzarli come li apprezzo io. Sono
le creature pi generose. Forti, coraggiose, affidabili. Ho convinto
la cavalleria francese a prenderne varie centinaia. Domani
torno in Argentina per assicurarmi che siano addestrati nel
modo giusto.
Domani. Sentii una stretta al cuore, anche se non ne avevo
motivo. Lucho Harrington aveva una moglie.
E tu? mi chiese. Pos la forchetta, mi guard negli occhi
e mi fece correre un brivido lungo la schiena. Dimmi, qual 
la tua passione? Ne avrai almeno una.
Non ci avevo mai pensato. Non in quel modo. Nessuno me
l'aveva mai chiesto. Ma la risposta venne subito.
Chanel Modes. La nostra boutique. Voglio che tutto il
mondo conosca i nostri cappelli, e che li apprezzi, com' per te
con i tuoi cavalli.
Be', allora... alla conquista del mondo. Alz il bicchiere per
un brindisi. Tu farai sentire belle le donne, io far sentire coraggiosi
gli uomini.
I nostri bicchieri si toccarono, lo champagne riflesse la luce
delle candele, come se fossimo complici, come se fossimo capaci
di tutto.
Com' l'Argentina? domandai. Volevo immaginarlo l,
immaginarlo nel suo ambiente.
C' chi dice che Buenos Aires somiglia a Parigi, i palazzi,
l'architettura. Io preferisco la campagna. Le pampas sono la vera
Argentina. Cavalli e bestiame a perdita d'occhio. Tanta terra
vergine, il luogo pi sereno al mondo. Rise. L'unica cosa che
lo rovina  la casa di mio padre.
Mi disse che suo padre aveva fatto costruire la replica di un
castello delle brughiere e insisteva perch in casa si parlasse
solo inglese. La servit  inglese. Il maggiordomo  inglese. Il
cibo  inglese. I mobili sono inglesi. L'edera che riveste le mura
 inglese. Tutto nel mezzo delle pampas.
Capivo dal suo tono che disapprovava.
Le origini di mio padre sono inglesi, mentre mia madre 
argentina. Io ho ereditato perlopi il sangue argentino. Dovevo
diventare un gaucho. Invece sono nato Harrington. Con... le
relative responsabilit.
Un gaucho? Cos'?
Bevve un lungo sorso di champagne e poi mi guard, la tristezza
nascosta nel fondo degli occhi. Un uomo che  libero.
Quel suo dolore mi commosse, e fissai il mio piatto senza
sapere bene come rispondere.
All'improvviso nella sala si lev un applauso. L'orchestra,
che aveva suonato a basso volume, annunci un valzer, la Vedova
allegra, popolare perch tratto da un'operetta con una scena
ambientata proprio da Maxim's. Le coppie scesero in pista,
compresi Gabrielle con Lon ed tienne con un'amica di un
altro tavolo che gli si era praticamente abbarbicata addosso.
Lucho mi porse la mano. Gli era tornata quella scintilla negli
occhi. Balliamo?
Non sapevo ballare il valzer, ma non importava. Lui mi condusse
sulla pista in un ritmo che feci mio con facilit, anche se
la sua presenza mi toglieva quasi il fiato. Danzava con una tale
fluidit, mi faceva guizzare qua e l sostenendomi con una mano
sulla schiena. Respira, disse con un sorriso. Non dimenticarti
di respirare.
L'orchestra suon un altro valzer e poi un altro, e ci muovemmo
insieme finch ebbi memorizzato la sensazione della
sua spalla, finch la sua mano sulla mia schiena mi sembr una
parte di me. Lasciai che il mio corpo ascoltasse il suo finch imparai
a prevedere i suoi movimenti e a capire in che direzione
stava per portarmi.
A un certo punto mi bisbigli all'orecchio: Penso di aver
trovato una nuova passione.
Quale? chiesi.
Questa.
Quella sera a Royallieu, tanto tempo prima, aveva promesso
di non fare nulla di sconveniente. Ma se l'avesse fatto, non avrei
detto di no. E ora...
Sentii picchiettare sulla spalla. Gabrielle.
Ninette,  tardi. Sono quasi le due del mattino.
I miei piedi tornarono a terra. Avevo perso la cognizione del
tempo. L'incantesimo si era spezzato.
Lucho accenn un inchino e mi cedette a Gabrielle, lasciando
che mi tirasse via da lui. Gli uomini ci accompagnarono ai
taxi, Lucho mi prese la mano per aiutarmi a salire, il profumo
di bergamotto e lavanda. Dulces suenos, Antonieta, mi disse
appena prima di chiudere la portiera.
La mattina dopo in boutique, l'allegria della serata era gi sbiadita
in una cupa malinconia. Immaginavo Lucho su una nave
che solcava l'Atlantico, una distesa interminabile di acqua blu,
irraggiungibile, un sogno.
Quando qualche ora dopo arriv un pacchetto, non ci badai.
Probabilmente era per Lucienne. Aveva un nuovo spasimante
che le mandava regalini in continuazione. E non poteva
essere per Gabrielle: Boy non faceva regali. Li trovava superflui.
Una volta, quando lei si era lamentata di non ricevere mai
fiori, le aveva fatto recapitare fiori ogni mezz'ora per due giorni,
per dimostrare le sue ragioni.
 per te, Ninette, disse Gabrielle, in un tono cantilenante
e sarcastico.
Il pacchetto proveniva da un'azienda di nome E. Flajoulot
in rue Charlot, che, come recitava il biglietto da visita, fabbricava
objets d'art. Lo aprii e dentro trovai un delicato cofanetto
di mogano con il coperchio intarsiato in un legno a contrasto:
due corna intrecciate con un lungo nastro. Sollevai il coperchio
e risuon una melodia.
La Vedova allegra.
Mi sentii sopraffatta dall'emozione, il dolore della nostalgia,
il rammarico che le cose non fossero diverse. Ma insieme a
quello c'era una certa pacata felicit. Lui aveva pensato a me.
Dal pacco spuntava un biglietto. Ad Antonieta, diceva in
bella grafia, e sotto c'era una semplice, elegante L.
Hai un ammiratore, Ninette, disse Gabrielle.
S. Un ammiratore che  sposato.
Ho visto come ti guardava ieri sera. E come tu guardavi lui.
Vive in Argentina. A un oceano da qui.
Torner. E se non torna, Parigi  piena di uomini come lui.
Ma non era vero. Non c'era nessuno come lui. Quella sera al
Pare Monceau, tirai fuori il carillon e lo caricai. Chiusi gli occhi
e ballai il valzer come se fossi ancora tra le braccia di Lucho,
come se potessi tornare a vivere in quel momento per sempre.
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CAPITOLO 48.
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Un grigio sabato mattina di gennaio, appena un mese dopo la
serata da Maxim's, arrivai presto alla boutique e mi stupii di
trovare Gabrielle in una nube di fumo di sigaretta, china su un
registro contabile con il viso rigato di lacrime.
Che succede? domandai, allarmata. Gabrielle piangeva di rado.
Aveva la voce roca. Boy Capel  un bugiardo. Alz lo
sguardo su di me con gli occhi cerchiati di rosso. Me l'ha tenuto
nascosto. Per tutto questo tempo.
Tenuto nascosto cosa? I miei pensieri corsero immediatamente
alle voci secondo cui Boy aveva un'amante in ogni porto.
Non ho soldi, disse Gabrielle. Tutti i soldi che ho speso
per arredare l'appartamento, per la boutique, pensavo fossero
miei. Pensavo di averli guadagnati con la vendita dei cappelli.
E invece erano soldi suoi. Non miei. Suoi.
Ero confusa. Ma tu hai dei soldi. Ero io a portare l'incasso
in banca ogni giorno. Non controllavo l'estratto conto, ma
ogni volta che io o Gabrielle attingevamo al conto di Chanel
Modes la banca copriva sempre le spese. Guarda quante cose
hai comprato. Quante cose abbiamo comprato. Tutti quei giri
alle Galeries Lafayette, i negozi di antiquariato.
L'ho scoperto ieri sera mentre andavamo a cena, disse lei.
Stavo parlando degli ottimi affari di Chanel Modes, di quanto
denaro stavamo guadagnando, mi vantavo come una cretina, e
lui ha riso. Ha riso! Mi ha detto che Chanel Modes  in rosso.
In forte debito. Ha detto che la banca mi d soldi solo perch
lui ha garantito per me. Oh, Ninette! Gli ho tirato una borsettata,
pi forte che potevo, e me ne sono tornata di corsa sino in
avenue Gabriel.
Mi guardai le scarpe, le scarpe nuove, e mi sentii nauseata.
Tutto quel che ho comprato per l'appartamento, tutto
quello che c' qui... Indic la stanza con larghi gesti, i lampadari,
gli specchi con la cornice dorata, le credenze con i ripiani
di marmo. Pensavo di aver comprato tutto questo con i soldi
guadagnati vendendo i cappelli!
La mano che reggeva la sigaretta tremava. Nonostante lo
sconforto, era ancora impeccabilmente vestita con una delle
semplici camicette e uno dei cardigan con la cintura che realizzava
personalmente, presentabile come sempre.
Devi andare in banca per me, Ninette, disse. Boy dice
che devo andare a consultare i conti per capire, ma mi vergogno
troppo. E tu sei sempre stata brava con i numeri. Io non ho
mai controllato gli estratti conto. Li butto via quando arrivano.
Le bollette sono pagate, ho comprato quello che volevo, e allora
perch dovrei guardarli? Ora ho capito perch. Lo ammazzerei,
guarda. Mi ha ingannata! Mi mantiene, esattamente come
faceva tienne. No,  peggio di tienne. Almeno con tienne
sapevo qual era il mio ruolo. Puoi andarci al posto mio, Ninette?
Per favore? Hai pi esperienza di me nella gestione di una
boutique. Saprai cosa fare.
Non era in condizioni di andarci personalmente, cos dovetti
farmi coraggio. La banca era un luogo solenne, che incuteva
soggezione, un posto fatto per gli uomini e per i ricchi,
non per la figlia di un venditore ambulante. Per tenere a freno
il nervosismo mi rammentai che avevo conosciuto abbastanza
signore dell'alta societ per sapere come comportarmi. Entrai,
drizzai le spalle e non chiesi, ma dissi a un giovane impiegato
dagli occhiali di tartaruga seduto dietro un bancone che volevo
esaminare i conti di Chanel Modes. Lui esit. Il mio nome
corrispondeva a quello dell'azienda, ma evidentemente non
era abituato ad avere a che fare con le donne. Mi venne voglia
di girare i tacchi e scappare via, ma lo stavo facendo per Gabrielle
e per me stessa. Sorrisi e lo guardai dritto negli occhi.
Mi manda Monsieur Arthur Capel, il finanziatore di Chanel
Modes.
Non era del tutto una bugia.
Monsieur Arthur Capel. Le parole magiche. La sola menzione
di quel nome apriva porte. Il bancario mi fece cenno di
sedermi e and a prendere i registri.
Ecco i depositi di Chanel Modes, disse, indicando una
colonna di numeri. Ed ecco i prelievi.
Cercai di nascondere la sorpresa quando vidi che i prelievi
ammontavano a pi del doppio dei depositi.
Questo cos'? chiesi indicando una terza colonna in cui
c'erano soldi che rientravano sul conto. Forse c'era ancora
speranza. Forse Gabrielle aveva frainteso.
Quelli sono i fondi attinti alla linea di credito, disse lui,
spingendosi gli occhiali sulla radice del naso.
La linea di credito, ripetei, come se sapessi di cosa parlava.
S, dalla banca, disse lui. Per quando il conto  in scoperto.
E garantita da Monsieur Capel.
Mi ha ingannata, aveva detto Gabrielle. Boy sapeva che
Gabrielle non conosceva quel meccanismo. Avrebbe dovuto
vederla, quant'era orgogliosa. Pensava di avere finalmente dei
soldi suoi. Pensava di essere libera. E lo pensavo anch'io. Avevamo
tante clienti, vendevamo cos tanti cappelli, che avevo
dato per scontato che guadagnassimo pi che abbastanza. Non
avevo prestato sufficiente attenzione al registro contabile.
Non pensavo che Boy volesse ferirla di proposito. Ma era la
sensazione pi orribile al mondo, la sensazione di non riuscire
a respirare, del mondo che virava sempre pi al grigio, e capire
che il destino di nostra madre poteva toccare anche a lei.
Gli uomini andavano e venivano senza preavviso. Boy poteva
sottoscrivere una garanzia adesso, ma non significava che l'avrebbe
fatto anche in seguito. Era un uomo attraente, ricercato,
abbastanza generoso per aiutare Gabrielle con una spinta iniziale,
per mettere in piedi un giro d'affari. Ma non significava
che sarebbe rimasto, che l'avrebbe sposata.
L'unico modo per sopravvivere era fare affidamento su noi
stesse, totalmente e completamente.
Avevo visto tutto quello che c'era da vedere in banca. Quando
tornai da Chanel Modes sapevo che era ora di dar retta a
Lucienne, che cercava sempre di darci consigli per farci diventare
pi parsimoniose. Pensavamo che si sentisse superiore, che
fosse una snob, ma ora capivo che era quello che intendeva Boy
quando aveva detto che Gabrielle aveva qualcosa da imparare
da Lucienne. Era quello che intendeva sul fatto di essere una
donna d'affari.
Quella sera Gabrielle e Boy fecero pace. Lei era ancora innamorata,
ma ora c'era un'ombra nella sua devozione, una consapevolezza
che prima non c'era. Ieri  finita l'incoscienza della
mia giovent, disse, parlando come uno dei libri di filosofia di
Boy, e senza pi lacrime agli occhi.
Era determinata a restituire a Boy il suo investimento, e non
importava quanto tempo ci sarebbe voluto. In Chanel Modes
ridusse gli stipendi. Contratt con i fornitori di tessuti e nastri
sino a obbligarli ad abbassare i prezzi. Smise di comprare decorazioni
per il suo appartamento e per la boutique. Ogni centesimo
dev'essere conteggiato, disse.
Quanto a me, smisi di comprare scarpe e guanti ogni volta
che andavo alle Galeries Lafayette. Anzi, non ci andavo proprio
pi. Lucienne conosceva fornitori di forme per cappelli di
buona qualit ma meno costosi.
Penso che dovremmo alzare i prezzi, dissi un mese dopo,
al ritorno da un giro di visite alle altre modisterie per vedere
quanto costavano i loro cappelli. Avevo studiato la nostra contabilit
e sapevo che tagliare i costi non sarebbe bastato per
rimborsare Boy e liberarci dal debito.
Gabrielle non era sicura. Una parte di lei, chiss come, credeva
di essere ancora a Royallieu, a decorare cappelli come passatempo
per poi regalarli.
Non c' bisogno che sia tu ad annunciare il prezzo, lo far
io, le dissi. La maggior parte delle volte non chiedono neppure,
perch sono ricche o qualcuno di ricco paga per loro.
Inoltre, pi  alto il prezzo e pi penseranno che valga.
Lucienne rise. Ma questa non  la Maison Virot in rue
Saint-Honor.
No, dissi io. E Chanel Modes. Nuova, giovane, non ammuffita.
Un prezzo alto per un modesto cappellino e una piuma?
disse Lucienne.
Per l'eleganza, intervenni io.  quella che comprano.
Lucienne scroll la testa.
Non li alzeremo di molto, dissi a mo' di compromesso.
Solo un po' all'inizio, per vedere come va.
Nonostante i dubbi di Lucienne, Gabrielle si disse d'accordo con il mio piano e le clienti continuarono a venire da noi, anche dopo ripetuti aumenti dei prezzi. Alla fine Lucienne se ne and, si trasfer in un salone pi prestigioso. Per noi andava benissimo cos. Avevamo imparato tutto il possibile da lei. Era diventata solo un'altra spesa che ora potevamo depennare dai libri contabili.
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CAPITOLO 49.
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Nonostante la sua situazione con Maurice, Adrienne sapeva
ancora divertirsi. Le piaceva uscire, soprattutto quando lui andava
nella tenuta di famiglia nella Haute-Vienne, dove gestiva
la scuderia con suo padre. Adrienne era a suo agio nell'ambiente
della haute e non dubitava mai di meritare un posto tra quelle persone.
Durante la pausa pranzo facevamo compere e mangiavamo
nei caff alla moda, Adrienne con Bijou e un nuovo spaniel
di nome Babette regalatole da Maurice, ed entrambe con
un cappello di Gabrielle in testa. A volte qualcuno ci fermava
per chiederci dove avessimo comprato quei cappelli, e il fascino
spontaneo di Adrienne attraeva nuove clienti da Chanel Modes.
Ho quasi venticinque anni e sono ancora sola, mi lamentai
con lei un giorno mentre pranzavamo in un caff vicino alla
boutique. Ero cos indaffarata che il tempo passava in fretta, il
che era un bene e un male allo stesso tempo.
Il tuo Maurice  l fuori da qualche parte, ne sono certa,
mi disse Adrienne. Non perdere le speranze. Lo troveremo insieme.
Dormivo ancora con il fazzoletto di Lucho sotto il cuscino,
ricordando come mi aveva fatto sentire laggi a Moulins: la
promessa di un futuro in cui avrei avuto un'identit. Confidai
ad Adrienne che aspettavo qualcuno come lui, ma qualcuno di
disponibile. Lei non mi consigli di scendere a compromessi.
Ma sapevo che era una romantica come me, e temevo che avesse
ragione Gabrielle. Certe notti i pensieri mi conducevano in
luoghi terribili: la mia carenza di prospettive romantiche, poi
Lucho, poi sua moglie. Era sempre possibile che le succedesse
qualcosa, una malattia, un incidente... la mia immaginazione si
dava da fare finch non ero costretta a farla tacere con la forza.
Augurare la morte a qualcuno era orribile, era da egoisti, tanto
pi che sapevo cosa significava perdere una persona cara. Per
quanto insopportabile fosse, la moglie di Lucho era pur sempre
la sorella o la figlia di qualcuno.
Quelle notti mi svegliavo con i sudori freddi da vecchi sogni
di mia madre, sola, senza nessuno. Allora mi alzavo dal letto e
prendevo una dose di Veronal per tornare a dormire. A volte
ascoltavo il carillon.
Poi, in una fredda giornata di marzo alla boutique, quando
entr una cliente con la bambinaia e un bambino dai riccioli
neri, improvvisamente capii una cosa. Certe volte mi dicevo
ancora che avrei dovuto fare di pi per allontanare Julia-Berthe
dal mercato, per prendermi cura di Andr, suo figlio, che le
suore le avevano sottratto alla nascita. Era mai riuscita a dargli
un bacio d'addio? A dirgli che gli voleva bene? Io e Gabrielle
non avevamo i mezzi per aiutarla a quei tempi, perch riuscivamo
a malapena a mantenere noi stesse. Ma ora, con Chanel
Modes, eravamo in condizioni migliori. Il negozio andava bene,
tanto che di recente avevo dovuto assumere altre sarte per
l'atelier. Non eravamo riuscite a salvare Julia-Berthe, ma potevamo
salvare Andr. Aveva otto anni, era ancora un bimbo.
Dobbiamo trovare Andr, dissi a Gabrielle nel retrobottega,
dove stava lavorando un maglione per un'amica che aveva
ammirato i suoi. A volte regalava anche quelli, adesso, come in passato aveva regalato i cappelli.
Mi guard sorpresa, come se nel seppellire la nostra vecchia
vita si fosse dimenticata anche di Andr.
So che non ti piace pensare al passato, ma siamo le sue zie,
proseguii. Dovrebbe stare con noi, non con degli estranei, pensando
che a nessuno importi di lui. Quell'idea mi faceva male
al cuore. Anche quel bambino, com'era stato per noi, aveva una
voce interiore che gli diceva che non era meritevole d'amore?
Ma cosa potremmo mai fare per lui? chiese Gabrielle.
Julia-Berthe non c' pi, ma suo figlio  ancora qui. Possiamo dargli un futuro.
Tacque.
 piccolo. Non sa niente di sua madre e della sua famiglia.
E sarebbe giusto che lo sapesse.
Le canonichesse non accetteranno mai di farlo vivere con
noi, disse Gabrielle. Non ci diranno mai dov'.
Adrienne, dissi. Pu parlare lei con loro. A lei lo diranno.
Gabrielle aggrott la fronte. Sapranno sicuramente di
Maurice, che Adrienne vive nel peccato da anni con il barone
di Nexon. Vichy  vicina a Moulins. Quel tipo di pettegolezzi
arriva certamente fin l, e anche al Pensionnat.
Boy, allora? dissi. Parigi era abbastanza lontana da Moulins
perch le canonichesse non sapessero di Boy e Gabrielle. E lui
era un uomo d'affari ricco e rispettabile. Meglio ancora, era
cattolico.
Gabrielle annu lentamente. S. A Boy dovrebbero dare
ascolto. Ha studiato dai gesuiti, sai.  stato in collegio. Ha tutte
le credenziali. Forse Andr potrebbe... Qua con noi potrebbe essere
il posto adatto a lui... dovremmo prima incontrarlo.
Quindi parlerai con Boy?
Gli parler stasera.
Immaginavo gi Andr a Parigi con noi. Me lo figuravo piccolo
e scuro, come Julia-Berthe e Gabrielle, con grandi occhi
rotondi. Avrebbe potuto abitare con me, Adrienne e Maurice
al Pare Monceau. C'era tutto lo spazio necessario.
Lo immaginavo a scuola, mi vedevo aiutarlo a fare i compiti.
Il sabato l'avrei portato allo spettacolo dei burattini al Champ
de Mars e alla giostra del Jardin du Luxembourg. L'avrei portato
a pattinare sul ghiaccio al Bois de Boulogne in inverno
e al circo di Montmartre ogni volta che avesse voluto. Io e
Gabrielle potevamo dargli l'infanzia che non avevamo mai avuto,
e forse ci avrebbe aiutato a riempire il buco che avevamo ancora
nel cuore.
Boy accett di scrivere subito alla Madre badessa per chiedere
l'indirizzo del prete.
Per qualche mese Boy e il prete si scrissero. Il prete disse a
Boy che Andr non voleva lasciarlo. Andr non ci conosceva
affatto. Non conosceva neppure sua madre. Il prete era l'unico
genitore che avesse mai avuto.
Mi sentivo in colpa a portarlo via dall'unica vita che conosceva,
ma volevo disperatamente vederlo, cercare tracce di Julia-
Berthe nei suoi occhi.
Alla fine, Boy e il prete trovarono un accordo. Andr sarebbe
venuto in visita a Parigi durante le vacanze di Pasqua. Avrebbe
soggiornato da noi, poi avrebbe proseguito per il Beaumont
College, la scuola gesuita che Boy aveva frequentato in Inghilterra.
L'idea di mandare Andr in collegio mi turbava. Non stiamo
facendo a lui la stessa cosa che fu fatta a noi? chiesi a Gabrielle.
Farlo crescere da estranei?
Quelli non sono estranei, disse Gabrielle. Sono il tramite
per entrare in contatto con le lite, la crme de la crme.
Pensa, Ninette. Andr non far la fine degli altri Chanel, un
povero mercante di scarpe vecchie e cinture. Andr diventer
un vero gentilhomme. Conoscer persone importanti. Forse un
giorno lavorer con Boy. Forse erediter la sua azienda.
Pregai Julia-Berthe di guardarci da lass. Forse ci aveva anche
messo lo zampino. Era una grande soddisfazione pensare
che il figlio di Julia-Berthe potesse diventare un vero gentilhomme.
Andr venne a Parigi a Pasqua come previsto. All'inizio era
timido. Aveva uno sguardo spaventato, che per non dur molto.
Io e Gabrielle lo ingozzammo di caramelle e dolciumi. Gli
comprammo vestiti e giocattoli nuovi, tra cui una barca a vela
da spingere nel Grand Bassin del Jardin du Luxembourg come
gli altri bambini. Qualche notte dormiva da me, altre volte da
Gabrielle.
Lo tenevamo per mano e lo abbracciavamo e cercavamo Julia-
Berthe sul suo viso. Mi sembr di vederla l, in quell'espressione
meravigliata.
 un bene che vada in collegio, disse Boy, arruffandogli
i capelli. Voi due lo viziereste troppo.
Aveva ragione. Sarebbe andata cos.
Ma aveva bisogno di essere addomesticato. Mangiava con
le mani, si puliva il naso sulla manica. Io e Gabrielle fummo in
grande imbarazzo quando un giorno lo portammo in una sala
da t a prendere il gelato e lui rutt rumorosamente. Era indietro
con gli studi. Quando venne il giorno della sua partenza per
l'Inghilterra, la nostra tristezza era temperata dalla certezza di star facendo la cosa giusta.
Sarebbe tornato a Parigi per le vacanze estive. L'avremmo rivisto allora. Nel frattempo, ci confortava l'idea che ci fosse ancora una parte di Julia-Berthe in questo mondo. Non era andata
via del tutto. Vedevamo Andr, la sua innocenza, e vedevamo nostra sorella. Vedevamo noi stesse.
...
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CAPITOLO 50.
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Le giornate si fecero pi lunghe e pi calde, i castagni tornarono
a fiorire e un giorno, come per miracolo, lui torn.
Lucho. Entr nella boutique, un'apparizione: cos bello,
cos vitale. La sua sola presenza mi faceva sentire che
il mondo era sulla rotta giusta, che tutto sarebbe andato a
finire bene.
Era a Parigi per rappresentare Harrington & Sons, esportatori
di carni bovine, e per giocare a polo, per mostrare al mondo
i suoi cavalli criolli. Si present ad Adrienne. Conosceva gi
Maurice: nel ramo dell'ippica si conoscevano tutti.
Risiedeva al Ritz. Rester in Francia per quasi tutta l'estate,
disse. Era inverno in Argentina, dall'altra parte del mondo.
Mi guard. Seguo il sole.
Mi sentii avvolta da un piacevole tepore. Poi lui dovette
andarsene. Era atteso a una riunione.
Quella sera andai in un ristorante in rue Boissy d'Anglas
con Gabrielle, Boy e gli amici di lui, compreso Algy. C'era anche
Lucho, a cena con un altro gruppo di persone.
I nostri sguardi si incrociarono pi volte durante la cena, e
alla fine Lucho venne al nostro tavolo.
Antonieta, disse, in quel suo modo che mi dava sempre
un brivido. Non sto interrompendo nulla, vero? Scocc
un'occhiata ad Algy dall'altra parte del tavolo. Povero Algy.
Era sbiancato, ma con due macchie paonazze sulle guance.
Niente affatto, dissi decisa, e lui si sedette accanto a me
sulla panca imbottita, la mano vicinissima alla mia.
Passammo il resto della serata a parlare. Alla fine Algy si
rivolse ad altre persone nel gruppo e poi se ne and. Chiesi a
Lucho dell'Argentina, del luogo che chiamava le pampas. Volevo
sapere com'era, da dove veniva, cosa amava. Mi disse di
immaginare un panorama nei toni del marrone e dell'oro, un cielo
sconfinato, pianure che si perdevano oltre l'orizzonte, terra
fertile, erba fresca, ruscelli freddi e limpidi, branchi di cavalli
che obbedivano solo all'istinto, non chiusi in stalle e recinti che
ottundono i sensi.
Tu sei diversa, mi disse. Le altre donne parlano della loro
pettinatura nuova e dei loro successi in societ. Ma tu no. Tu
riesci, chiss come, a farmi parlare di parti della mia vita che
di solito non condivido.
Non ti dispiace? gli chiesi.
Al contrario.
Mi chiese anche di me. Non riuscii a mentire e a raccontargli
le storie inventate da Gabrielle, secondo cui eravamo cresciute in
campagna con vecchie zie zitelle. Con lui non ci riuscivo. Quindi
gli spiegai di nostra madre, di come Albert ci aveva abbandonati,
di Aubazine, dell'orfanotrofio e delle suore. Il Pensionnat
di Moulins.
E Vichy. A volte mi sembra di non appartenere a nessun
luogo. Le persone del mio stesso ceto sociale non mi vogliono;
pensano che mi dia delle arie solo perch ho cercato di migliorarmi.
E al tempo stesso l'alta societ non mi vuole a causa delle
mie origini umili. Sono prigioniera nel mezzo.
Ci pens su per un momento. Come un uomo nato in
Argentina e cresciuto nelle pampas, tra i cavalli e negli spazi infiniti.
Mandato in Inghilterra a studiare dove lo consideravano
un estraneo, perch sudamericano. Rispedito, poi, in Argentina
dove lo consideravano anche l un estraneo, perch di cultura
inglese. Vedi, Antonieta, non sei sola. Siamo entrambi nel
mezzo. Senza un luogo d'appartenenza.
E c'era un'altra terra di mezzo che non aveva nominato: essere
sposato sulla carta ma non nel cuore, una sorta di purgatorio,
incastrato fra il paradiso e l'inferno.
Parlammo dei nostri fantasmi. I miei fantasmi. I suoi fantasmi.
Suo padre. Sua moglie. E c'era sempre quella tensione
tra noi, un filo che sembrava collegarci. A un certo punto della
conversazione mi ravvi una ciocca di capelli dietro l'orecchio,
facendomi perdere il filo del discorso. Quando gli dissi di
Julia-Berthe, pos per un momento la mano sulla mia e la strinse.
Mi sforzai di scacciare il velo lucido dagli occhi.
La serata termin come le altre con un bacio sulla guancia,
con me che tornavo di nuovo nel posto al quale appartenevo,
con lo spazio tra noi ancora l, le emozioni sotto controllo.
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CAPITOLO 51.
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Il sabato successivo vidi Lucho alle partite di polo al Bois de
Boulogne. Io, Gabrielle e Adrienne eravamo andate a vedere e
a farci vedere con i cappelli di Gabrielle.
Quando Lucho giocava, tutti gli prestavano attenzione: le
conversazioni si fermavano quando lui attraversava il campo
per sottrarre la palla agli avversari. Finiti gli incontri e assegnati
i premi, i giocatori si mescolarono agli spettatori. Lucho aveva
i suoi cavalli da piazzare, e lo vidi conversare con vari gruppi
di uomini. Ma anche le donne gli si avvicinavano. Belle donne
che battevano le ciglia, piegavano la testa di lato e sorridevano.
Mi sentii annodare lo stomaco. Ovviamente, Lucho aveva delle
amanti. Non era un prete. Era un bell'uomo. Mi dissi che non
erano affari miei.
Per fui molto sollevata quando finalmente sentii una mano
sul braccio e udii bisbigliare all'orecchio: Antonieta.
Era di nuovo mio, per il momento.
Mi sembrava di incontrarlo ovunque. Domenica pomeriggio
era all'ippodromo, dove io, Adrienne e Gabrielle guardavamo
competere i cavalli di tienne e Maurice. Tra una corsa e l'altra,
Lucho usc dalla tribuna d'onore e venne da noi, guardandomi
a lungo negli occhi prima di sporgersi a salutarmi.
Sono veloci, ma sono delicati, disse mentre passavano i purosangue
e il rumore dei loro zoccoli sovrastava il battito del mio
cuore. I cavalli criolli non sono cos veloci. Ma sono resistenti.
Penso che l'esercito francese stia iniziando ad apprezzarli.
La gente capisce che i cavalli argentini sono i migliori del
mondo, dissi sorridendo.
Pian piano iniziano a capire. E i tuoi cappelli?
Alzai lo sguardo sulla Tribune des Dames, dove sedevano le
mogli del Jockey Club - gli uomini avevano una sezione separata
in cui potevano portare le amanti - e vidi un'esplosione di
fiori e frutti. Ma alcune delle pi coraggiose portavano copricapi
che si distinguevano per l'austerit, cappelli di paglia con
la tesa dritta e un solo nastro, altri a tesa larga con un unico
vistoso fiocco. Ci sono alcuni Chanel qui, dissi con orgoglio.
In quel momento ci pass accanto una delle mogli del Jockey
Club. Qualche giorno prima era stata in boutique e avevamo
parlato del t che avrebbe dato per raccogliere soldi per
i poveri. Si era lamentata di una certa altra dama, Madame F.,
che aveva deciso di dare un t lo stesso giorno alla stessa ora.
L'avevo ascoltata lagnarsi a lungo, preoccupata che le sue invitate
scegliessero l'altro evento: il suo prestigio sociale era a rischio.
L'avevo rassicurata dicendo che tutte le signore che venivano
nella boutique dicevano che sarebbero andate al suo t, e
mi era sembrata sollevata, riconoscente. Non avrei dovuto stupirmi
di vedere che l all'ippodromo non mi degnava neppure
di uno sguardo, come se non mi riconoscesse neppure.
Lucho mi vide rabbuiarmi. Che succede? chiese.
Accennai alla donna con un gesto discreto. Porta un cappello
di Chanel Modes, che l'ho aiutata a scegliere. Quando mi
 passata davanti un momento fa non mi ha salutata. Succede
anche a Gabrielle. Queste signore dell'alta societ... vengono
alla boutique, si confidano, ma qui fuori nel mondo non vogliono
avere niente a che fare con noi. Ci passano accanto come se
fossimo invisibili.
Invisibili? disse lui. E questo che pensi?
All'improvviso mi sentii in imbarazzo. Annuii. S.
Indic la Tribune des Dames. Le donne in tribuna, la
signora che  passata ora... Forse fanno finta di non vederti. Ma
la prova  sulle loro teste. Indossano ci che tu hai detto loro di
indossare. Hai influenza su di loro. Potere.  solo che non vogliono
ammetterlo. Ridacchi. Penso che siano loro a passare
per sciocche. Pieg la testa verso di me, ora con un'espressione
seria, e parl in tono sincero. Ti ammiro, Antonieta.
Ero sconcertata. Mi ammiri?
Fece un passo verso di me e mi pos le mani sulle spalle,
avvicin il viso al mio. S, disse, con tanta convinzione
da impressionarmi ancor di pi. C' grande coraggio nel non
permettere al mondo di dirti di no. Nel piazzarti davanti alle
persone che vorrebbero sottovalutarti.  difficile convincere
gli altri ad apprezzare qualcosa di cos vicino al tuo cuore che
per loro pu essere nuovo o diverso. Ci vuole determinazione,
perseveranza, verve.
I suoi cavalli, pensai.
Dopo un momento tolse le mani dalle mie spalle, ma le sentii
l per il resto della giornata.
La mattina dopo in boutique presi da parte Gabrielle.
Voglio chiederti una cosa, dissi. A proposito di Lucho.
S? Alz le sopracciglia con interesse.
Le nostre stelle continuano a incrociarsi. Dovr esserci una
ragione, non ti pare?
Penso che ti preoccupi troppo delle ragioni. Aspetti una
persona che forse non esiste. Lucho  qui. Perch non vivere
ora, Ninette, nel presente? Nessuno sa cosa ci riserva il futuro.
Be', nessuno tranne le zingare.
Durante la pausa pranzo la convinsi a portarmi da un'indovina,
una vecchia che leggeva le carte poco fuori dal Marais. Il
responso fu chiaro. Eccola l, la carta del cuore. C'era passione,
amore. E una nave.
Se non segui il tuo cuore la perderai, disse la cartomante.
Ecco, vedi, Ninette, te l'avevo detto, disse Gabrielle.
L'indovina gir altre carte, e alla fine mostr la combinazione
che avevamo visto prima, quella che indicava una morte
prematura. Nostra madre. Julia-Berthe.
O forse... chiss, poteva riferirsi... alla moglie di Lucho?
Mi sposer mai? chiesi.
La donna mescol le carte e le dispose di nuovo sul tavolo.
Trattenni il respiro e poi eccola, la carta con l'anello. Poteva
significare matrimonio, ma anche altre cose. Un impegno. Un
accordo infranto. Un rapporto d'affari. Stava alla cartomante
dedurre il vero significato.
S, disse. E nelle carte. Un giorno ti sposerai.
Guardai Gabrielle, con gli occhi sgranati, e lei annu.
Poteva significare una cosa sola.
Lucho sarebbe stato libero.
E poi, finalmente, ci saremmo sposati.
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CAPITOLO 52.
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Lucho aveva un posto tutto per s, una semplice casa in mezzo
alle pampas dove si sentiva in pace.
Voglio portartici, Antonieta, mi disse una sera a cena, con
voce bassa e roca, il genere di voce che scioglie i nervi e smussa
gli spigoli, che ti scalda da dentro.  bella quasi quanto
te, prosegu. L'alba, il tramonto. Il profumo dell'eucalipto,
il muggito del bestiame, il canto degli uccelli. E i cavalli al pascolo
nei campi. Quando sono con loro non ho un pensiero al
mondo. Vivono nell'istante. Nient'altro importa.
Anch'io volevo vivere nell'istante. Ero pronta, le parole di
Gabrielle mi risuonavano in testa. Lucho  qui. Perch non vivere
ora, Ninette, nel presente?
Prima, a Royallieu, poi da Maxim's, avevo solo intravisto Lucho,
avevo sentito il richiamo di una connessione profonda, primordiale,
ma poi lui se n'era andato, ed erano passati mesi o
anni. Ora, a Parigi, ci vedevamo cos spesso che non potevo pi
fingere che l'attrazione tra noi non fosse reale. E non ero pi
tenuta a ignorarla. Pensavo che sentirmi accettata dalla societ
avrebbe riempito il vuoto che si era aperto quando nostro padre
ci aveva abbandonate. Ma pian piano, gradualmente, attraverso
Chanel Modes, si era riempito da solo. Stavo combinando qualcosa
nella vita, e a modo mio. Lucho mi aveva aiutata a capirlo.
Che paradosso. I nostri cappelli si erano infiltrati nei salotti
dell'alta societ, e ora non mi importava pi di essere accettata
da quelle persone. Con Lucho mi sentivo sempre nel posto giusto.
Non pensavo quasi pi al fatto che fosse sposato. E quando
me lo ricordavo mi sembrava irrilevante. Non sapevo se la
profezia della cartomante fosse giusta o sbagliata. In ogni caso
non mi sembrava pi importante.
Quello che contava era stare con lui. Non dovevo far altro che
dirglielo. Non sapevo come avrebbe reagito. Qui sono tutti in rovina,
mi aveva detto a Royallieu, tutti tranne te. Forse era troppo
gentiluomo per accettare la mia proposta. Pregai che non lo fosse.
Pass alla boutique l'indomani mattina prima di andare a
una riunione con i banchieri di Harrington & Sons. La sola
vista di lui, il suo viso abbronzato, il suo portamento disinvolto
ma autorevole... quando entrava in una stanza mi sentivo
sempre attraversare da una corrente elettrica. Conoscevo il suo
volto meglio del mio, le sue espressioni, il modo in cui gli danzavano
gli occhi quando mi guardava.
Era la mia occasione.
Per fortuna non c'erano clienti. Di solito i nostri appuntamenti
cominciavano in tarda mattinata.
Ti va di fare due passi? gli dissi. Non volevo che ci sentisse
Gabrielle o qualcuna delle sarte.  una mattina cos bella.
Lui guard l'orologio e poi guard me, e sorrise. Ma certo.
Non mi dispiace mai far aspettare i banchieri.
Il giardino delle Tuileries distava pochi isolati, e l ci sedemmo
su due sedie all'ombra, lontano dal vialetto di ghiaia, dalla
gente che passeggiava o faceva picnic sull'erba.
Feci un respiro profondo. Lucho, ho preso una decisione.
Aveva quel suo modo di ripiegarsi verso di me, di ascoltare
con il corpo.
Sono pronta, dissi.
Pronta?
Non voglio pi aspettare. Aspettavo un futuro che non
arriver mai, e per tutto questo tempo tu sei rimasto qui davanti
a me. Voglio vivere nell'istante. Voglio vivere nell'istante
con te.
Si avvicin, cos vicino che pensai stesse per baciarmi. Ma
non lo fece. La sua voce, i suoi occhi, erano seri.
Antonieta. Sei sicura di ci che dici? Non posso darti quello che vuoi. Non posso darti la rispettabilit.
Quello che voglio  cambiato. Non mi importa pi come
prima della rispettabilit. Ho venticinque anni e sono viva soltanto
a met. Non me ne sono resa conto finch non sei tornato
quest'estate. Voglio provare emozioni. Voglio amare. Voglio
essere amata. Da te. E tutto ci che voglio.
Lo voglio anch'io. Ma per te cambierebbe tutto. Una donna
non sposata che prende un amante... non si torna indietro
da una cosa del genere.
Lo so, e non mi importa. Ho conosciuto uomini che mi
avrebbero scelta senza indugio se avessi detto di s. Ma pensavo
sempre a te. Pensavo sempre che se dovevo concedermi in quel
modo, l'avrei fatto solo con te. Sei cos attento alla mia... posizione.
Ma non c' pi bisogno che tu stia attento. Non lo voglio.
Mi osserv come se aspettasse di vedermi battere le palpebre
o dare qualche segnale che tradisse i miei dubbi. Non voglio
che tu abbia rimpianti, disse.
Il mio unico rimpianto  aver aspettato cos a lungo.
Mi prese la mano con entrambe le sue, la copr, la strinse, riflettendo,
e alla fine parl. Lo volevo. Ti volevo dalla prima volta
che ti ho vista. Ma a una condizione. Ora fu il suo turno di
fare un respiro profondo. Sai che non sono libero. Non posso
essere tuo. Forse per un giorno troverai un altro, una persona
libera. Quando la trovi, va'. Devi promettermi che andrai.
Ma non...
Promettimelo.
Se dovesse succedere, prometto. Ma non sarebbe successo.
Non riuscivo a immaginare di volere qualcuno come volevo
Lucho.
Decidemmo di incontrarci quella sera nella sua suite al Ritz.
Era meglio che andassi io da lui, disse. Cos potevo ancora cambiare
idea. Se non vieni, capir. Ma glielo leggevo in faccia, il
desiderio che andassi, e mi diede un brivido di gioia.
Quella sera la hall dell'albergo era affollata. Portavo il cappello
a tesa larga abbassato sulla fronte per tenere in ombra il
viso. Entrando, mi sentii in imbarazzo - le signore non si presentavano
al Ritz da sole - finch capii che nessuno mi aveva
notata. Quei gentilhommes in abito da sera, le donne con i vestiti
costosi, tutti pensavano solo a se stessi. Anche il ragazzo
dell'ascensore mi parve disinteressato, ma d'altronde il suo lavoro
richiedeva discrezione.
Nel frattempo ogni parte di me si era risvegliata, i sensi acuiti,
l'impazienza mi faceva palpitare il cuore.
Lucho aveva promesso di non chiudere a chiave la porta.
Quando raggiunsi la sua suite bussai piano e poi spinsi, ma lui
era gi l dall'altra parte, ad aspettarmi.
Antonieta, disse, e mi prese tra le braccia, facendomi cadere
il cappello.
Non pensare, aveva detto Gabrielle, ma io volevo pensare.
Volevo pensare a lui e a me in un luogo in cui nient'altro importava,
solo noi due.
Parlami delle pampas, bisbigliai mentre mi baciava sul
collo e mi sfilava gli spilloni dai capelli. Di cosa odorano, che
rumori si sentono, che sensazioni danno?
Chiusi gli occhi mentre mi sfilava la giacca. Sentii le sue mani
slacciarmi i bottoni sul retro del vestito.
Portami l, gli bisbigliai sulla spalla, e lui lo fece, i nostri
corpi uniti, un tramonto arancione, rosa e rosso, il profumo
dolce dell'eucalipto, le praterie che si perdevano all'orizzonte,
e un cielo scuro come il pi lussuoso dei velluti, che mi avvolgeva
in un'esplosione di stelle da mozzare il fiato.
Respira, disse, mentre mi stringeva tra le braccia e mi baciava
sul viso. Non dimenticarti di respirare.
...
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CAPITOLO 53.
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...
Quando non ero fisicamente con Lucho ero con lui nella mia
mente: rivivevo il modo in cui mi aveva toccata, le cose che avevamo
fatto, cos nei dettagli da farmi arrossire anche a distanza
di ore.
Sembri diversa, Ninette, disse Gabrielle una mattina, con
un sorriso complice, e ricordai come mi era sembrata a Royallieu,
dopo che era stata con tienne. C'era una luce nuova sul suo
viso. Era lo stesso per me? Certamente mi sentivo cos.
A volte, a tarda sera, dopo, io e Lucho ci sentivamo irrequieti
e andavamo a esplorare parti della citt che avevo sempre voluto
visitare, come ci eravamo appena esplorati l'un l'altra. Parigi
era magica a quell'ora.
Una sera andammo a Montmartre. Mi ero aspettata un ambiente
sofisticato, elegante, e invece trovai un ventre molle di
oscenit e intrigo, opulenza e disperazione, una collina frequentata
da turisti ricchi che volevano poter dire di esserci stati,
da prostitute agli angoli della strada che non avevano un altro
posto dove andare. Al Moulin Rouge e alle Folies Bergres,
le cameriere erano a petto nudo. Sul palco, sfilze di ballerine alzavano
la gonna all'unisono e scalciavano una gamba ad altezze
inarrivabili, lasciando intravedere parti che normalmente restavano
nascoste. Lo spettacolo passava rapidamente da un atto
al successivo, dai tableaux vivants di scene dell'antico Egitto a
comici che facevano battute sguaiate, a gag a tema licenzioso.
Accanto a me Lucho restava in silenzio e di tanto in tanto mi
lanciava un'occhiata per sondare la mia reazione.
Quando salirono sul palco due donne che indossavano solo ghirlande di fiori strategicamente posizionate, e mostravano
interamente il petto e il fondoschiena, risi a voce alta all'idea
di cosa avrebbe pensato Gabrielle. Diceva sempre che le
donne non dovevano adornarsi troppo, ma neanche troppo
poco. L'eleganza stava da qualche parte nel mezzo.
 sconcio o sensuale? chiesi a Lucho. Non riesco a decidere.
Lo so io cos' sensuale, disse lui, passando un dito sul mio
braccio nudo con aria provocante, e non  questo. Ce ne andiamo?
Aveva gi visto tutte quelle cose. E io avevo visto abbastanza.
Montmartre non faceva per noi, dopotutto.
E quindi, pensai con una certa meraviglia, c'era un noi.
Da quel giorno in poi, se volevamo uscire andavamo da
Maxim's appena in tempo per la Vedova allegra, perch ci sembrava
il nostro posto, la nostra danza. Altre volte, quando lui
stava da me al Pare Monceau, andavamo in un caff da quelle
parti, dove le candele a centrotavola erano infilzate nel collo di
bottiglie vuote di vino, e la cera colava lungo i fianchi come un
caldo abbraccio. L parlavamo delle cose pi insignificanti - i
nostri colori preferiti, i piatti prediletti - come fossero grandi
rivelazioni.
Torner, disse una sera mentre passeggiavamo lungo il Canal
Saint-Martin. L'estate era quasi finita e sapevamo entrambi che
alla fine sarebbe tornato in Argentina. Per qualche settimana
a novembre. E poi quasi tutto marzo. Poi di nuovo in estate.
Star qui per tutta l'estate, Antonieta.
Lo guardai. Era vero? A volte le persone se ne andavano e
non tornavano pi. Mi strinse a s e io mi sforzai di memorizzare
il suo profumo, la sua presenza. Gli presi la mano, la sentii
forte e capace, non troppo dura, non troppo morbida.
Da allora in poi, ogni giorno mi donava qualcosa che aveva
visto e che gli ricordava me. Ti vedo ovunque, diceva.
Prima una rosa senza spine, poi un sasso che aveva catturato
la sua attenzione perch luccicava al sole. Mi port una fragola.
Assaggiala. Non  troppo aspra. Dolce, ma non troppo dolce.
Un bouquet di dalie color albicocca. Cos carine, disse.
Cos vibranti, cos vive. Guarda i colori. Il modo in cui quei
piccoli petali si aprono al mondo.
Una foglia a forma di stella. Siamo tutti pezzi di stelle,
frammenti caduti sulla terra. E io e te, Antonieta, veniamo dalla
stessa stella. Ne sono sicuro.
In giovent pensavo che i mlo di Decourcelle fossero l'apice
del romanticismo. Non avevo idea che la vita reale potesse
essere ancora meglio.
Alla fine di luglio Andr torn da scuola e Lucho lo port al
maneggio per insegnargli a cavalcare.
Ad agosto, quando vidi Andr andarsene con Boy e Gabrielle
a Deauville, una localit balneare sulla costa della Normandia
frequentata da gente ricca e titolata, mi parvero una famigliola
perfetta, una coppia sposata con il figlio e il cagnolino. Mi domandai
se anche io e Lucho facessimo la stessa impressione
alla gente quand'eravamo con Andr; era un pensiero agrodolce.
Amante. Irrgulire. Per tanto tempo avevo avuto paura di
quelle parole. Ora le vedevo per ci che erano: etichette dispregiative
che non lasciavano spazio alle sfumature. Tecnicamente
ero una di loro, ma non mi consideravo cos. Pensavo a me stessa,
semplicemente, come a una donna innamorata e riamata, ed
era solo quello l'importante.
Ogni volta che ne avevamo la possibilit, ci chiudevamo da
soli nella suite di Lucho al Ritz. L'inevitabile stava arrivando,
e sentivamo l'urgenza di stare pi vicini possibile. Dal letto lui
ordinava il servizio in camera, tutto ci che volevo, come una
regina, e ogni genere di antipasto che non avevo mai provato
prima, solo per farmeli assaggiare.
Quando l'ora arriv, mi prese il viso tra le mani e mi chiese
di partire con lui. L nella sua suite vidi il dolore tornare nei
suoi occhi, una solidit mista alla tristezza.
Verr, dissi. Un giorno verr.
Non insistette. Ciascuno di noi aveva il suo posto. Il suo era
con i cavalli in Argentina. Il mio era l con Gabrielle e Chanel
Modes. Avevamo parlato della morte di Julia-Berthe, dell'effetto
che aveva avuto su mia sorella e su di me, di come per tutta
la vita non avevamo mai avuto nessuno su cui fare affidamento
se non l'una sull'altra. A volte il mio legame con Gabrielle sembrava
quasi fisico, come una condivisione di carne e sangue.
Lucho mi capiva.
Se trovi qualcuno mentre io sono via... Distolse lo sguardo,
i muscoli sul suo viso si tesero.
Non lo far. Non avrei potuto.
Se lo fai, va bene, mormor. Voglio solo saperlo, tutto
qui.
E tua moglie, avrei voluto dire, se le succede qualcosa...
Ma me l'avrebbe detto. Non avrei avuto bisogno di chiedere.
Quello lo sapevo per certo.
Quella notte nessuno dei due riusc a dormire. Sembrava
che, se fossimo rimasti svegli, l'indomani non sarebbe mai arrivato
e lui non avrebbe dovuto partire. Ma il sole sorse come
sempre e andammo insieme alla stazione dei treni. Lui aspett
l'ultimo momento per salire, e quando il treno inizi lentamente
a muoversi restai da sola sulla banchina e pensai a mio padre
che svaniva in lontananza senza neppure girarsi a guardare. Ma
Lucho rest sulla porta, sporgendosi in fuori, a guardarmi, finch
il treno prese velocit, e allora spar.
...
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CAPITOLO 54.
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...
Respira, aveva detto Lucho, e io ci provavo. Ma la sua partenza
mi colp come uno di quei venti freddi di Aubazine che ululavano
sfrecciando nelle gole tra i monti. Lo spazio intorno a me
sembrava cos vuoto senza di lui. Il primo giorno piansi finch
mi si gonfiarono gli occhi e Gabrielle mi disse di smetterla.
Nessuno avrebbe comprato cappelli da una vendeuse in lacrime,
e lei aveva bisogno del mio aiuto.
Da Chanel Modes il salone era gremito di clienti. Gabrielle
Dorziat era diventata famosa, e nella popolare commedia Bel
Ami indossava due cappelli di Gabrielle, uno in paglia a tesa
larga con un bordo girato all'ins e un tricorno di velluto. Non
solo, ma di recente Les Modes aveva pubblicato fotografie di
un'altra attrice, Genevive Vix, con cappelli di Chanel Modes.
Non sbagliavo quando avevo detto a Lucienne che erano le attrici
a lanciare le mode.
Le nostre vendite raddoppiarono. Stavamo rimborsando la
lettera di credito.
Quando tornai a immergermi in una routine fatta solo di
cappelli, la solitudine si stemper. Mi tenevo occupata assumendo
altre sarte per l'atelier, un'incombenza cui Gabrielle si
sottraeva. A settembre Lucho scrisse che era arrivato in Argentina.
Un'altra lettera a ottobre annunci che di l a poche settimane
sarebbe ripartito per Parigi. Lucho torn a novembre
come promesso e poi di nuovo a marzo.
Questo me lo ricordo, disse, baciandomi il lobo dell'orecchio
quando fummo soli al Ritz. E questo, disse, spostandosi
gi lungo il mio collo. Oh, s, e questo...
Quando mi regal un braccialetto d'oro di Cartier, non riuscii
a smettere di guardarlo. Non avevo mai posseduto nulla
di cos bello.  il colore dei tuoi capelli, disse. E di quelle
pagliuzze che hai negli occhi.
Avevamo i nostri interludi, gli splendidi ricongiungimenti,
le dolorose separazioni. Vieni con me, diceva quando arrivava
il momento di ripartire per l'Argentina.
Resta qui, ribattevo. Non devi partire per forza.
E invece doveva partire, e io lo capivo, per quanto fosse doloroso.
Non vedevo l'ora che arrivasse l'estate.
Alla boutique un giorno di fine aprile, prima dell'ora di punta
degli appuntamenti pomeridiani, Gabrielle si appoggi il dito
sopra le labbra come fosse un paio di baffi e disse in una voce
profonda e mascolina: Penso che tu stia costruendo qualcosa,
Coco. Stava imitando Boy.
Vuole che apra una boutique a Deauville, disse, con la sua
voce normale. Secondo lui dovrei vendere vestiti. A causa delle
normative cittadine, a Parigi non poteva farlo. La gente la fermava
per strada per chiederle dove avesse comprato i suoi vestiti,
e si stupivano tutti quando rispondeva che se li faceva da sola;
ma il numero di licenze concesse nei diversi quartieri della citt
era limitato, e l vicino c'era gi una sartoria. Ma Deauville era
pronta per lo stile di Gabrielle?
Sapevo che quando andava l con Boy indossava abiti fatti
da lei, vestiti dalla linea semplice e senza busto, maglioni ampi,
gonne alla caviglia: l'esatto opposto dell'alta societ, delle Eleganti
che non riuscivano neppure a camminare lungo la promenade
con quei cappelli enormi e gli abiti rigidi che impedivano
i movimenti. Gabrielle si divertiva in spiaggia e nuotava in mare,
persino, in un costume da bagno di sua invenzione. Dovresti
vedere le vecchiette, mi disse. Quando esco dall'acqua
mi fissano da dietro gli occhialini da teatro come se stesse per
finire il mondo.
Nei suoi abiti comodi aveva imparato a giocare a croquet.
Boy le stava insegnando il tennis.
Tu restituisci la libert alle donne, Coco, gli avevo sentito
dire una volta quand'era passato dalla boutique dopo uno dei
loro viaggi. Come faremo a tenervi al vostro posto?
Non ci riuscirete, aveva ribattuto lei, e lui aveva sorriso
orgoglioso.
Adesso era lei a sorridere. Lo far, Ninette. C' un posto in
rue Gontaut-Biron, tra l'Htel Normandy, il casin e la spiaggia,
proprio al centro di tutto. Boy ha gi versato l'affitto.
Ma avevo capito che volevi rimborsargli i soldi che gi gli
devi? dissi, cauta. Non mi sembrava il caso di aprire un nuovo
negozio quando dipendeva ancora da Boy. Non ricordava
quanto c'era rimasta male quando aveva saputo della garanzia?
Come si era sentita ingannata?
 cos. Ma questa  un'opportunit di fare altro a parte i
cappelli.
Ogni settimana leggevo gli estratti conto. Non stavamo pi
attingendo alla linea di credito. Lentamente stavamo restituendo
a Boy i suoi soldi. Ma quando glielo ricordavo, il suo volto
assumeva quell'espressione che le veniva ogni tanto, che mi ricordava
un toro infuriato e pronto alla carica.
Be', ho gi deciso. Tu non sei mai stata a Deauville. Non sai
com'. Non hai voce in capitolo.
Ora mi irritai. So com' il registro contabile, per. Quand'
l'ultima volta che l'hai consultato?
Boy dice che per avere successo negli affari bisogna correre
rischi.
Ed  per questo che si chiamano rischi, dissi io. Perch
si pu perdere tutto.
In realt non ero tanto sicura neanche di quei suoi vestiti.
Vedevo il loro fascino, ma l'avrebbero visto anche le altre donne?
E se la boutique fosse fallita? Non riuscivo neanche a pensarci.
Non solo per me, ma per lei.
Fu il nostro primo litigio per questioni d'affari. Per giorni
non ci rivolgemmo quasi la parola.
Prima di tornare a Deauville, Gabrielle mi disse che aveva
bisogno di me pi che mai, che ero a capo della boutique di
Parigi. Ma non ero ancora convinta. Pensavo che avrebbe fatto
meglio a concentrarsi su Parigi. Chanel Modes stava crescendo.
Altre riviste avevano pubblicato i cappelli di Gabrielle e avevamo
gi dovuto aprire un altro laboratorio e assumere un donnone
di nome Angle come direttrice dell'atelier.
E ora voleva vendere quei golf informi?
Era Parigi la capitale della moda, non una piccola localit
balneare sulla costa della Normandia.
...
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CAPITOLO 55.
...
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...
Mi sbagliavo. Non avrei potuto sbagliarmi di pi.
La nuova boutique fu un successo fin dal momento dell'apertura,
scrisse Gabrielle, dicendo di non preoccuparmi.
Adrienne e Maurice erano andati a Deauville per aiutarla e
Adrienne torn con un resoconto completo: Dovevi essere l,
Ninette. Un pomeriggio, io e Gabrielle ci siamo vestite uguali,
anche con le stesse scarpe! Si erano messe davanti all'ingresso
della boutique a far cenno alle clienti di entrare. Boy e Maurice
sedevano su una panchina l davanti e ben presto si era radunato
un capannello di amici del Jockey Club. Allora altre persone
si erano fermate per scoprire cosa succedeva, sportivi, nobili,
aristocratici senza niente di meglio da fare.
Era una festa, spieg Adrienne. Sembrava il Bois de
Boulogne la domenica pomeriggio. Le signore che passavano
di l entravano tutte nella boutique, esaminavano i cappelli e i
cardigan, e alla fine non ne  rimasto quasi nessuno.
Non molto tempo dopo ebbi occasione di vedere coi miei
occhi il negozio di Deauville: un altro pezzetto di mondo che
potevamo chiamare nostro. Lucho era tornato per l'estate, e
oltre ai nostri idilli parigini passavamo pi tempo possibile a
Deauville, lasciando Angle a capo del negozio di rue Cambon
per qualche giorno alla volta.
Soggiornavamo all'elegante Hotel Normandy e di mattina,
mentre gli uomini erano con i cavalli, io e Adrienne passeggiavamo
sul lungomare indossando le creazioni di Gabrielle, quei
morbidi cardigan con cintura che lei amava tanto, abbinati a
gonne dal taglio comodo: camminavamo a testa alta e con lo
sguardo in avanti, un leggero sorriso sulle labbra, e la gente ci
fissava e si chiedeva chi fossimo.
Si un a noi Andr, che era in vacanza dalla scuola. Io e
Gabrielle gli avevamo regalato un cane che aveva chiamato
Bruno e spesso li portavamo a fare picnic in spiaggia. Aveva
nove anni, i contorni del viso gli si stavano affusolando, le gambe
si allungavano e ci meravigliammo di sentirlo parlare un inglese
perfetto con Boy.
Passavamo i pomeriggi al polo club. Non mi stancavo mai di
guardare Lucho giocare. Con lui il polo era pi che uno sport.
Era qualcosa di paradisiaco, una fusione di spiriti, umano e
animale. Quand'era con i suoi cavalli aveva un'aria pi serena,
quella pace che diceva di provare solo nelle pampas.
Di sera ci cambiavamo d'abito e ci vedevamo per cena. A
volte si andava a ballare. A Parigi andava di moda il tango, tanto
che qualcuno aveva iniziato a chiamarla Tangoland, e la
voga era arrivata sino a Deauville. C'era persino un treno da cui
venivano tolti i sedili per permettere ai passeggeri di ballare da
Parigi a Deauville e ritorno.
Quello non  tango, disse Lucho una sera mentre guardavamo
le coppie sulla pista da ballo al Normandy, con un'espressione
scandalizzata sul bel viso. Quello  un crimine. Un
insulto all'Argentina. Una bestemmia. Guardali, pensano troppo
al passo successivo.
Mi condusse tra loro, stringendomi pi forte del solito, premendomi
a s mentre ruotava i fianchi di qua e di l per indurre
i miei a fare lo stesso.
El tango est entre paso y paso, disse. Non sono i passi,
ma quello che succede tra l'uno e l'altro. Ha a che fare con
la nostalgia e il desiderio. Con la passione, il sentimento, gli
istinti.
All'improvviso fece un passo indietro e l'inerzia mi fece ruotare
nella direzione opposta; tenendomi per mano mi tir di
nuovo a s e mi strinse, cingendomi la vita con le mani.
Dev'essere eccitante, sensuale, disse, il suo fiato sul mio
collo. Pi tardi, quando saremo soli, ti insegner il vero tango.
Ben presto tutta Deauville conobbe Gabrielle Chanel. Io e Lucho
preferivamo passare il tempo da soli all'hotel quando era
possibile. Lo stesso valeva per Maurice e Adrienne. Ma Gabrielle
amava essere al centro dell'attenzione. Voleva che tutti
la vedessero con il bel Boy Capel, il campione inglese di polo
che si faceva notare ovunque andasse con la sua bellezza olivastra
e le sue buone maniere britanniche. Gabrielle voleva far
vedere a tutti quant'erano innamorati, e che tra tutte le donne
Boy aveva scelto lei.
E la gente li notava. L'artista Sem, che si trovava a Deauville,
disegn una caricatura di Gabrielle e Boy che danzavano, in cui
Boy era un centauro e mia sorella una femme fatale tra le sue
braccia, negli abiti disegnati da lei. La pubblic in una raccolta
intitolata Tangoville sur Mer. Passione, sentimento, istinti. L'aveva
ritratto alla perfezione.
Qualcuno, in societ, temeva la matita satirica di Sem. Ma
non Gabrielle.
Vedi, pap, la immaginavo pensare, anche dopo tutti quegli
anni. Guardami. Sono degna d'amore.
...
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...
CAPITOLO 56.
...
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...
A Parigi, la mania del tango non mostrava segni di cedimento.
I parigini partecipavano ai tango-th, eventi organizzati dagli
alberghi per quattro franchi a persona con t e panini. Pi
tardi c'erano feste a tema tango, tango di beneficenza, balli tango,
cene tango. La vie heureuse pubblic un articolo in cui si
discuteva sullo stile di tango pi autentico. Le signore dell'alta
societ ingaggiavano maestri professionisti. C'erano scarpe da
tango, gonne-pantalone da tango, busti speciali, meno stretti,
per ballare il tango. Le gonne andavano alzate da terra per non
inciampare. Finalmente sparirono le hobble skirt, quelle gonne
lunghe e strette che impedivano di camminare comodamente.
Persino i cappelli erano cambiati, con un'aigrette diritta sul
davanti invece di una piuma adagiata sul fianco, che avrebbe
rischiato di sbilanciare la ballerina.
Tango, tango, tango ovunque. Il colore arancione non era
pi il colore arancione. Era il couleur tango.
Antonieta, mi sentii chiamare un pomeriggio nella boutique
di rue Cambon, in una voce che non poteva appartenere
a Lucho. Era settembre, quindi lui era gi tornato in
Argentina.
Alzai lo sguardo dagli ordini che io e Gabrielle stavamo
esaminando e vidi un giovanotto dal sorriso raggiante, fermo
sulla soglia. I folti capelli neri erano pettinati all'indietro con la
brillantina. Indossava ghette bianche, abiti vistosi, un garofano
fresco all'occhiello e portava una grossa valigia dalla foggia
insolita.
Chi  quello? bisbigli Gabrielle, seduta accanto a me,
mentre Adrienne, che si stava provando dei cappelli davanti
allo specchio, esclam: Ma cosa mai...?
Arturo ! Mi alzai per salutarlo. Tu devi essere il cugino di
Lucho. Da Buenos Aires.
Arturo fece un inchino formale. Arturo de Alba de Vallado
de Irujo de Harrington, disse, neanche fosse alla corte di
Versailles.
Trattenni un sorriso. Era la prima volta che lo vedevo ma
Lucho me l'aveva descritto come un personaggio, un bon vivant,
la pecora nera della famiglia perch preferiva i nightclub
all'estancia. Era affascinante. Un dandy. Aveva cinque anni meno
di Lucho, e i suoi genitori l'avevano diseredato finch non
metteva la testa a posto. Aveva un gran sorriso, occhi intensi,
una joie de vivre mescolata a un'impertinenza latina, insomma
era irresistibile.
 qui per dare lezioni di tango, spiegai a Gabrielle e
Adrienne. Molti giovani argentini erano venuti a Parigi come
insegnanti di ballo per approfittare di quella moda.
Qui? disse Gabrielle con aria confusa, indicando la
boutique.
Non qui nella boutique, risposi. A Parigi.
Adrienne sorrise. Be', dato che  qui nella boutique, senor
de Harrington, ci mostri cosa sa fare, s'il vous plait. Amiamo
tutte il tango.
Sar un piacere, disse lui, con un lampo improvviso negli
occhi. Ma prima... Apr la valigia e, con nostro grande stupore,
ne estrasse un grammofono portatile. Mise un disco e poi mi
fece piroettare qua e l per la boutique, percorrendola a passo
di tango e con grande intensit, con svolte e casqu improvvisi.
Con Lucho, era passione. Con Arturo, divertimento puro.
Poi fu il turno di Adrienne e poi di Gabrielle, dopodich
notammo che un trio di signore si era radunato vicino alla porta
e ci fissava: i nostri appuntamenti successivi. Mesdames,
disse Arturo girandosi verso di loro con un mezzo inchino.
Corsi a salutarle, ma non volevano parlare con me. Volevano
Arturo. Lei d lezioni, Monsieur? chiese una delle tre.
Lui tir fuori un biglietto da visita e glielo porse, incantandola
con il suo sorriso, con quell'esuberanza contagiosa. Arturo
de Alba de Vallado de Irujo de Harrington, al suo servizio,
Madame, disse, e poi le porse la mano. Vogliamo?
Chi avrebbe potuto rifiutare? Tutte volevano il loro turno.
Quel pomeriggio non vendemmo neanche un cappello. A
nessuno importava d'altro che di Arturo. Le clienti chiesero
quando sarebbe tornato.
Devi venire ogni pomeriggio, gli dissi. Puoi lasciare il
biglietto da visita alle nostre clienti. Vorranno prendere lezioni
da te e ben presto insegnerai il tango a tutta Parigi.
Torn davvero, con il suo grammofono, e a volte fece il suo
ballo sensuale anche con Angle, facendola arrossire. La lista
delle sue clienti si allung e cos la nostra. Tutte le signore volevano
la compagnia di Arturo, ma io avevo le mie ragioni. Mi
ricordava che Lucho, pur cos lontano, era reale. Volevo chiedere
ad Arturo della moglie di Lucho. Lui la conosceva? Che
tipo era? Ma mi trattenni. Se iniziavo a pensare a lei non avrei
pi smesso.
Ben presto Arturo divenne il maestro di tango pi ricercato
della citt. Un gruppo di signore guidato dalla Principessa Murat
prese in affitto una lussuosa dimora sugli Champs-Elyses e lo
sistem l, emettendo biglietti per stabilire l'ordine di priorit
delle lezioni. Biglietti azzurri per le signore della crme, biglietti
rosa per il livello inferiore del gran mondo.
Era il 1913 e il mondo era praticamente irriconoscibile.
C'erano pi automobili che cavalli per le strade. Uomini coraggiosi
tentavano di conquistare il cielo in macchine volanti
o sfrecciavano sfidando la morte nelle corse automobilistiche.
Il pianeta sembrava espandersi e contrarsi allo stesso tempo, e
tutti volevano solo ballare, stringersi l'uno all'altro e muoversi
seguendo una coreografia prestabilita: questa direzione, quella
direzione, poi di nuovo questa. Era l'unico modo per sapere
con precisione dove si sarebbe finiti.
Deauville quell'estate, l'estate del '14, era pi luccicante di prima,
come il palcoscenico di un teatro, una scenografia che mi
sarebbe rimasta per sempre nella memoria. Lucho era tornato
e spesso fuggivamo insieme da Parigi.
Intorno a noi erano tutti ricchi. Erano tutti belli. Tutto era
facile. Di mattina la boutique si riempiva delle Eleganti pi alla
moda, che compravano cappelli e vestiti come fossero caramelle.
Intanto gli uomini si radunavano fuori per discutere
delle corse dei cavalli, delle ultime notizie. Di sera tutti ballavano.
Bevevamo champagne. Mangiavamo ostriche, non perch
ci piacessero ma perch potevamo. Chanel Modes registrava
profitti, si era espansa dai cappelli all'abbigliamento resort, un
nuovo genere di vestiti in cui le donne potevano muoversi liberamente
sui campi da tennis e da golf. Gabrielle aveva perso
interesse per i cappelli e mi ero stupita di constatare che era lo
stesso per me. C'era un limite a quello che si poteva inventare
con il feltro e le piume.
Dopo cena, io e Lucho non restavamo a lungo tra la gente.
Soli sul molo guardavamo il cielo, un milione di stelle che lucevano,
e cercavamo la nostra, quella da cui eravamo venuti.
Penso che sia quella l, diceva lui, indicandone una.
No, ribattevo, puntando il dito sulla pi luminosa che
trovavo. Quella l.
Nella nostra stanza, dove la musica dell'orchestra nel ristorante
entrava portata dalla salsedine attraverso le finestre aperte,
ballavamo, un languido dondolio. Quando finiva la musica
ci muovevamo al ritmo della marea, seguivamo il crescendo
delle onde che si infrangevano sulla sabbia, la loro ritirata fluida
come il fruscio della seta.
Mentre da qualche parte, lontano da l, un arciduca veniva
assassinato.
...
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...
CAPITOLO 57.
...
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...
Guerra?
Nella boutique di Parigi, fissai Angle cercando di capire.
Era il tardo pomeriggio. L'avevo mandata a sbrigare una commissione
e lei era tornata a mani vuote e senza fiato. Goccioline
di sudore sulle tempie. Era caldo, anche per essere agosto.
Cos si dice. Pare che la Germania abbia dichiarato guerra
alla Russia, e la Francia sar la prossima. Stanno affiggendo gli
ordini di mobilitazione alle porte dell'ufficio postale.
Sentii fermarsi il cuore. In Francia, tutti i ventenni dovevano
passare anni nell'esercito, dopodich venivano considerati
riservisti. Ora, stando ad Angle, ai riservisti veniva ordinato di
presentarsi nelle caserme l'indomani. Non c'era tempo da perdere.
I tedeschi si stavano ammassando al confine.
Grazie a Dio Lucho non era francese.
Guardai fuori della finestra, perch si sentivano suonare i
clacson fin da rue Saint-Honor. Uscii e, all'angolo della strada,
trovai una fiumana di persone che si dirigevano verso place
de la Concorde. Alcune ragazze dell'atelier si sporgevano dalle
finestre del primo piano e chiedevano a gran voce informazioni
ai passanti.
Chiusi la boutique in anticipo. La stagione a Deauville sarebbe
finita prima del previsto e Gabrielle sarebbe tornata. Andr
era ancora l con lei, ma presto sarebbe tornato in Inghilterra,
dove sarebbe stato al sicuro, lontano dalla guerra.
Guerra... Cosa significava?
Aspettai Lucho nella boutique. Venne appena ebbe saputo
la notizia. Cosa succeder? gli chiesi, ma non rispose, mi tir
a s in silenzio.
Sembrava che tutta Parigi fosse scesa in strada. Ci unimmo
alla folla che percorreva i boulevard, si radunava nei parchi
e sotto i monumenti cantando La Marseillaise. Vive la Trance
gridavano, o Vive l'Arme, sventolando bandiere o cappelli di
paglia. Qualcuno mi porse una bandiera e mi ritrovai a cantare
come fossi Marianne in persona. Era impossibile non lasciarsi
trascinare dal fervore. I tedeschi non sapevano cosa li aspettava,
dicevano tutti.
Alla fine fece buio e i lampioni non si accesero. Un blackout
ordinato dal governo, disse Lucho, tipico in tempo di guerra
per impedire al nemico di individuarci. Un pensiero spaventoso,
ma nessuno voleva andare a casa per paura di perdersi
una notizia importante. Risuonarono altre voci. Libert! galit!
Fraternit! Abbasso il Kaiser Wilhelm!  bs Guillaume!
La guerra finir entro dicembre, disse un giovanotto.
Otto settimane al massimo, disse un altro. Sembra che i
tedeschi abbiano dimenticato chi siamo.
Si parlava di Napoleone, di Carlomagno, di Guglielmo il
Conquistatore, si rivangavano vecchie glorie, si ignoravano le
sconfitte. Si sparse la voce che in altre parti della citt le aziende
di propriet tedesca venissero saccheggiate, mentre i negozi
francesi esponevano in vetrina cartelli con scritto "Maison
Franaise" per tenere lontani i razziatori.
Ma sui grandi boulevard i tavolini fuori dai caff erano gremiti,
le orchestrine suonavano a ripetizione La Marseillaise, i
bicchieri tintinnavano in infiniti brindisi patriottici. Bere
champagne era senza dubbio un atto di patriottismo, e io e
Lucho ci unimmo agli altri. Lucho sembrava distratto, pensieroso.
Ora l'esercito avrebbe avuto davvero bisogno della sua
carne, dei suoi cavalli. Ma non si sarebbe preso lui.
Ci stringemmo sotto gli archi di luce dei riflettori che si
incrociavano in cielo, una direzione e poi l'altra, a modo suo una
danza anche quella. Pensai al tango, al fatto che fosse tutta una
questione di angoli e svolte improvvise.
Nei giorni successivi, gli uomini che erano stati mobilitati camminavano
con espressioni risolute e zaini in spalla verso la stazione
ferroviaria, punteggiando i viali come le perle di una collana.
I treni li avrebbero portati verso est, al fronte.
Lucho era particolarmente indaffarato a organizzare le spedizioni
di carne Harrington, congelata in barattoli, per sfamare
le truppe, e dei criolli Harrington per la cavalleria. Il suo lavoro
assumeva un'urgenza sempre maggiore.
I tuoi criolli ci aiuteranno a vincere questa guerra, dissi
con orgoglio.
Faranno la loro parte, disse lui, e dal tono di voce capii
che era fiero anche lui. I suoi cavalli forti, coraggiosi, affidabili.
Ora il mondo intero avrebbe visto di che pasta erano fatti.
Aprii la boutique perch non sapevo cos'altro fare, ma non
vennero clienti. A Parigi nessuno pensava ai cappelli, neppure
io. Mandai a casa Angle e le ragazze dell'atelier. Avevano fratelli,
padri, amanti cui dire addio.
Mi aggiravo irrequieta, senza sapere che fare, finch un
giorno apparve Clestine. Adesso guadagnava vendendo alle
riviste disegni dei nostri cappelli.
Apollinaire si  offerto volontario nell'esercito e l'hanno arruolato,
disse, sconvolta. Modi ci ha provato ma non lo vogliono.
 troppo cagionevole di salute.  terribile a Montparnasse,
Antoinette. Nessuno vuole spendere per comprare opere d'arte.
O disegni di cappelli e maglioni. Non so cosa succeder.
Quando Gabrielle torn da Deauville una settimana dopo,
sembrava agitata. La stazione ferroviaria, disse, era invasa dai
soldati, da mogli e madri che si sforzavano di non piangere, figli
e mariti con l'espressione severa ma determinata.
Tutto il resto della citt era praticamente chiuso. Tanti negozi
e ristoranti erano chiusi pour cause de mobilisation, alle
vetrine erano appesi avvisi che annunciavano che i dipendenti
erano partiti per la guerra. Rue de la Paix, il quartiere della
moda, era altrettanto deserto, tutti i grandi sarti e modisti erano
chiusi: Poiret, Paquin, Redfern. Osservando il mutare degli
umori di Parigi, una nuova paura prendeva piede in noi. Cosa
ne sarebbe stato di Chanel Modes, di tutto ci per cui avevamo
lavorato? Avevamo i conti da pagare. Una linea di credito che
accumulava interessi. Come si poteva vendere cappelli a Parigi
e abbigliamento sportivo a Deauville durante una guerra?
Quell'estate era andato tutto cos bene. Meglio che bene.
Tra Deauville e Parigi avevamo oltre cento dipendenti. Il nome
e la reputazione di Gabrielle si stavano spargendo. Il Women's
Wear Daily, la bibbia della moda, aveva descritto in
termini entusiastici le sue tuniche con cintura. Il vero coup de
grce arriv quando la baronessa Kitty de Rothschild, un autentico
membro della crme de la crme, con la passione della
moda, inizi a vestirsi da Gabrielle Chanel. Era sempre andata
da Monsieur Poiret per le sue mise, ma ora si diceva che
avessero litigato. Tutti volevano vestirsi come la baronessa de
Rothschild, perci ora le clienti non erano pi solo attrici e dame
del bel mondo, ma anche membri a pieno titolo dell'aristocrazia
di Francia.
Povero Monsieur Poiret. Non avrebbe potuto aprire il suo
salone neanche se avesse voluto. Era stato reclutato.
Ma quei vecchi venti di Aubazine ci avevano trovate di nuovo,
e spingevano, riorganizzavano, spazzavano via la vita che
avevamo conosciuto sino ad allora.
Alla fine di agosto fu arruolato Maurice. Adrienne era inconsolabile.
Piangeva in continuazione, si rifiutava di allontanarsi
dal Pare Monceau nel caso Maurice tornasse.
 un ufficiale, le dissi. In un reggimento prestigioso.
Non lo manderanno in prima linea.
Sar vicino, per. Cosa farei se gli succedesse qualcosa?
Le tenni la mano stretta, ma non seppi che altro dire.
Boy fu mobilitato sul versante inglese come agente di collegamento
per un alto ufficiale. Gabrielle era stoica come al solito.
Si preoccupava per l'incolumit di Boy ma era abituata alle
sue assenze. Nell'ultimo anno era stato via spesso.
 sempre con quel Clemenceau, si lamentava fin dall'inverno.
Mi aveva detto che l'ex premier francese e Boy si erano alleati
in una missione per convincere il governo francese che i tedeschi
non si sarebbero fermati finch non fosse scoppiata una guerra, e
che quindi bisognava prepararsi. Parte di quei preparativi consisteva
nel firmare contratti per le navi e il carbone di Boy, perch
con Boy c'era sempre una questione d'affari dietro.
Ma Boy pensa davvero che scoppier una guerra? avevo
chiesto all'epoca, prima della dichiarazione.
Boy dice che il modo migliore di prevenire una guerra 
prepararsi a combatterla. Non sono preoccupata.  un secolo
nuovo. Ormai siamo tutti molto pi sofisticati. La guerra ha
fatto la fine del sapone all'arsenico, delle sanguisughe e delle
maniche a palloncino. Sono solo chiacchiere.
Con Boy sempre lontano, quell'estate a Deauville non era
stata come la precedente. Sapevo che Gabrielle cercava di non
lamentarsi, ma a volte non riusciva a trattenersi.
Mia cara Coco, aveva detto una volta Boy. Se potessi
ti porterei con me. Saresti un generale migliore di tanti altri
nell'esercito. Quando vuoi una cosa trovi sempre il modo di ottenerla.
Non sempre, aveva detto lei, facendo il broncio.
Ma la verit era che la loro relazione era cambiata. Percepivo
uno scollamento che si era andato creando lentamente,
nell'arco di mesi. Mentre Boy si preparava per il fronte e passavano
i loro ultimi giorni insieme, un istante prima era passionale,
pi ardente di come l'avessi mai visto, e un istante dopo mi
sembrava distratto. E Gabrielle lo guardava non con tenerezza
ma come se lo tenesse d'occhio.
Doveva essere colpa della guerra. La guerra spezzava tutti gli equilibri.
...
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CAPITOLO 58.
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...
All'inizio di settembre, sopra Parigi si sent un ronzio. La gente
si ferm per la strada e cerc in cielo la fonte del rumore: un
aeroplano. Tutti trasalirono. Che emozione! Che splendida distrazione
vedere uno di quei coraggiosi aviatori che sfidavano
le leggi di natura, come si leggeva sui giornali.
Ma quel pomeriggio venimmo a sapere l'orribile verit. Era
un aereo tedesco, che aveva lanciato bombe sulla citt. C'era
un cratere in rue des Rcollets e un altro in rue des Vinaigriers.
Un'anziana donna era rimasta uccisa.
Quando, giorni dopo, un altro aeroplano sorvol rumorosamente
rue Cambon, io e Gabrielle uscimmo di corsa come falene
attratte da una fiamma, seguite da Angle e dalle sarte. Tutti
uscirono dai negozi intorno e guardarono come ipnotizzati
l'aereo che virava verso la Torre Eiffel, girava sopra le Tuileries e
poi spariva alla vista. Per il resto della giornata restammo coi nervi
a fior di pelle. Avremmo dovuto correre a cercare riparo. In seguito
scoprimmo che quell'aereo aveva fatto piovere le sue bombe
su avenue du Maine. Stavolta era morta una giovane donna.
La guerra doveva essere quasi finita. Era gi passato un mese.
Invece i tedeschi riducevano in macerie un paesino dopo
l'altro, avvicinandosi inesorabilmente a Parigi. Sentimmo che
erano ad appena trenta chilometri da noi. Sembrava impossibile.
Ma nel silenzio della notte ci pareva di sentire il rumore
degli spari. Ero grata di avere Lucho accanto a me.
La citt inizi a svuotarsi, la gente se ne andava con valigie e
bauli. Dal fronte Boy mand un telegramma a Gabrielle: Va' a
Deauville. Lucho si disse d'accordo. Adrienne voleva restare a Parigi
nel caso succedesse qualcosa a Maurice, anche lui al fronte,
ma la convincemmo che non era sicuro.
Lucho stava ancora organizzando una spedizione di cavalli
e doveva restare a Parigi.
Quando avr finito, mi disse prima della mia partenza per
Deauville, voglio che tu venga con me in Argentina. Voglio saperti
pi lontana possibile da questa guerra.
Sembrava cos semplice. Noi due insieme, lontani da tutto.
Avevamo gi guardato in faccia l'orrore. I feriti tornavano a casa
con lo sguardo perso nel vuoto, dopo aver visto cose che noi
non riuscivamo a immaginare. E i rifugiati dal Belgio, senza un
posto dove andare, sperduti e confusi.
Ma non era affatto semplice. Mi immaginai in un Paese straniero,
ad aspettare ogni giorno il ritorno di Lucho dalle scuderie
o da qualche riunione di lavoro, o da una visita alla sua famiglia,
che non mi avrebbe accettata. Quell'idea mi gettava nel
panico. L avevo la mia posizione in Chanel Modes. Mi mantenevo
da sola. In Argentina sarei stata lontana dai tedeschi, ma
anche da Gabrielle e Adrienne. Non potevo lasciarle. Non nel
mezzo di una guerra mentre era tutto cos incerto.
Quando non risposi, riprov. Antonieta, disse, fissandomi
negli occhi. Prometti che verrai con me. E importante per me che tu sia al sicuro.
Guardai a terra. Lucho, io...
Sospir e allung una mano verso la mia. Conosceva la mia risposta.
A Deauville non c'era pi tutta quella gente. Il casin, l'Htel
Normandy, le spiagge: tutto deserto. In una stanza sul retro
della boutique cucivamo, io, Gabrielle, Adrienne. Appena fuori
Parigi infuriava una battaglia, una battaglia orribile, e noi
dovevamo fare qualcosa. Quindi cucivamo gonne semplici e diritte,
camicette di seta avorio senza decorazioni e con lo scollo
alla marinara, strette in vita, e ne cucivamo tantissime. Ci dolevano
i pollici, le dita erano indolenzite. Non cucivamo pi
da tanti anni. Era compito delle sarte nell'atelier. Ma ora non
riuscivamo a fermarci. Cucivamo come se fossimo tornate al
Pensionnat di Moulins a modificare le divise, un'epoca che non
avremmo mai pensato di rimpiangere.
Non c'erano clienti. Forse non ce ne sarebbero pi state.
Ma noi non cucivamo per loro. Cucivamo per nostra madre,
per Julia-Berthe, per noi stesse. Cucivamo per ci che era stato
un tempo, per ci che speravamo tornasse. Avremmo dovuto
andare a messa e pregare: o angelo del cielo, non lasciare che finisca
il mondo. Ma l'ago e il filo erano la nostra chiesa, il cucito
la nostra confessione, il nostro sacramento, la nostra salvezza.
Era stata un'idea di Boy, tenere aperta la boutique quando tutti
gli altri negozi di Deauville erano chiusi. Aspetta, aveva detto
a Gabrielle. Vediamo che succede.
Sembrava ridicolo, ma dopo qualche settimana erano tornati
tutti. I ricchi, i titolati. Quelli che potevano permettersi di vivere
a tempo indeterminato al Normandy o nelle loro ville lungo
la costa, a distanza di sicurezza dalle brutture della guerra.
Tornavano anche se non c'era il polo, non c'erano le corse dei
cavalli, non si passeggiava sul lungomare. L'Htel Royal era stato
convertito in un ospedale e le dame dell'alta societ avevano
formato un sodalizio per fornire cure infermieristiche.
Ma non si potevano stringere bende e imboccare la minestra
in abiti da t, pizzo Valencienne e crpe de chine. I feriti
avevano bisogno di infermiere e le infermiere avevano bisogno
di uniformi. Mi sembrava di sentir ronzare gli ingranaggi nella
testa di Gabrielle.
I medici volevano che le infermiere volontarie si vestissero
di bianco, e qualcuno aveva distribuito vecchie uniformi da cameriera
d'albergo, noiosi sacchi informi in cui le signore non
potevano certo farsi vedere. Anche da volontarie in un ospedale,
dovevano comunque apparire chic. Gli abiti le definivano,
cos come la plerine di cachemire definiva la pagante mentre
la plerine di lana era il marchio di una bisognosa. Quindi portavano
le loro uniformi a Gabrielle, che sapeva creare qualcosa
partendo dal nulla, trasformare l'inelegante nell'elegante tramite
una strana alchimia di modello, taglia, proporzioni. Quando
non indossavano le divise da infermiere, le dame avevano bisogno
di vestiti alla moda ma non eccessivi. Avevano bisogno dei vestiti di Gabrielle Coco Chanel.
Lo stesso valeva a Parigi, o cos speravamo. I tedeschi erano
stati respinti dalla periferia della citt, il fronte si era stabilizzato
pi a est, dove sentivamo dire che si combatteva in trincee
scavate nella terra. Parigi era di nuovo sicura, per il momento.
Lasciammo una venditrice a dirigere il negozio di Deauville e
tornammo a riaprire Chanel Modes, portando con noi i cappotti
sportivi in maglia e le tuniche con cintura di Gabrielle,
capi che non violavano i requisiti della licenza, abbigliamento
resort ora trasformato nella pi triste categoria di abbigliamento da guerra.
La semplicit era all'ordine del giorno. Non erano pi i tempi
di avere troppi fronzoli addosso. E Gabrielle Coco Chanel sembrava essere un passo avanti.
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CAPITOLO 59.
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Come tutte le altre, anche Parigi si era sfilata l'abito da sera e i
gioielli. Aveva messo via le scarpe da ballo.
Sul fronte occidentale gli eserciti si trinceravano sulle posizioni
acquisite, mentre in patria il governo si preparava a una
lunga battaglia. L'ippodromo di Auteuil, che aveva ospitato tanti
ombrellini parasole e tanti cappelli a cilindro, fu convertito in un
pascolo per le mucche. I pastori conducevano le pecore attraverso
place de la Concorde. La gente ricordava ancora l'assedio del
1870, quando i parigini erano stati costretti a cibarsi di topi, cani,
gatti e, quando quelli si erano esauriti, degli animali dello zoo:
un elefante aveva sfamato un intero arrondissement. Il governo
sperava di impedire il ripetersi di quella situazione. Ora, per
risparmiare burro, farina e latte, decret che le panetterie potevano
produrre solo alcuni tipi di pane, il boulot, dalla forma ovale,
e il fendu, dalla spaccatura centrale. Il croissant era fuorilegge.
Gran parte delle miniere di carbone della Francia si trovava
dietro le linee tedesche, quindi fu regolamentato anche il carbone.
Stare al caldo era un'impresa, ma indirettamente questo
portava pi affari a Chanel Modes. La sala da t del Ritz, il cui ingresso
posteriore era proprio di fronte alla boutique, era riscaldata,
e le vecchie regole, secondo cui le signore non dovevano
farsi vedere in un hotel non accompagnate, se n'erano andate
insieme agli uomini. Per attirarle mentre andavano e venivano
dalla sala da t, Clestine dipingeva fantasiosi fondali per le
vetrine, come a teatro, che ritraevano salotti con il fuoco che ardeva
nel caminetto. E funzionava: le Eleganti si fermavano sempre a
vedere cosa c'era di nuovo. Non se ne andavano mai a mani vuote.
Sembrava quasi peccaminoso che Chanel Modes se la cavasse
cos bene mentre la guerra era cos crudele con tutti gli altri.
Ma non potevamo difenderci dalla morte. Sui giornali apparivano
gli elenchi dei caduti. C'erano nomi che riconoscevamo.
Prima Gui, uno dei nostri tenenti a Moulins. Poi un vecchio
spasimante di Adrienne, dei tempi in cui stava da Maud. Poi
un amico di Boy che mi aveva invitata nella sua garsonnire
per mostrarmi la sua collezione di statuette d'avorio. Ciascuna
morte mi turbava: anche i nomi sconosciuti mi spingevano a
domandarmi chi fossero stati e chi sarebbero potuti diventare,
e a immaginare il vuoto lasciato nella vita di chi ora doveva
andare avanti senza di loro. Ricordavo i volti dei ragazzi durante
la mobilitazione, pronti a dimostrare quanto valevano. C'erano
fantasmi ovunque, feriti che camminavano con le stampelle,
una gamba dei pantaloni ripiegata e fissata con una spilla da
balia; altri con lo sguardo vacuo, inespressivo.
Quando ci fu carenza di tessuti, Gabrielle trov un produttore
tessile che aveva un'eccedenza di jersey ed era disposto a
vendercelo a prezzo basso. Lo compr tutto.
Jersey? dissi. Nessuno avrebbe indossato il jersey!
Mi fece star ferma a braccia aperte mentre mi drappeggiava
addosso la stoffa, e anche stavolta trasform il nulla in qualcosa.
Cre vestiti dalla linea asciutta e morbida, comodi ma raffinati.
Tutte li volevano. L'assurdit di quella situazione mi faceva ridere.
Quelle signore cos snob, e ora Gabrielle le aveva convinte
a indossare la stoffa con cui si faceva la biancheria intima da uomo!
 splendido, Coco, disse Boy quando venne in licenza a
Parigi. Sei un genio. Hai lanciato la moda del jersey.
Lei gli rivolse un sorriso pieno di tenerezza. Sembravano di
nuovo soddisfatti l'uno dell'altra, e io mi sentivo sollevata.
Di sera attraversavo la strada per andare al Ritz. I grandi criolli
Harrington avrebbero presto contribuito a salvare la Francia, e
Lucho era rinvigorito da quella nuova determinazione. I cavalli
sono la spina dorsale di un esercito. Gli uomini non possono
vincere le guerre senza i cavalli giusti. Sono forti. Sono coraggiosi.
Grazie a loro, torneranno a casa uomini che altrimenti
sarebbero morti.
Mi piaceva vedere gli oggetti sparsi qua e l nella sua stanza.
Il giornale spiegazzato dalla lettura su un tavolino insieme agli
spiccioli tolti dalle tasche. Una cravatta abbandonata. Una giacca
posata su una sedia. Zollette di zucchero prese in un ristorante
e avvolte in un tovagliolo per i cavalli non ancora requisiti.
Quand'ero con lui vivevo nel presente, assaporando la fragilit
di ogni secondo, ogni minuto, ogni ora. Era impossibile sapere
cosa sarebbe successo l'indomani.
Ma anche lo stato dei suoi cavalli lo preoccupava. Gi soltanto
spedirli dall'Argentina era pericoloso. Tante cose potevano
andare storte. C'era la possibilit di un attacco dei sottomarini
tedeschi. E a bordo delle navi, senza potersi muovere, i cavalli
erano vulnerabili alla febbre da trasporto, un tipo di polmonite.
Arrivavano a Le Havre, un porto francese sulla Manica con
un'enorme stazione di rifornimento per l'esercito. Una volta a
terra, potevano impiegare settimane a riprendersi prima di essere
pronti per il servizio attivo, e molti dei soldati non sapevano
gestire e addestrare i cavalli. Quell'inverno, Lucho aveva scoperto
che le truppe britanniche rasavano alcuni cavalli al fronte
per proteggerli dalla scabbia. Pazzi, aveva commentato. Potrebbero
morire di freddo senza il mantello.
Quando stava per arrivare la nave, Lucho part per Le Havre
per aiutare i soldati a far ambientare gli animali. Qualche
settimana dopo torn, taciturno e malinconico. I suoi criolli erano cavalli da guerra, ora.
Una mattina mi svegliai nella stanza al Ritz inondata di sole. Mi
alzai a sedere sul letto e mi stiracchiai, tirai indietro i capelli e
girai il viso verso il sole come un fiore per sentire il suo calore sulla pelle.
Lucho era ai piedi del letto e si stava allacciando la cravatta,
pronto per andare a vendere cavalli all'esercito. Non ti muovere, mi disse.
Non ero vestita e improvvisamente provai imbarazzo, risi e
afferrai il lenzuolo per coprirmi il petto, come la pudica educanda che ero.
No, disse lui. Resta cos.
Mi fermai e mi lasciai guardare, sentii i suoi occhi sfiorarmi
e solleticarmi la pelle.
Voglio ricordare questo momento. Il tuo sorriso, la scintilla
nei tuoi occhi, il riflesso del sole sui capelli e sulla pelle.
Antonieta, tu mi ricordi che c' ancora bellezza nel mondo. Ultimamente
 cos facile dimenticarsene.
Poco tempo dopo visitai uno studio in place Pigalle per
commissionare un ritratto a un pittore polacco di nome Tad
Styka, che avevo sentito elogiare dalle mie clienti in boutique.
Nel pomeriggio andavo a posare, con le spalle e il petto nudo.
Il quadro era una sorpresa per Lucho, per risollevargli lo spirito.
Tuttavia non riuscivo a immaginare cosa avrebbe potuto
dire Gabrielle se avesse visto quel ritratto, quindi mi assicurai
di indossare uno scialle dorato, posizionandolo in modo strategico
per assicurarmi che lei non si scandalizzasse.
Nello studio, il pennello dell'artista sulla tela era l'unico rumore:
nessun esercito, nessuna cavalleria, nessun uomo e nessun
cavallo che marciava per andare in guerra. Il mondo, per
un po', si fermava. Sedevo pi ferma possibile, la testa girata
sopra la spalla verso una finestra immaginaria e un sole dorato
come se guardassi al futuro, a me e Lucho e a tutto ci che sicuramente ci aspettava.
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CAPITOLO 60.
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Alla fine di aprile un'altra spedizione di cavalli criolli doveva
arrivare a Le Havre. All'avvicinarsi della data Lucho diventava
sempre pi agitato. Leggeva Le Figaro dalla prima all'ultima
pagina, lo ripiegava e fissava il nulla, con la mascella serrata,
in silenzio. Sapeva che i giornali erano censurati. Il governo ci
diceva solo quello che voleva sapessimo, la definiva una guerra
meccanica, una guerra moderna, le vecchie tattiche del nostro
esercito non riuscivano ad adattarsi alle nuove armi dei tedeschi.
Carrarmati corazzati. Sottomarini. Aeroplani, quei giovani
coraggiosi che li pilotavano per avventura prima della guerra
e che ora dovevano scegliere da che parte stare.
Lucho inizi a fare lunghe passeggiate sulla Senna, e quando
potevo andavo con lui, la citt intorno a noi era grigia e triste, il
fiume ci calmava lo spirito tranne per i rimorchiatori corazzati
che si sfioravano l'un l'altro dondolando all'ormeggio. Chiatte
cariche di rifornimenti per il fronte ci sorpassavano in acqua
finch faceva sera, ma noi andavamo avanti.
Lanciano attacchi della cavalleria contro le mitragliatrici,
disse lui una sera.
Ma  una pazzia.
Gi. E poi...
Aspettai.
I tedeschi usano granate contenenti gas velenoso. Quei codardi
uccidono gli uomini con le sostanze chimiche.
Uccidono gli uomini e i cavalli, pensai. Alzai lo sguardo su
di lui. Aveva un'espressione tirata.
Gli uomini hanno le maschere antigas, se riescono a indossarle.
Anche per i cavalli ci sono le maschere. Ma non c' mai
tempo sufficiente.
Mi sentii nauseata.
Non portano la guerra, disse, con voce carica di disgusto.
Portano la distruzione.
Dopo aver accolto la seconda spedizione di cavalli a Le Havre,
Lucho era ancora pi agitato. Sembrava perso, assente, con la
mente altrove. Non dormiva. A volte mi svegliavo di notte e lo
trovavo seduto su una sedia, a guardarmi.
Chiudi gli occhi, Antonieta, diceva, venendomi accanto e
accarezzandomi i capelli. Mi piace guardarti dormire. Mi aiuta
a calmarmi.
Non potevo far altro che essere l per lui.
Riprendemmo le nostre passeggiate serali lungo la Senna.
Le giornate si stavano allungando, si scaldavano, e mi domandavo
se i fiori avrebbero continuato a sbocciare anche in tempo
di guerra o se i castagni sarebbero rimasti spogli. I narcisi sarebbero
spuntati nel Jardin du Palais Royal? Sembrava crudele
che spuntassero.
Anche nel suo silenzio sentivo cambiare qualcosa dentro
di lui.
Sono andato al fronte, ammise infine, un giorno. Dritto
da Le Havre. Con i cavalli. Stavolta volevo vederlo con i miei
occhi.
Mi raccont di uomini che vivevano in trincee piene di fango,
topi ovunque, pidocchi. Una terra di nessuno, una distesa
vasta e desolata che un tempo era stata una foresta, alberi fatti a
pezzi dalle esplosioni che sembravano braccia dalle mani artritiche
alzate come a scongiurare piet. Cadaveri rimasti dov'erano
caduti, a disintegrarsi lentamente perch era pericoloso
andare a recuperarli. C'erano cavalli morti, gonfi, crivellati di
pallottole, inghiottiti da giganteschi crateri fangosi lasciati dalle
granate.
Anche i cavalli vivi erano coperti di melma, impossibili da
spazzolare, tormentati da malattie della pelle e degli zoccoli.
Non avevano riparo, erano sempre bagnati e al freddo, non
avevano abbastanza da mangiare, si strozzavano nelle borse
vuote della biada, si mordicchiavano la coda l'un l'altro. Alcuni
crollavano per la stanchezza mentre cercavano di trainare cannoni
nel fango. Lucho aveva visto un cavallo con entrambe le
zampe davanti amputate da una bomba a mano e che cercava
di alzarsi, nel panico, senza capire perch non ci riuscisse. Nessuno
poteva raggiungerlo per dargli il colpo di grazia.
L'angoscia nella sua voce. Pensavo fosse per ci che aveva
fatto ai suoi cavalli, ma non capivo che era anche per ci che si
accingeva a fare.
La mattina dopo disse che partiva. Tornava al fronte.
Cercai di fermarlo. Andremo in Argentina, dissi. Subito.
Vivremo nelle pampas e ci dimenticheremo della guerra. Iniziai
a buttare roba in una valigia. Ero isterica. Andiamo. Io e te. Sono
pronta. Voglio sentire il profumo dell'eucalipto. Voglio sentire
le voci del bestiame, il canto degli uccelli. Vivremo nell'istante
laggi, come i cavalli sui prati. Per favore, Lucho, ti prego...
Antonieta.
Il tormento nella sua voce mi zitt.
Tu non capisci. Non potr mai tornare nelle pampas. Si fidavano
di me. I miei cavalli si fidavano di me e io li ho mandati al macello.
Part quel giorno stesso.
Non trovai il suo biglietto sino a tarda sera, sul tavolino dove
posava sempre gli spiccioli:
Rovino ci che amo di pi al mondo, Antonieta. Gli innocenti.
I puri. Fanno sempre sacrifici per me. Ma non 
troppo tardi per te. Puoi ancora trovare qualcuno capace di
darti la vita che hai sempre sperato, la vita che meriti. 
quello che voglio per te, con tutto il cuore.  il solo pensiero
che mi conforta. Quando lo trovi, va'. Fallo per me.
Mi tremava la mano. Il biglietto cadde a terra. Non si aspettava di tornare vivo.
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CAPITOLO 61.
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Al Pare Monceau, non mi alzai dal letto per giorni.
Mi sentivo come tagliata in due, come se una met di me
fosse scomparsa, un dolore anche fisico.
Piangevo quasi in continuazione, mi doleva la testa, una
stretta al petto, nessun appetito. Presto mi venne la febbre e la
tosse. Vivevo grazie al Veronal, spesso fissavo il vuoto per ore,
rigiravo sul dito l'anello della zingara rammaricandomi di non
averlo infilato nella tasca di Lucho prima che partisse. Avrebbe
potuto proteggerlo.
Adrienne mi portava olio di fegato di merluzzo, dicendo
che faceva bene per la tosse, ma io mi rifiutavo di prenderlo.
Maurice dice che quasi sempre non succede nulla al fronte.
Gli uomini aspettano, si danno il cambio nelle trincee, difendono
la posizione.
Non sempre aspettavano. Lo sapevo. A volte si lanciavano
all'attacco nella terra di nessuno, uomini e cavalli contro
mitragliatrici. Vedevo la faccia della vecchia indovina, le sue
labbra che si muovevano. Una morte prematura. E se parlava
di Lucho? Pensai di rintracciarla, ma avevo troppa paura di ci
che avrebbe potuto rivelarmi. Inoltre aveva anche detto che mi
sarei sposata, ed evidentemente su quello si era sbagliata.
Mi sovvenne un pensiero tranquillizzante. Lucho era al fronte
a fare il possibile per i cavalli. Se fosse morto non avrebbe
potuto aiutarli. Non poteva non rendersene conto. Non avrebbe
rischiato la vita con incoscienza. Cercai di trovare conforto in
quell'idea.
Eppure continuavano ad assalirmi ondate di panico sempre
nuove, che mi opprimevano il petto mozzandomi il respiro. Per
tre settimane vissi in una nebbia di paura, lutto e Veronal, incurante
di tutto, anche di Chanel Modes, finch una mattina
Gabrielle entr a lunghi passi nella mia stanza. Era gi venuta a
trovarmi altre volte, per offrire parole gentili, una carezza. Ma
stavolta era diverso. Spalanc le tende e mi fiss con un'espressione
ansiosa, arrabbiata.
Antoinette Chanel, disse, mettendosi le mani sui fianchi.
Sai cosa vedo in questo momento?
Alzai un braccio per proteggere gli occhi dalla luce, dal suo
giudizio.
Vedo nostra madre. Debole. Pallida. Immobile in un letto,
a uccidersi di dolore.
Se avessi avuto un briciolo di energia l'avrei usata per schiaffeggiarla.
Come poteva essere cos crudele? Sapeva cosa mi dicevano
sempre le suore: che sarei finita come mia madre. Sapeva
quanto detestavo sentirglielo dire.
Mi dispiace per te, Ninette. Lo sai. Ma non puoi andare
avanti cos. Ricordi Aubazine. Quando siamo arrivate l piangevamo
in continuazione. Nostra madre era morta. Nostro
padre ci aveva abbandonate. Le suore erano spietate. Ci facevano
alzare. Ogni santo giorno. Ed era giusto cos. Svegliati,
mio cuore! Svegliatevi, arpa e cetra! Ti ricordi?
Smettila, dissi, perch volevo solo che se ne andasse, ma
lei prosegu.
Ci costringevano a lavarci e pettinarci. Organizzavano le
nostre giornate, un'attivit dopo l'altra, per domare i pensieri
e le inclinazioni peggiori. Lavorare, tenersi occupate.  stato
quello a impedirci di sprofondare nella disperazione.
Venne a sedersi sul letto, mi prese la mano e mi costrinse a
guardarla, e mi fiss con occhi penetranti come aveva fatto quel
giorno al cimitero, dopo la morte di Julia-Berthe. Ninette,
sei tutto quel che ho. Non posso perderti. Ho bisogno di te.
Soprattutto adesso.
Girai la testa dall'altra parte.
Andiamo a Biarritz, Ninette, disse, accarezzandomi i capelli
sporchi. A Biarritz  tutto migliore.
Mi parl di quella localit sul confine con la Spagna, la
Cte Basque, dove l'alta societ europea aspettava che finisse
la guerra. Era appena tornata da una breve vacanza l con Boy.
Apriremo una nuova boutique l, disse. Io e te. Una
Maison de couture, come Monsieur Worth ma senza tutte quelle
decorazioni. Gli abiti pi costosi, di squisita fattura. E di
conseguenza, naturalmente, la clientela pi agiata.
Boy le aveva dato i soldi per prendere in affitto una casa in
rue Gardres, la Villa Larralde, un edificio elegante e romantico
con persino due torrette, spieg. Rue Gardres era una strada
molto frequentata, di fronte a un casin, da cui si passava per
raggiungere la spiaggia.
A Biarritz si va ancora a cena. Si balla ancora. Si gioca a
tennis e a golf. Si gioca d'azzardo. La gente l si veste ancora.
Si mette gli abiti da sera per cena. Voglio cucire abiti da sera,
Ninette. Voglio che quelle persone indossino le mie creazioni.
Disse che c'erano t danzanti e serate di gala. L'Opra. Le
orchestre che suonavano sulle terrazze. E donne ricche di Barcellona
e Madrid, dove la societ viveva al riparo dalla guerra che spazzava il resto d'Europa.
 come tornare indietro nel tempo. A prima di questa orribile
guerra. Quando era tutto bello.
C'era una nota di nostalgia nella sua voce, e attraverso il
mio dolore percepii che non si trattava solo di cambiare aria
e scenario. Mi chiesi se fosse tornata quella tensione tra lei e Boy.
Poi il suo tono si fece di nuovo urgente. Devi alzarti dal
letto, Ninette. Ho bisogno di te. Ho bisogno del tuo aiuto a
Biarritz. Sei l'unica persona di cui mi fido. Chanel Modes 
la nostra eredit.  per noi, per tutte le persone che dicevano
che non saremmo arrivate da nessuna parte, per la memoria di
Julia-Berthe, per il futuro di Andr. Ora ti prego, ti prego, ti devi alzare.
Partimmo per Biarritz la settimana dopo con un baule delle mie
cose dal Pare Monceau. In fondo a un armadio lasciai il carillon,
il braccialetto di Cartier, il fazzoletto con le iniziali ricamate che odorava ancora vagamente di bergamotto e lavanda, altri oggettini
e ricordi di Lucho. Vederli mi graffiava il cuore, perch ciascuno
di essi era come una piccola promessa spezzata.
C'erano le splendide dalie che mi aveva donato, un tempo
cos fresche e colorate, ora schiacciate tra le pagine di un libro,
marroni, secche, a sbriciolarsi. E il ritratto che avevo commissionato, ancora nel suo incarto. Era stato consegnato al Pare
Monceau il giorno dopo la partenza di Lucho.
Avevo ancora la tosse, ma nel tepore di Biarritz alla fine pass.
L'oceano mi placava, il suo rumore sovrastava il caos dei miei
pensieri. Gli uomini potevano ammazzarsi a vicenda quanto volevano,
ma la marea saliva lo stesso. La marea scendeva lo stesso.
Respira, dissi a me stessa e a Lucho, se mi sentiva. Non dimenticarti di respirare.
Mi gettai nel lavoro per aprire la nuova boutique. Feci colloqui
di lavoro alle sarte, comprai mobili, specchi, lampadari,
presi accordi con i fornitori, accolsi le clienti, supervisionai le
prove, preparai i libri mastri. Quando si present a un colloquio
un volto familiare dai capelli color mogano la assunsi subito. Era
lise, la rossa del Pensionnat che chiamavamo pel di carota. Era
cresciuta e presentabile, come avrebbe detto Gabrielle. Aveva
lavorato per la Maison Grampayre a Moulins e in un'altra
Maison di Vichy. Mi fidavo di lei quasi come di una sorella.
La boutique di Biarritz fu un successo immediato. Fummo
inondate di ordinazioni, lavoravamo giorno e notte, assumemmo
sempre pi sarte sino a superare le trecento dipendenti nelle
tre boutique. Tutto ci che Gabrielle creava, la gente lo voleva.
Abiti da sera per cene di gala e balli. Cappotti sette ottavi
in jersey ricamato con fili metallici in oro e argento. Cappotti
a vestaglia alla russa, con le maniche larghe, allacciati con cinture
di pelle, con l'aggiunta di polsini e bordature di pelliccia.
In tempo di guerra c'era carenza di cincill dal Sudamerica e
zibellino dalla Russia, perci Gabrielle usava semplice coniglio
senza pensarci due volte, chiedendo poi un prezzo esorbitante.
Era sempre stato quello il suo segreto. Prendere il non tanto
prezioso e renderlo prezioso. Come noi.
C'erano cos tante cose di cui preoccuparsi che non avevo
tempo di pensare alla guerra. Dovevo assicurarmi che avessimo
materiali a sufficienza. Evadere gli ordini. Le clienti difficili,
le primedonne, le lamentose, le eterne indecise. E poi c'era
Gabrielle. Una perfezionista. Gli errori non erano contemplati.
Dormivo di notte per puro sfinimento.
Di sera andavo al casin con Arturo, che era venuto a Biarritz
per dare lezioni di ballo. Non aveva ricevuto notizie di Lucho.
Nessuno della famiglia ne aveva ricevute. Ogni volta che
diceva il mio nome, Antonieta, sentivo una scarica elettrica
in corpo, sentivo caldo e poi freddo.
Arturo era sempre brillante. Si muoveva ancora con disinvoltura,
un garofano all'occhiello, un sorriso, si portava sempre
dietro il suo grammofono. Ma anche lui soffriva. A Parigi si
era innamorato di un violinista con le dita pi agili del mondo,
Antonieta. Se solo tu potessi sentirlo suonare. Il violinista
era stato chiamato alle armi come tutti gli altri. Anche lui era al fronte.
Nei casin di Biarritz Arturo mi insegn a giocare d'azzardo, a baccarat.
Quando ricevi le carte, Antonieta, devi soffiarci subito sopra per scacciare la malasorte.
Per tenere occupata la mente ballavamo e poi fumavamo
sigarette in lunghi bocchini bianchi sul balcone. Indossavo gli abiti
da sera couture di Gabrielle, e a chi mi stava intorno apparivo
sofisticata. Non c'era pi traccia dell'ingenua plouc di provincia.
Ma dentro di me c'era ancora una voragine.
Lavoravo tanto per tenermi occupata. Era l'unico modo per
non notare quel vuoto, per non sentire in testa la voce di Lucho.
I cavalli muoiono di fame, vengono inghiottiti dal fango, li fanno
saltare in aria con le granate. Viaggiavo da una boutique all'altra,
supervisionavo tutto, pubblicavo annunci sul Figaro per far
sapere alle clienti dov'ero, cos potevano fissare appuntamenti.
C'erano quelle che preferivano avere a che fare solo con me.
Mlle Antoinette Chanel  Paris.
Mlle Antoinette Chanel  Deauville.
Mlle Antoinette Chanel  Biarritz.
Col passare dei mesi, man mano che i miei giorni con Lucho
si allontanavano nel passato, finalmente riuscii ad ammettere a
me stessa che gli avvisi erano destinati a lui. Non potevo scrivergli.
Non sapevo dove fosse. Mi rifiutavo di inseguirlo come
mia madre aveva inseguito Albert.
Non avevo altro da dargli che una riga stampata piccola
sull'ultima pagina di un quotidiano, sperando che forse una
dei milioni di copie distribuite negli angoli pi remoti del mondo
potesse arrivare tra le sue mani.
Alla fine del 1915 Lucho era via da oltre sei mesi. Quand'ero
arrivata a Biarritz il dolore della sua assenza era cos forte che
mi rimbalzava dentro all'improvviso, facendomi quasi piegare in
due. Ma il lutto era crudele. Il dolore si era attenuato, si era fatto pi sordo, tanto che non riuscivo pi a capire se fosse reale o se fosse una sagoma in un sogno. E per me era peggio cos!
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CAPITOLO 62.
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La boutique di Biarritz ebbe ancora pi successo di quella di Deauville. Durante un breve soggiorno a Parigi, una sera dopo che tutti se n'erano andati da rue Cambon, porsi a Gabrielle un pezzo di carta. Era un assegno intestato ad Arthur Capel.
E' questo? chiese, senza alzare lo sguardo dall'assegno.
E questo.
Dopo questo non gli devo pi nulla?
Neanche un centesimo. Mi aspettavo che si illuminasse in volto. Mi aspettavo un sorriso, un grido di gioia, un invito a festeggiare. Forse persino un grazie. Ninette, non ci sarei riuscita senza di te. Invece rest in silenzio, pensierosa.
Sai cosa significa? mi domand.
Che sei libera?
Per un momento sembr persa, come se non se ne fosse ancora resa conto appieno. Poi alz la testa e mi guard dritto negli occhi con una tristezza che non avevo previsto. Che non ho pi bisogno di lui.
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CAPITOLO 63.
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Boy le aveva dato le ali. Ma lei non era pronta a usarle.
Quando Boy era a Parigi lei si affrettava a tornare dalle sue
visite regolari a Biarritz, lasciando incompiuti gli abiti da sera e
gli altri capi per timore di non arrivare in tempo. Aveva persino
comprato una Rolls-Royce e assunto un autista. Cos si fa prima
ad andare da un posto all'altro. Non devo sempre aspettare un treno.
Intanto, il completo da giorno in jersey ideato da Gabrielle
aveva decisamente preso piede: le clienti lo compravano in
vari colori alla volta, soprattutto da quando l'attrice Genevive
Vix era stata vista all'Htel de Paris in un cappotto sportivo di
jersey blu. Avevamo festeggiato a maggio e di nuovo a luglio
quando su Les lgances parisiennes erano apparsi bozzetti di
Clestine che ritraevano i completi da spiaggia in jersey. Gabrielle
era una donna ricca, indipendente. La rivista americana
Women's Wear Daily scrisse che Chanel  di gran moda e tutti
vogliono il suo jersey, eppure la sua felicit dipendeva ancora
da Boy. Aveva paura di qualcosa, ma non sapevo cosa. Si capiva
dal nervosismo che traspariva dai suoi gesti, dalle sigarette che
fumava l'una dopo l'altra. Perdeva facilmente la pazienza con
le sarte e non era tollerante con le modelle che si lamentavano dello stipendio.
Sono belle ragazze, diceva con un gesto irritato della mano.
Possono trovarsi un uomo che si prenda cura di loro.
Mi preoccupavo per Gabrielle. Teneva sempre per s i suoi problemi.
Un fine settimana, durante una visita da Parigi, Gabrielle
port in spiaggia Andr e il suo cagnolino Bruno, e Adrienne
rest con me per aggiornarmi sulle novit. Gabrielle aveva un'aria tirata, stanca.
Quando Boy torna da qualcuno dei suoi viaggi, il mondo
si ferma, disse Adrienne. Non escono dall'appartamento
per giorni. Poi lui riparte, e a quel punto lei apre bocca solo per
prendere qualcuno a male parole.
S, risposi. Anche qui si comporta cos. Si arrabbia con
una delle nostre sarte migliori e la fa piangere. Poi devo intervenire
io per calmare gli animi. Non possiamo permetterci di
perdere una brava sarta, soprattutto dal momento che Gabrielle
non vuole pagarle di pi.
 solo che Boy  via pi spesso del solito, ultimamente,
disse Adrienne.  sempre in Inghilterra. Clemenceau gli ha
assegnato una specie di incarico diplomatico, certe alleanze
da stringere. Gira voce che passi molto tempo nei circoli aristocratici.
In Inghilterra quasi chiunque  un aristocratico, no?
Non Boy, disse lei, senza sorridere.
Dentro di me scatt un allarme. Che vuoi dire?
Voglio dire che potrebbe voler diventare un aristocratico,
spieg Adrienne, in tono preoccupato. Ho paura che voglia
combinare un matrimonio strategico.
Mi portai una mano al petto, incredula. Te l'ha detto Gabrielle?
No, non esplicitamente.
Ma non lo farebbe mai, dissi. Non Boy. Boy, un uomo dalla
mente aperta. Boy, il socialista, l'umanista che credeva nell'uguaglianza
per tutti, che se ne infischiava delle classi sociali, che
trattava Andr come figlio suo, che aveva aiutato Gabrielle
a iniziare perch pensava che anche le donne meritassero una
possibilit, perch aveva visto qualcosa in lei, un talento da far
crescere. Per tutto quel tempo avevo continuato a pensare che
alla fine avrebbe sposato Gabrielle. Pensavo che fosse diverso.
No, non potevo crederci. Boy aveva le sue relazioni. Gabrielle
lo sapeva. A volte ne discutevano, diceva. Con me faceva
spallucce e diceva che non le importava. Torna sempre da me, alla fine. Ed era cos.
E tu, Ninette? Hai avuto notizie del caro Lucho? chiese Adrienne.
Mi venne un groppo in gola.
Gabrielle spera che troverai qualcuno qui. Dice che Biarritz
 piena di ricchi spagnoli e aristocratici russi in esilio. Dice che
se volessi avresti l'imbarazzo della scelta.
Scossi la testa. Dalla parte opposta della Francia, uomini perbene
come Lucho sacrificavano la vita mentre l si vestivano ancora
in frac e cappello a cilindro, e non facevano altro che aspettare,
con le donne, che finisse la guerra. Volevo ancora soltanto lui.
Non riuscivo a stare ferma nello stesso posto, altrimenti mi sentivo
lentamente piovere addosso tutto ci cui non volevo pensare.
Avevo maturato una nuova e strana comprensione per mio
padre e i miei nonni. C'era qualcosa di confortante nell'essere
sempre in viaggio. Un'illusione di progresso. Ti riempiva la testa
di questioni logistiche e non permetteva ai pensieri di vagare.
Il nome di Gabrielle si era diffuso nel Sud della Francia e
ora viaggiavo anche l, convocata dalla crme della societ per
consulenze private nelle loro ville, clienti che preferivano me
a lei perch lei diceva ad alcune che erano troppo grasse per i
suoi vestiti e dovevano dimagrire, mentre io facevo loro i complimenti
come sempre, rimarcandone le qualit migliori.
Mlle Antoinette Chanel  Monte Carlo.
Mlle Antoinette Chanel  Royal-Canadel-Sur-Mer.
Mlle Antoinette Chanel  Saint Salvadour.
Viaggiavo in prima classe. Scendevo negli alberghi pi lussuosi.
Gli uomini mi guardavano nelle hall e nei ristoranti, ma io non
ricambiavo i loro sguardi. Il pensiero di stare con un altro uomo
mi faceva sentire come se stessi per spezzarmi, per andare in mille pezzi.
Tenevo traccia del tempo con le collezioni, i tagli e le bordature,
i ricami e le fasce, il graduale abbassamento del punto vita
e la risalita degli orli. Contavo le battaglie e i morti. Verdun.
La Somme. Mentre proseguiva quel massacro, compii ventinove
anni. Avevo sempre pensato che a ventinove anni avrei gi
imparato tutte le lezioni, mi sarei assicurata un futuro, le lotte
sarebbero finite, i demoni sconfitti. Invece sembrava tutto ancora pi incerto.
Pi di un anno ormai, e neppure una parola. Ma se Lucho
era morto doveva essere incluso in un elenco da qualche parte,
qualcuno avrebbe dovuto vedere il suo nome. Maurice. Boy.
Arturo. La sua famiglia. Cos mi dicevo, scacciando il pensiero
della guerra e dei cadaveri abbandonati dov'erano caduti.
C'era una terra di nessuno nella Francia occidentale e c'era
una terra di nessuno nella mia testa, un luogo in cui non potevo avventurarmi.
...
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CAPITOLO 64.
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Il 1917 fu una brutta annata, anche se in aprile gli americani entrarono
in guerra. Tutti pensavano che ora sarebbe finita presto,
ma gli americani dovevano prima arrivare da noi. Erano inesperti.
Dovevano essere addestrati. All'inizio la situazione sembr
peggiorare ulteriormente, i tedeschi si impegnavano con tutte le
loro forze prima che gli americani potessero fare la differenza.
Da Biarritz seguivo il tutto sui giornali. In Russia c'era la rivoluzione.
In Francia, sul fronte, ammutinamenti. A Londra e
Parigi, scioperi. Il cibo era razionato, c'erano tessere per il pane
e lo zucchero. Il governo ordin ai ristoranti di limitare il men
a due portate. In Belgio infuriava la battaglia di Passchendaele,
una delle pi sanguinose sino a quel momento. Tutti erano in
lutto. A Vichy, Adrienne seppell Mmre e Ppre, che erano
morti a pochi mesi l'uno dall'altra. Io e Gabrielle non andammo.
Li consideravamo responsabili della morte di Julia-Berthe.
Andr veniva a Biarritz durante le vacanze scolastiche, e viveva
l con me perch era meno pericoloso che a Parigi, e la sua
energia di adolescente mi rinvigoriva. Andavamo a fare escursioni,
visitavamo le rovine nei dintorni, e lui mi faceva un mucchio
di domande alle quali non sapevo rispondere. Quando gli chiesi
di insegnarmi l'inglese prese quell'incarico molto sul serio, stil
programmi delle lezioni e cerc di non ridere dei miei errori di
pronuncia. Aveva gi quasi tredici anni, cresceva cos in fretta.
Intanto passavano le stagioni, e con esse le collezioni. I completi
di jersey andavano ancora di moda, alcuni semplici, altri
ricamati. Tasche applicate. Silhouette asciutte. Abiti a camicia
dalle linee pulite, vestiti con i polsini risvoltati, ma sotto c'erano
camicette a collo aperto, scolli a V, profondi scolli alla marinara.
C'erano mantelle bordate di pelliccia economica, scoiattolo
e puzzola, la versione di Gabrielle delle vecchie plerine
delle paganti. Qualsiasi cosa pur di stare al caldo.
Non erano solo le mode a cambiare. Gabrielle andava ancora
a Biarritz ogni paio di settimane per lavorare ai suoi modelli
couture, ma al suo ritorno quel gennaio la vidi e trasalii.
I capelli! Se li era tagliati corti sino alle orecchie. Sembrava uno scolaretto.
Pieg la testa di lato. Ti piacciono?
Ma... perch?
Mi ero stancata. Troppa fatica. Ora mi sento cos leggera.
Libera di muovermi.
La nube nei suoi occhi era in contrasto con quel tono allegro.
Un cambiamento cos drastico. Sembrava un segno, un'affermazione.
Alla fine me lo disse. Boy  fidanzato.
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CAPITOLO 65.
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La fidanzata di Boy era inglese. Boy stava con Gabrielle da
otto anni. Conosceva quella donna da pochi mesi. Ma era la figlia di un lord.
Sei sicura che lo far davvero? avevo chiesto a Gabrielle.
Secondo me no.
Aveva gli occhi lucidi ma non piangeva. Ha in programma
di farlo dopo la guerra. Ha aspirazioni politiche. Ha gi
guadagnato una fortuna con le navi e il carbone. Ora vuole un altro tipo di potere.
Disse che oltre a tutto il resto Boy aveva appena finito
di scrivere un libro intitolato Riflessioni sulla vittoria, in
cui proponeva metodi per raggiungere la pace mondiale.
E grazie alla sua amicizia con Clemenceau era stato inserito
in prestigiose commissioni e consigli di guerra. Era
diventato un membro importante della diplomazia anglofrancese.
Non si pu fare il politico senza una moglie, disse
Gabrielle. Se non sei sposato la gente sospetta che ci sia qualcosa
che non va in te. Serve una moglie con il pedigree, una
moglie che non ti metta in imbarazzo vendendo vestiti, che
non sia figlia di un ambulante del mercato.
Ma lui ama te, ribattei. Non potrebbe mai amare nessun'altra quanto ama te.
L'amore non c'entra niente, disse lei, e poi rise, una risata
asciutta, amara.  buffo. Una delle qualit che ho sempre
amato di pi in Boy  la sua ambizione.
Gabrielle era qualcosa di meglio, ma non era ancora abbastanza.
Si ritrasform nella bambina ribelle, arrabbiata con il mondo,
tesa per la frustrazione, incapace di comprendere come suo padre
avesse potuto tradirla. Stavolta era Boy a tradirla. Che fosse
sincero o no, ora dichiarava al mondo il suo amore per un'altra.
Anch'io mi sentivo tradita. Boy era diventato come un fratello
per me. Per Andr era come un padre.
Mi dispiaceva per Gabrielle, ma avevo iniziato a provare
anche un'altra emozione, una certa durezza. Gli uomini se ne
andavano. Era quello che facevano. Padri, amanti. Uomini di
cui ti fidavi. Uomini ai quali donavi tutto il cuore. Dicevano di
amarti e poi, per un motivo o per l'altro, se ne andavano. In
amore e in guerra, l'unica certezza era un cuore spezzato.
Mi aggiravo per Biarritz come inebetita. Solo la vista dei soldati
americani e canadesi attirava la mia attenzione. Venivano
al mare in licenza, a gruppetti di due o tre, e nuotavano al largo.
Si tuffavano dalle scogliere pi alte. C'era in loro un'apertura,
un'esuberanza, un'inconsapevolezza che avrei voluto imitare.
Erano sicuri di s, senza paura.
Gabrielle era tornata a Parigi da qualche giorno quando tirai
fuori un paio di forbici ben affilate e le porsi a Elise.
Volevo provare quel senso di leggerezza, quella libert di movimento.
Le notizie da Parigi peggiorarono. Lo stallo era terminato, ma
non in nostro favore. I tedeschi stavano di nuovo guadagnando
terreno, avvicinandosi sempre pi alla citt. Gli aerei tedeschi
spargevano ancora il terrore dall'alto, ma eravamo nel
1918 e nel frattempo erano diventati pi veloci. Trasportavano
pi bombe. Erano pi efficienti nella distruzione.
Per gli uomini al fronte, gli orrori non facevano che continuare.
E per i cavalli.
Ora i tedeschi attaccavano anche i civili. Sparavano sulla citt
da cannoni a lunga gittata posizionati a centoventi chilometri di
distanza, al ritmo di almeno venti granate al giorno, granate che
sembravano piovere dal nulla e distruggevano palazzi, strade
e parchi, assassinando parigini innocenti.
Codardi, li aveva chiamati Lucho tanto tempo prima, e aveva
ragione. A marzo, il venerd santo, una granata cadde sulla
chiesa Saint-Gervais Saint-Protais durante la messa. Oltre novanta
persone restarono uccise mentre pregavano.
Inviai telegrammi a Gabrielle e Adrienne, pregandole di lasciare
Parigi e cercare rifugio a Biarritz, ma rifiutarono. Adrienne
insisteva ancora di dover restare vicina al fronte nel caso
succedesse qualcosa a Maurice. E Gabrielle voleva stare vicina
a Boy. Lui non era sposato, non ancora, e veniva sempre da lei
durante le licenze.
Ignorando le bombe dal cielo, le granate, gli assalti da ogni
direzione, Gabrielle andava avanti come aveva sempre fatto.
Per la nuova stagione foder i cappotti di jersey con seta nella
stessa fantasia del vestito o della camicetta da indossare sotto.
La sua mente era focalizzata sulle coppie, sugli abbinamenti, e
nel mezzo della tempesta trasformava le bombe in profitti. Le
ospiti del Ritz dovevano essere presentabili nei rifugi antiaerei.
In piena notte, quando suonavano le sirene, non c'era tempo di
vestirsi bene. Quindi lei faceva completi in cui si potesse dormire
o da indossare all'ultimo minuto, partendo da una fornitura
di pigiami da uomo in jersey rosso che aveva trovato, casacche
e pantaloni di taglio largo, sapientemente modificati con la macchina da cucire. Tutte li volevano.
 eccellente, Coco, immaginavo che dicesse Boy con un sorriso di approvazione. Hai portato la moda nei rifugi antiaerei.
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CAPITOLO 66.
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La primavera divent estate e le voci degli strilloni cambiarono
musica nel declamare le ultime notizie. Era il suono della vittoria,
un trionfo dopo l'altro: Bosco Belleau, la Marna, la Battaglia
di Amiens.
Gli americani erano finalmente arrivati al fronte in piena
forza, combattenti addestrati e non sfiniti da anni di guerra,
e con i britannici e i francesi stavano finalmente respingendo
i tedeschi. C'era di nuovo speranza. All'inizio bisbigliata, poi
sempre pi forte. La guerra sarebbe finita presto.
Era tempo di tornare a vivere a Parigi. lise era in grado di
dirigere da sola la boutique di Biarritz, e io volevo trovarmi
in citt quando fosse finita la guerra. Volevo essere l per festeggiare.
E Lucho. Forse finalmente sarebbe tornato.
Era un anno che non andavo a Parigi, e la citt era cambiata.
Le finestre erano state rotte dai bombardamenti e sbarrate
con assi di legno. Quelle ancora intatte erano rivestite con fogli
di carta per impedire che si spaccassero, a volte con fantasiosi
motivi e disegni. Intorno ai monumenti erano accatastati sacchi
di sabbia, non in mucchi casuali ma con cura, quasi con affetto,
perch i parigini volevano bene alla loro citt. In certi casi
c'erano cataste di macerie al posto di interi edifici. Ma la cosa
pi scioccante era il gigantesco cratere scavato da una granata
alle Tuileries, dove io e Lucho andavamo a passeggiare. E gli
splendidi castagni... Nel gelo dell'inverno, quando mancava il
carbone, molti alberi erano stati tagliati per farne legna da ardere,
ma sempre con un senso dell'estetica, un buco qui e uno l, non una profanazione totale.
Avevo sentito la mancanza di Parigi.
E di Gabrielle, che lavorava a un ritmo febbrile. La guerra
finir, Ninette, e la gente vorr vestiti nuovi. Avranno bisogno
di abiti sportivi e vestiti da giorno e da sera. Dobbiamo tenerci pronte.
Ci serviva pi spazio, quindi versammo una caparra per un
intero edificio in fondo alla strada, al numero 31, senza consultare
Boy. Adesso erano soldi nostri. Per via della guerra erano
disponibili nuove licenze. Gabrielle poteva portare le sue creazioni
sartoriali da Biarritz a Parigi. Potevamo finalmente vendere
moda di lusso e non solo maglieria anche a Parigi: i capi
pi costosi, cuciti a mano su ordinazione per le clienti private.
L'orfanella cui dicevano che sarebbe stata fortunata a diventare
una sarta avrebbe diretto una Maison de haute couture nella capitale mondiale della moda.
C' cos tanto da fare, diceva sempre, non si riposava mai
per un minuto, come per scacciare il pensiero di ci che stava per succedere.
Ad agosto l'annuncio apparve su Le Gaulois.
Boy aveva sposato l'aristocratica Diana Wyndham.
Gabrielle sapeva che il giorno si stava avvicinando, ma fu ugualmente
uno shock. Boy aveva tentennato a lungo, diceva, ma alla
fine si era deciso. Lei se n'era andata settimane prima
dall'appartamento in avenue Gabriel. La sua nuova amica, l'esotica
salonnire Misia Sert, una donna che Adrienne considerava invadente,
la aiut a trovare un appartamento con vista sulla Senna
e il Trocadro, oltre a un maggiordomo e una cameriera e una
stanza in cui ospitare Andr per le vacanze scolastiche.
Gabrielle risistem i suoi paraventi Coromandel, i cristalli e i
portafortuna, i libri rilegati in pelle e i mobili rivestiti di tessuto
beige per riempire il nuovo spazio. Ma anche tra le sue vecchie
cose sembrava sperduta, fuori posto.
Una domenica pomeriggio le portai un'omelette dalla sua
brasserie preferita. Devi mangiare, dissi alla sua schiena, ma
lei fece spallucce e non si gir.
Sedeva alla finestra del salotto e guardava l'ansa del fiume e
il sole che si rifletteva sulle chiatte che procedevano silenziose
sull'acqua. I terrier che Boy le aveva regalato non molto tempo
prima, Pita e Poppe, erano accoccolati ai suoi piedi.
C' stato un tempo in cui ho creduto davvero che sarei diventata
la signora Arthur Capel, ammise. Poi mi sono convinta
che lui non avrebbe sposato nessuna. Il nostro amore era
diverso. Stavamo insieme perch sceglievamo di stare insieme,
ed era meglio del matrimonio, pi sacro. Si gir verso di me
con le lacrime che le correvano sul viso, lacrime silenziose. Ninette, non so pi chi sono.
Quelle parole mi sorpresero. Sapevo esattamente chi era.
Guardati, dissi, e mi sedetti accanto a lei e le presi le mani
tra le mie. Non vedi? Tutto il mondo sa chi sei. Non sei pi la
povera orfanella.
Boy sentiva la mancanza della vecchia Gabrielle che lo ammirava
tanto? Che pendeva dalle sue labbra? Di cui doveva
prendersi cura? Lei mi aveva riferito le parole di Boy quand'era
andata a dargli l'ultimo assegno, estinguendo il debito. Pensavo
di averti dato un giocattolo. Invece ti ho dato la libert. L'aveva
detto in tono malinconico.
Forse era quello che Boy vedeva in Diana Wyndham. Una
persona legata alle tradizioni e alle regole della societ, che non
poteva volare via tanto facilmente.
Ma noi potevamo. Non c'erano regole a trattenerci. All'improvviso
sentii l'urgenza di scuoterla, di scuotere me stessa. Mi
assal un orgoglio travolgente. La guerra contro la Germania
andava avanti, ma la nostra guerra era finita, quella che io e lei
combattevamo fin dal giorno in cui eravamo nate, fin da quando
le suore avevano decretato che io potevo aspirare a sposare
un contadino e lei a guadagnarsi da vivere come sarta. Avevamo
vinto. Eravamo cos indaffarate che non avevamo avuto il tempo
di farci caso. Eravamo diventate ci che volevamo diventare.
Non chi il mondo ci diceva di essere.
Pensa alle Eleganti, le dissi, le signore dell'alta societ e delle
lite, le attrici e le demi-mondaines che venivano a comprare i
suoi vestiti e si pettinavano persino come lei. Nessuno voleva somigliare
a Paul Poiret o a Madame Vionnet o a Charles Worth.
Volevano tutte somigliare a Gabrielle. Era lei stessa la sua miglior creazione.
Gli uomini vanno e vengono, Gabrielle. Boy pu sposarsi altre
volte. Ma tu, tu sei Coco Chanel e questo non cambier mai.
Quando finii di parlare, aveva smesso di piangere. Serrava la mascella.
Grazie, disse. Non penso di avertelo mai detto. Grazie,
Ninette. Non sarei mai arrivata fin qui, nulla di questo sarebbe
mai stato possibile, senza di te.
Eravamo sorelle. Era cos che ci prendevamo cura l'una dell'altra.
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CAPITOLO 67.
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A novembre i tedeschi si arresero. Il Kaiser abdic. I cannoni
tacquero, finalmente. La guerra con la Germania era finita.
A Parigi i boulevard si riempirono di gente com'era successo
quattro anni prima, all'annuncio della mobilitazione. Ma al
posto della determinazione patriottica ora c'era giubilo. I soldati
non riuscivano a fare un passo senza essere baciati dalle
ragazze francesi che si affollavano intorno a loro. Osservavo il
tutto da lontano. L'ultima volta che il mondo era sceso in strada,
ero con Lucho.
Per giorni, mentre proseguivano le parate e i festeggiamenti,
continuai a cercare con gli occhi tra la folla. Ogni volta che vedevo
un gruppo di soldati, ogni volta che un soldato mi passava
accanto, ogni volta che si apriva una porta ed entrava un uomo...
Era ovunque e da nessuna parte. All'uscita dal Ritz. Su una
panchina del giardino delle Tuileries. A passeggio lungo la Senna.
Nel dehors del Caf de la Paix, il volto celato dall'ultimo numero
del Figaro. Solo che non era il suo volto. Non era mai il suo
volto. Cercavo di avvolgere il suo ricordo in carta marrone, legarlo
con lo spago, nasconderlo in fondo a un armadio al Pare
Monceau con tutto il resto. Ma non ci riuscivo.
Nel silenzio dell'appartamento, Adrienne e Maurice recuperavano
il tempo perduto passando ogni momento insieme.
Io invece uscivo tutte le sere. Uscivo per dimenticare Lucho.
Uscivo per trovare Lucho. Forse era l al Caf des
Ambassadeurs o da Maxim's o a La Rotonde a Montparnasse. In ogni
ristorante, bar e caff la gente beveva champagne, danzava, trovava
amanti. Il ragtime, cos popolare prima della guerra, aveva
lasciato il posto a una novit, il jazz.
I soldati invasero la citt. C'erano cos pochi francesi, una
generazione perduta nelle trincee, ma americani e canadesi,
con la loro estroversa joie de vivre, erano ovunque, a celebrare
senza freni la fine della guerra. Evidentemente non avevano
altro da fare. Era impossibile mandarli a casa tutti insieme. Ce
n'erano troppi e non c'erano abbastanza navi. Dovevano partire
in turni.
Usciva anche Gabrielle. Aveva amici che la aiutavano a guarire:
l'artista Misia Sert e un entourage di altre persone, come
l'illustratore Paul Iribe e il ricchissimo sudamericano Eduardo
Martinez de Hoz.
Una sera, a un ballo all'Htel Majestic in avenue Klber,
Gabrielle mi sussurr all'orecchio: E qui che risiedono gli
ufficiali britannici ricchi. Non lo disse apertamente, ma sapevo
cosa pensava. Lucho era morto in guerra. Era ora di voltare
pagina.
Non volevo credere che Lucho non sarebbe tornato. Ma
dovevo crederci. Era l'unico modo per andare avanti.
Ero diventata una ballerina esperta, grazie ad Arturo e ai
nostri soggiorni a Biarritz, e ballavo spesso con i soldati britannici
e americani. Puoi ancora trovare qualcuno, aveva detto
Lucho tanto tempo prima. Fallo per me. E cos lo facevo. Mi
costringevo a ballare con chiunque me lo chiedesse, per lui.
Li guardavo in faccia, sperando che mi si accendesse una luce
dentro, ma sinora c'erano state soltanto braci.
Poi notai un uomo che mi guardava da lontano, con un'espressione
interessata che mi accese una scintilla in corpo, una
sensazione che avevo quasi dimenticato. Bello, fu il mio primo
pensiero. Poi, disinvolto. Le persone tra noi si spostarono e vidi
le ali sulla divisa. Un aviatore. Ecco perch era circondato di
donne. Ma continuava a guardare me.
Un altro ballo e poi un altro, il one-step, il foxtrot, il quickstep.
Nessuno ballava pi il valzer. Anche il tango era fuori moda.
Cercai di essere discreta con gli sguardi, cercando una visuale
migliore. Capelli biondi, ondulati. Alto. Spalle larghe. I miei occhi
incrociavano i suoi ogni volta che venivo fatta piroettare nella
sua direzione, e provai un calore che non sentivo pi da anni.
La volta successiva che lo cercai se n'era andato, e il fremito
nel mio cuore si plac. Improvvisamente mi parve di avere le
scarpe piene di sabbia.
Poi una mano picchiett la spalla del mio compagno di ballo e l'aviatore si sostitu a lui. Da vicino era ancora pi bello, ma
pi giovane di come mi era sembrato. Ballava con scioltezza,
con precisione. Il portamento di un principe.
Sorrise. Come si chiama, Mademoiselle? chiese in un ottimo
francese. I suoi occhi erano morbidi come il velluto.
Antoinette, dissi.
Antoinette, ripet lui, continuando a guardarmi, cos calmo,
cos pacato e sicuro di s. E poi, di nuovo con quel sorriso:
Ti sposer, Antoinette.
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CAPITOLO 68.
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Si chiamava Oscar. Oscar Fleming. Un nome forte. Valoroso. Le
sillabe scivolavano sulla lingua. Senza bisogno di farlo, si scus
per come ballava. Anni di lezioni al country club, disse. Non
avevo idea di cosa intendesse, ma sembrava importante.
Uscimmo su una terrazza, dove non c'era nessuno e potevamo
parlare. Lui mi pos sulle spalle il suo giubbotto da aviatore.
Avevo i brividi, ma non per il freddo.
C'era in lui una disinvoltura, una sicurezza di s che probabilmente
derivava dall'aver vissuto sapendo di poter morire
l'indomani. Era cos aperto, cos schietto. E romantico. Ogni
giorno faceva recapitare in boutique uno splendido bouquet.
Di sera mi portava a cena nei ristoranti pi costosi, a ballare
negli hotel pi eleganti. Era un aviatore e un ufficiale, quindi ci
davano sempre i tavoli migliori. Restavamo fuori sino a tardi,
spesso sino all'alba.
Windsor, ripetei quando mi disse il nome della citt canadese
da cui proveniva. Suonava cos raffinato. .
Come la citt in Inghilterra, disse lui. Dove sorge il Castello
di Windsor.
C' un castello nella tua Windsor?
Ci sar. Come ti piacciono i castelli, regina Antoinette?
Con o senza ponte levatoio?
Il Canada. Non ci avevo mai pensato. Disse che vicino a
Windsor c'erano sorgenti minerali dove la gente andava a fare
le cure. C'era una spiaggia su un lago e un ippodromo. Era
Vichy, Biarritz e Deauville tutte insieme, ma quando lo dissi a
voce alta lui rise. Lo sar, quando ci sarai tu.
Detroit era dall'altra parte del fiume, la patria dell'automobile
a un traghetto di distanza. La chiamano la Parigi del
Midwest, spieg.
Suo padre era avvocato, un uomo importante a Windsor,
sindaco all'epoca in cui la regina Vittoria le aveva assegnato la
qualifica di citt. Oscar, uno di undici figli, avrebbe seguito le
sue orme. Aveva frequentato il Royal Military College in Ontario,
aveva seguito l'addestramento da pilota con il Royal Flying
Corps. Una volta tornato in Canada sarebbe andato a studiare
giurisprudenza a Osgood Hall. Era chiaro che la famiglia Fleming
era agiata e privilegiata.
E lui voleva sposarmi.
Quando mi chiese del mio passato, esitai. La guerra era finita.
Era tempo di celebrare, non di ricordare storie tristi di tanto
tempo prima. Tirai fuori la versione delle nostre vite che aveva
inventato Gabrielle, che eravamo cresciute con certe zie di
campagna. Non volevo deluderlo. Gli anni della guerra erano
stati anni di solitudine e non volevo farlo scappare via. Forse
non avrebbe capito. Non era segnato come me. Come Lucho.
Ed era quello a renderlo attraente ai miei occhi. Io e Lucho vedevamo
le ombre; Oscar vedeva la luce.
Quando mi disse che aveva solo ventun anni, temetti di svenire.
Non avevo idea che fosse cos giovane. Avevo dieci anni
pi di lui. Ma com' possibile? dissi. Sembri cos ragionevole.
Cos sofisticato.
La guerra  la cura migliore per le sciocchezze di giovent.
Sono ufficialmente senza et. Mi prese la mano. Mia adorata
Antoinette, non giudicarmi in base al mio anno di nascita, un
fatto sul quale non ho controllo. Giudicami in base all'adorazione
nei miei occhi.
Non trattenni una risata. Purch tu non giudichi me dal
mio anno di nascita.
Mi strinse forte la mano e mi guard con un'espressione serissima.
Ti giudico assolutamente perfetta.
Veniva spesso in boutique. Gabrielle lo trovava affascinante.
Adrienne lo definiva raffinato. Un aviatore, Ninette. E cos
bello! Quegli occhi!
A Parigi si tenevano matrimoni praticamente a ogni ora di
ogni giorno, un flusso costante di sposini che uscivano dalle
porte del municipio.
A marzo, appena un mese dopo, eravamo fidanzati.
Ma... il Canada? Gabrielle si sfil le forbici che portava appese
al collo con un nastro.  cos lontano.
Oscar diventer mio marito. E il suo Paese. Girai il cartello
sulla porta da OUVERT a FERM. Non volevo fare quella
conversazione, ma non potevo evitarla in eterno.
Non significa che debba tornarci, disse lei. Pu lavorare
per Chanel Modes. E presentabile. Gli trover qualcosa
da fare.
La guardai, e in quel momento non vidi cos'era diventata
ma ci che era stata. Ci che eravamo state. Bambine vestite di
stracci che per tanto tempo avevano potuto contare solo l'una
sull'altra.
Scacciai ogni apprensione. Eravamo cresciute. Separarci era
nell'ordine naturale delle cose. Le sorelle se ne andavano con
amanti e mariti, ma il legame restava. Era diverso, tutto qui.
E Chanel Modes era una Maison de couture affermata, finalmente
nella nuova sede di rue Cambon 31 con pi spazio, pi
eleganza, pi fascino. Gabrielle aveva dipendenti di cui poteva
fidarsi, Angle, Elise e altre. Grazie a Misia aveva una vasta cerchia
di amici. E si vedeva ancora con Boy. Nonostante il matrimonio,
passavano molto tempo insieme. Boy non era riuscito a
rinunciare a lei. Era Coco Chanel. Famosa. Ammirata. Ricercata.
Non aveva bisogno di me come un tempo.
In Canada studier per diventare avvocato. Mi piaceva
dire quella parola. Suonava nobile. Intanto ci ho riflettuto. Il
Canada  il posto perfetto per una nuova boutique. Vicino a
Windsor ci sono sorgenti termali, e un ippodromo, e dall'altra
parte del fiume c' Detroit, dove si costruiscono le automobili
e quindi sono tutti ricchi. Oscar dice che la chiamano la Parigi
del Midwest. Quando mi sar sistemata posso trovare i locali
perfetti per la nostra prima boutique in Nordamerica!
Il dubbio che portava dipinto in volto quando avevo iniziato
a parlare era sbiadito, e pi ne parlavamo e pi si convinceva.
I suoi abiti erano stati elogiati da riviste americane come
Women's Wear Daily e Harper's Bazaar. Evidentemente laggi
c'era un mercato per Chanel Modes. Gli americani copiavano
sempre i modelli francesi.
E il Canada non  poi cos lontano, dissi. Solo tre giorni
in transatlantico. Torner a Parigi almeno due volte l'anno. E tu e
Adrienne verrete a trovarmi. Andremo a New York. Anche Andr
pu venire, durante le vacanze scolastiche. Magari un giorno anche
lui frequenter il Royal Military College, come Oscar.
Ma Ninette, disse Gabrielle, con un'espressione seria. 
un cambiamento cos radicale. Sei sicura di volerlo? Conosci
Oscar da poco tempo.
S, il Canada sarebbe stato un grande cambiamento. Ma
quella era parte dell'attrattiva. Non mi importava del prestigio,
di chi fossero i parenti di Oscar e di chi fosse destinato a diventare.
Mi importava solo che lo amavo e che la guerra era finita,
ed era tempo di vivere.
Sono sicura, dissi. Lo amo.  quello che voglio.
Sospir e poi mi abbracci, cos forte e cos a lungo che
sembrava non volesse pi lasciarmi andare. Alla fine si tir indietro
per guardarmi.
Che ne dici, Ninette? Raso? Pizzo? Dobbiamo cominciare
subito. Batt le mani e sfoder quel suo largo sorriso, e le si
accesero gli occhi. C' da fare un abito da sposa!
Da Chanel Modes, oltre all'abito da sposa, Gabrielle mise le
sarte al lavoro sul mio corredo.
Era il mio turno di sottopormi alle prove d'abito.
...
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CAPITOLO 69.
...
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...
Oscar faceva la spola tra Parigi e l'Inghilterra, ufficialmente ancora
in servizio con la RAF per qualche altro mese. Ben presto
sarei diventata Mrs. Oscar Fleming, la moglie del futuro avvocato
appartenente a una delle famiglie pi in vista di Windsor.
Oscar diceva che ci sarebbero stati t, balli, inviti a casa, feste
ai country club e ai club nautici, viaggi a Detroit, tornei di tennis,
un gioco chiamato bridge. La sua famiglia aveva uno yacht
e una casa in campagna. Che strano pensare che avevo improvvisamente
davanti tutto ci che avevo sognato da giovane - un
posto nell'alta societ - e ora non ne avevo pi bisogno. Ora
volevo solo Oscar, un compagno, un amante, un marito.
Ti insegner, disse quando confessai di non saper giocare a bridge.
Ma so che devo soffiare sulle carte, per scacciare la sfortuna.
La sfortuna, ripet con un sorriso. Di quella ce n' stata
abbastanza. Mi baci sulla guancia. D'ora in poi solo fortuna.
Era il 1919 e a Parigi tutti erano innamorati. Tutti erano innamorati
dell'amore. Il romanticismo increspava la superficie
della Senna. Faceva frusciare le foglie dei castagni. Si riversava
fuori dalle sale da ballo e dai cabaret, a ritmo di jazz, un nuovo
genere musicale e un nuovo modo di vivere.
Le donne erano pronte a vestirsi di nuovo, a vestirsi davvero,
e la nuova collezione di Gabrielle era sofisticata, abiti a
tunica nei tessuti pi pregiati, decorati con incantevoli dettagli,
rete dorata o nera, ricami delicati, perline discrete con un
motivo a vite, mantelle di velluto bordate di piume di struzzo.
Immaginai di indossarli per andare ai country club di Windsor,
bench non sapessi ancora di preciso cosa fosse un country
club. L'importante era che mi sarei fatta vedere al braccio di
Oscar, il mio aviatore bello e coraggioso.
Gabrielle era tornata se stessa: il dolore per il matrimonio
di Boy continuava a sbiadire. Prese in affitto una villa a Saint -
Cloud, fuori citt, dove potevano stare insieme con pi discrezione.
 sposato con lei, diceva di Diana Wyndham, ma
ama me. Non era la situazione ideale, ma anche lei lo amava.
Non poteva rifiutarlo, neanche per orgoglio, bench ne avesse
tanto.  buffo, le cose che credevi di non poter accettare, e
poi invece le accetti.
Pensavo di portarmi dietro una copia di ogni cosa per la collezione
a Windsor. Come mi piaceva dire quel nome. Windsor.
Come se fossi la regina d'Inghilterra in persona! Mi sarei portata
persino una delle sarte pi giovani, Jeanne, come cameriera
personale e perch mi aiutasse ad aprire la nuova boutique.
Ogni giorno mi esercitavo a parlare in inglese. Sapevo gi qualcosa,
anche grazie a Boy e ad Andr, che mi dava ancora lezioni
quando tornava da scuola. Windsor. Mrs. Oscar Fleming. How
do you do? So pleased to meet you.
Era tutto cos entusiasmante, procedeva tutto cos in fretta.
Ma a volte, soprattutto quando Oscar era in servizio in Inghilterra,
mi assalivano ancora i dubbi. Non a proposito di
Oscar, ma di tutto ci che lasciavo indietro: Gabrielle, Adrienne,
Andr. Parigi. Tutto ci che avessi mai conosciuto.
E naturalmente c'era ancora Lucho, nascosto da qualche parte nel mio cuore.
Io e Oscar non parlavamo mai degli amori del passato. Non
mi chiedeva mai perch non avessi nessuno. Non era insolito.
Tanti uomini francesi erano rimasti uccisi nei lunghi anni della guerra.
Era meglio non rivangare i vecchi ricordi. Cos mi dicevo.
Non c'era motivo di parlare di ci che era accaduto. Soltanto
del futuro. Una sera al Majestic, mentre io e Oscar ballavamo,
assaporai il suo calore, il movimento ritmico del suo corpo, la
sua mano solida sulla mia mentre mi guidava in pista. Era una
mano da aviatore, forte, abile con le leve e gli interruttori e le
manovre complicate. Mi concessi di rilassarmi, i miei occhi
intravedevano appena le altre coppie che danzavano in pista
o sedevano ai tavolini tutt'intorno. Ma mentre passavamo davanti
all'ingresso della sala da ballo, prese forma un volto che riconoscevo.
Lucho?
Fu un solo istante, ma in quell'istante fui sicura che fosse lui.
Mi allontanai da Oscar, lasciandolo in mezzo alla pista da
ballo, e mi feci largo tra la gente verso le porte della sala, con il
cuore che mi rintronava nelle orecchie.
Guardai ovunque, nell'atrio, nella sala da pranzo, nel salotto.
Fuori, cercai sotto i lampioni, negli angoli oscuri, tentai di
distinguere una sagoma tra le ombre. Lucho, chiamai, ma
non ci fu risposta. La mia voce riecheggi lungo avenue Klber.
Alla fine mi sedetti sulle scale, tremante. Forse non era lui.
Forse era la mia immaginazione. Forse era un fantasma.
Che stavo facendo? Io amavo Oscar.
Non sapevo da quanto tempo fossi l quando un braccio caldo mi cinse.
Antoinette, disse Oscar, allarmato. Cos' successo? Ho fatto qualcosa?
No, dissi, confusa, nauseata. No, ... Trassi un respiro
profondo. Mi  sembrato di vedere mia sorella, Julia-Berthe,
quella che  morta. La madre di Andr. Mi  sembrato di vedere
il suo viso tra la gente, ma... non era lei.
Non volevo mentire. Non avevo mai mentito a Lucho, neppure
una volta. Ma l'espressione di Oscar era cos innocente.
Come potevo dirgli la verit? Era cos preoccupato, cercava di
consolarmi mentre piangevo, e non sapeva per chi piangevo
davvero, e non sapeva che in quel momento, seduta l, sentivo
nell'aria un profumo di bergamotto e lavanda.
L'indomani lo dissi a Gabrielle.
Non era Lucho, ora lo so, dissi.
Rispose a bassa voce. Ninette, lui non torner.
La guerra era finita da quasi un anno. A quell'ora avrebbe
gi dovuto essere tornato. Tanti uomini erano ancora dispersi.
Tanti uomini perduti nel fango della terra di nessuno, forse destinati a non essere mai trovati.
Una morte prematura, aveva detto la zingara. Mi sarei sposata. Adesso era tutto chiaro.
Parlai in un sussurro. Capisci perch devo andare in Canada?
No, rispose. Proprio no. Potete restare entrambi qui.
Come faceva a non capire? In Canada non avrei cercato
Lucho ogni volta che vedevo un passante o si apriva una porta.
Oscar mi amava e io amavo lui. Lucho era il passato. Oscar era il futuro.
Quando lo trovi, va'. Fallo per me.
Ci sposammo l'11 novembre 1919 al Municipio dell'ottavo
arrondissement. Era l'anniversario dell'armistizio. C'era aria di festa.
Boy e Maurice fecero da testimoni allo sposo, Gabrielle e
Adrienne a me. Indossavo l'abito che Gabrielle aveva creato
per me, raso bianco con uno splendido pizzo Chantilly, la vita
bassa come dettava la moda e segnata da un nastro di raso. C'era
anche la sorella maggiore di Oscar, Augusta, che lui chiamava
Gussie, una ragazza molto graziosa, appena arrivata a Parigi
per studiare arte.
Ti adoreranno, a Windsor, mi disse.
...
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UNA MOGLIE MANTENUTA.
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WINDSOR, ONTARIO, 1919-1920.
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CAPITOLO 70.
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Quando arriviamo a Windsor? chiesi sporgendomi verso
Oscar, mio marito Oscar, mentre il treno frenava lentamente.
Viaggiavamo da giorni, prima da Biarritz, dove avevamo trascorso
due settimane di luna di miele alla Villa Larralde, poi a
Liverpool, dove eravamo saliti a bordo della Empress of France
per attraversare l'Atlantico sino all'isola di Terranova: il primo
pezzo di Canada che avevo visto era una distesa fredda e rocciosa,
spazzata da venti pi forti che ad Aubazine. Da l avevamo
preso un treno e, dopo molte ore, avevo visto un gruppo di case
e palazzi marroni, bassi e squadrati.
Tesoro, disse Oscar con un sorriso. Si alz e mi porse la
mano. Siamo arrivati. Questa  Windsor.
La casa dei genitori di Oscar era un edificio solido e imponente
in cui saremmo vissuti tutti insieme. Fu emozionante vederlo
accogliere dalla sua famiglia.
Restai in disparte mentre i suoi fratelli gli si radunavano
intorno.
Questa, disse poi tirandomi a s  Antoinette. Mia moglie.
Osservai la diffidenza negli occhi dei suoi genitori, una coppia
sulla cinquantina abbigliata in modo distinto, convenzionale.
Come avevo fatto a non capire? Oscar aveva sempre detto che i
suoi fratelli e le sue sorelle mi avrebbero adorata. Ma mai i suoi
genitori. Non si parlava mai di cosa avrebbero pensato loro.
How do you do? chiese in tono formale la madre di Oscar,
porgendomi la piccola mano guantata.
So pleased to meet you, risposi.
Mi sentii immediatamente fuori posto, guardata con sospetto.
Ero una donna pi anziana. Una donna francese. Che spettacolo
dovevo essere con la mia cameriera, diciassette bauli di
vestiti e una cassa contenente un servizio da t d'argento con
uno splendido samovar russo che Gabrielle ci aveva donato per
le nozze. I miei abiti all'ultima moda di Parigi sembravano frivoli
l, pretenziosi o peggio.
Alle spalle dei genitori brillavano varie coppie di occhietti,
i fratelli e le sorelle. Che curiosit doveva aver suscitato il nostro
arrivo.
La nostra stanza era la sua vecchia camera, una cameretta da
bambino, decorata con trofei di tennis e gagliardetti scolastici
e foto di aeroplani ritagliate dal giornale. Distesi il copriletto di
pizzo, regalo di nozze di Adrienne, feci un passo indietro per
valutare l'effetto e mi venne da piangere. Adrienne. Gabrielle.
Erano a un oceano da me.
Oscar mi sollev il mento con le dita. Tesoro, che succede?
Non piaccio ai tuoi genitori, Oscar. Hai visto come mi
guardavano?
Si irrigid. Antoinette. Non  che tu non gli piaccia, non 
affatto questo. Il problema sono io. Hanno bisogno di tempo
per abituarsi all'idea che io non abbia sposato una ragazza di
Windsor. Non sono pi la stessa persona che ero prima della
guerra. Dovranno capirlo.
Avresti dovuto dirmelo, dissi in tono fermo, girando la
testa dall'altra parte.
Speravo che non andasse cos. Ma ti ameranno, Antoinette,
ne sono certo. Non potranno farne a meno.
Adrienne e Maurice stavano insieme da dieci anni e i genitori
di lui non la accettavano ancora.
E ricorda, disse. Non staremo qui per sempre.
In autunno ci saremmo trasferiti a Toronto. Oscar avrebbe
iniziato a studiare legge a Osgood Hall.
Ma mancavano ancora mesi.
Pi tardi, per dimostrarmi che i suoi genitori non obiettavano
al nostro matrimonio, Oscar mi mostr un ritaglio dal
numero di novembre del giornale locale, di quando eravamo
ancora in Francia, pensando che bastasse a calmare le acque.
Mr. Oscar E. Fleming ha appena ricevuto un
CABLOGRAMMA DA SUO FIGLIO, IL TENENTE OSCAR E.
Fleming Jr., che annuncia il suo matrimonio avvenuto
MARTED SCORSO A PARIGI, CON MLLE ANTOINETTE
Chanel... La coppia sta trascorrendo la luna di
MIELE NEL CASTELLO DEGLI CHANEL, A BIARRITZ.
Il mio annuncio di matrimonio.
Sembrava cos contento. Sorrisi, gli dissi che era uno splendido
annuncio e scacciai l'inquietante sensazione di aver letto
la storia di due estranei.
Per conquistare i genitori di Oscar provai a usare le armi del
fascino. Provai con i complimenti. Dopotutto ero la vendeuse
preferita di alcune delle donne pi esigenti del mondo. Ma il
mio inglese era carente. Dicevo davvero quello che volevo dire?
O dicevo tutt'altro? Era tutto cos imbarazzante. I suoi genitori
si sforzavano al massimo, ma la madre di Oscar non mi
guardava negli occhi. Suo padre aveva sempre un'aria scettica,
una ruga profonda tra le sopracciglia ogni volta che ci trovavamo
nella stessa stanza o ci incrociavamo in corridoio.
L'annuncio di matrimonio menzionava il castello degli
Chanel, che in realt era Villa Larralde, l'edificio che ospitava
la boutique di Biarritz. I suoi genitori avevano voluto nascondere
la nostra destinazione perch disapprovavano che io fossi
una donna d'affari? Oscar aveva detto loro del mio progetto di
aprire una boutique a Windsor? Mi domandai se lo considerassero
inappropriato per una donna sposata.
Presto iniziai a comprendere i loro timori, soprattutto dopo
aver conosciuto gli amici di Oscar e le loro mogli e fidanzate
durante le cene in casa che Oscar aveva promesso. Tra quella
gente ero una curiosit, un esemplare sottovetro nelle teche
della Madre badessa, una farfalla fissata con gli spilli su uno
sfondo di velluto. Fumavo sigarette. Bevevo. Mi piaceva ballare.
Mi vestivo come nessun'altra. Ero appariscente, e ovviamente
avevo dieci anni di pi.
E poi c'era il fatto che Windsor, come mi spieg Oscar, era
nata come colonia francese finch i britannici non l'avevano
conquistata. C'erano due fazioni rivali in citt. Gli anglo-protestanti,
come la sua famiglia, e i franco-cattolici, come me.
Stavo diventando lo scandalo di famiglia.
Ma nessuna di quelle cose import pi quando arriv un cablogramma, qualche giorno dopo, appena prima di Natale, da Parigi. Da Adrienne.
Chre Ninette.  accaduto l'irreparabile. Boy Capel  rimasto ucciso in un incidente d'auto. Il nostro caro Boy non c' pi. Povera Gabrielle,  devastata.
...
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CAPITOLO 71.
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Dobbiamo tornare indietro, dissi a Oscar quando fummo soli
nella nostra stanza. Ero sconvolta, troppo scioccata per piangere.
Devo andare da Gabrielle.
Mi prese per mano e mi fece sedere sul letto, cercando di
calmarmi. Devi ragionare, Antoinette.
Ragionare? Non  il momento di ragionare.
Ma  impossibile. Non arriveremmo in tempo per il funerale.
Non importa. Gabrielle ha bisogno di me. Devo vederla.
Esit. Cosa dovrei dire ai miei genitori?
In che senso?
Parlava a voce bassa. Non posso dire che dobbiamo tornare
di corsa a Parigi perch  morto l'amante di tua sorella, un
uomo sposato.
Quella reazione mi scandalizz. Oscar. Devo andare da lei.
Che importa di cosa pensano i tuoi? Boy  morto.
Con un'espressione tirata, ammise la terribile verit. Suo
padre controllava tutto. Era generoso con i figli, ma solo se
facevano quello che voleva lui. A Parigi aveva speso i soldi di
suo padre, fondi illimitati concessi come ricompensa per il servizio
militare.
Oscar non aveva soldi suoi.
Non poteva permettersi il viaggio di ritorno.
Era in debito con suo padre.
Mi hai mentito, dissi, alzandomi in piedi. Ogni parte di
me tremava di rabbia.
Non lo sapevo. Pensavo di essermi guadagnato la libert.
A Parigi, mio padre mi aveva dato questa impressione. Ora, la
Francia e l'Inghilterra sono libere, ma io no.
Era frustrato. Imbarazzato. Il padre non vedeva in lui l'uomo
che era diventato, ma il figlio che avrebbe dovuto essere.
Ben presto le cose sarebbero cambiate, promise. Non sarebbero
sempre rimaste cos.
Cerc di tranquillizzarmi, ma ero troppo arrabbiata con lui,
troppo arrabbiata con me stessa. Non ero soltanto pazza d'amore,
ero pazza. Ingannata da un uomo, bisbigliavano le voci nella
testa. Come tua madre.
A Parigi, con la commissione che guadagnavo fin dal giorno
in cui avevo messo la mia firma nel registro contabile del boulevard
Malesherbes nove anni prima, riuscivo a mantenermi.
Non avevo sposato Oscar per soldi, ma mi aveva indotta a credere
che ne avesse. I soldi significavano libert.
Mi ero fidata di Oscar, a sufficienza per trasferirmi sino in
Canada, lasciando Gabrielle, e adesso ero cos lontana proprio
quando mia sorella aveva pi bisogno di me.
Era cos doloroso. Inviai cablogrammi di condoglianze,
spiegai quanto avrei voluto essere l, e mandai tutto il mio amore
ad Andr, il povero Andr che aveva perso una figura paterna,
ma lei non rispose. Scrissi lettere in cui spiegavo la situazione
di Oscar, scongiurandola di inviarmi denaro per il viaggio.
Potevo stare con lei per tutto il tempo necessario, poi sarei tornata
da Oscar. Oscar, scrissi, se ne sarebbe fatto una ragione.
E ancora non rispose.
Scrissi ad Adrienne per chiedere di Gabrielle.
 a pezzi, rispose. Povera Gabrielle. Non vuol parlare
con nessuno. Tranne quella detestabile Misia Sert. La cosa
migliore da fare  aspettare. Ha bisogno di tempo, Ninette.
Non me la sentii di dire ad Adrienne che avevo bisogno di
soldi per il viaggio. Con Gabrielle sarebbero stati soldi suoi,
ma Adrienne avrebbe dovuto chiederli a Maurice. Non potevo
mettere Maurice in una posizione cos delicata, e non avrei
potuto fare una cosa del genere a Oscar, per quanto disperata
fossi e per quanto arrabbiata con lui. Che un altro uomo pagasse
per me, in particolare un uomo che non era mio parente, gli
avrebbe strappato via l'ultimo briciolo d'orgoglio.
Mi restava una sola possibilit. I diciassette bauli di vestiti.
Mentre Oscar lavorava come impiegato nello studio legale
di suo padre, io e Jeanne visitammo i grandi magazzini e i negozi
di abbigliamento di Windsor e Detroit. Mostrammo loro i
capi della collezione di Gabrielle, gli abiti pi eleganti con pizzi
e ricami, richiamando la loro attenzione sui dettagli pregiati e la
manifattura. Mostrammo loro abiti da giorno, abiti sportivi. I
negozi potevano vendere la collezione finch non avessi trovato
un posto in cui aprire la boutique.
Ma la reazione era sempre la stessa.
Le donne di qui non indosseranno mai vestiti come quelli.
Si scopr che Detroit non somigliava affatto a Parigi.
Due mesi dopo la morte di Boy arriv finalmente una lettera
da Gabrielle.
Il tuo dovere  verso Oscar, Ninette. Il tuo ritorno a Parigi
non mi aiuter. Nulla che tu o chiunque altro possiate dire
o fare mi far star meglio. Ho perso Boy. Ho perso tutto.
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CAPITOLO 72.
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A Windsor, una fila di locali lungo la sponda del fiume Detroit
prendeva vita ogni sera. L'Island View Inn. La Chappell House.
Il Rendez-vous. L'Edgewater Thomas Inn.
Speakeasy. Cos li chiamava Oscar. Luoghi con passaggi segreti.
Cantine nascoste. Pali e vedette per avvertire della polizia
in arrivo. In pochi minuti i tavoli da gioco coperti di feltro verde
venivano ripiegati, i bicchieri svuotati e le bottiglie nascoste.
In quegli anni, negli Stati Uniti era in vigore il Proibizionismo.
Anche il Canada viveva un fenomeno analogo con il Temperance
Act. Ma a differenza degli americani, i canadesi potevano
produrre alcol. Potevano esportarlo, ma non berlo. Non
aveva alcun senso.
Quella primavera e quell'estate, gli speakeasy furono l'unico
momento di tregua dalla claustrofobia della vita con i genitori
di Oscar, dall'angoscia della nostra situazione e dalla tensione
che c'era tra noi. Ballavamo il Dixieland jazz, bevevamo whisky
e bourbon, giocavamo alla roulette, a blackjack, a poker, il mio
repertorio di giochi da casin si stava espandendo. E le persone:
chiassose e volgari e stranamente affascinanti. I magnati dell'automobile
venivano fin l da Detroit, i parcheggi si riempivano di
berline e spider che in inverno arrivavano passando sul fiume
gelato. I Ford. I Fisher. I Dodge. Pezzi grossi, li chiamavano.
Erano i nouveaux riches che, nonostante i soldi, non sapevano
vestirsi, non capivano l'eleganza e la classe. Quando veniva il
caldo le loro costose barche e yacht riempivano i porti. Tra loro
c'erano sempre personaggi equivoci che evitavo, uomini che
sfoggiavano pistole alla cintura. Altri, i proprietari delle distillerie, sfoggiavano contanti.
Io e Oscar ci fermavamo sin quasi all'alba. Che altro avremmo
potuto fare? Stare a casa ad ascoltare la radio con i suoi genitori,
sua madre che mi ignorava e suo padre col muso lungo?
Eravamo adulti. Oscar aveva combattuto in guerra con la RAF.
Io ero abituata a dirigere un'azienda, a essere sempre occupata.
Povero Oscar. Impiegava met della giornata a fare contento
suo padre e l'altra met a placare me. Era esausto, il suo bel viso
era tirato per il nervosismo. Non sar sempre cos, ripeteva, con
un'espressione turbata negli occhi. Ogni mattina dormivo sino
a mezzogiorno, un'altra abitudine che non mi aiutava a fare
buona impressione a sua madre. Solo il pensiero dello speakeasy riusciva a tirarmi gi dal letto.
Non mi importava. A Parigi, il mondo di mia sorella era andato in frantumi e io non ero l con lei.
Sulla pista da ballo, io e Oscar potevamo chiudere gli occhi
e sentire in testa nient'altro che musica. Potevamo dondolarci
l'uno tra le braccia dell'altra. Per qualche ora ogni notte tornavamo
a Parigi, alla fine della guerra, e ricordavamo perch ci eravamo innamorati.
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CAPITOLO 73.
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Alla fine di agosto c'era gi un'aria pi fresca, l'annuncio della
nuova stagione.
Ben presto io e Oscar ci saremmo trasferiti a Toronto. Lui
avrebbe iniziato gli studi di legge per diventare avvocato. Avremmo
vissuto con i soldi di suo padre, ma almeno saremmo stati
per conto nostro, finalmente, come marito e moglie. Forse alle
donne di Toronto sarebbero piaciuti i vestiti di Gabrielle. Forse
l sarebbe cambiato tutto.
Ma all'avvicinarsi dell'autunno, Oscar si fece taciturno. Alla fine,
una settimana prima della data prevista per la partenza, confess.
Tesoro... amore... a proposito di Toronto. Deglut. Mio
padre ritiene meglio che io ci vada da solo. Pensa... pensa che se
ci sei tu non riuscir a concentrarmi sui miei studi.
Mi sentii tremare, uno strano fremito, come se la terra stessa
si fosse mossa sotto i miei piedi. Ma Oscar, sono tua moglie.
Non riusciva a guardarmi negli occhi. Antoinette...
Mon Dieu, Oscar. Hai combattuto in. una guerra. Sei un eroe. Non sei un bambino.
Tacque.
Scossi la testa, cercando di capire. Davvero vorresti lasciarmi qui?
Strinse le labbra. I suoi occhi dolci sembravano sperduti.
Non voglio. E l'ultima cosa che vorrei fare. Ma lui non paga se non vado da solo.
Feci un respiro profondo per calmarmi. L'aria non mi arrivava
ai polmoni. Il cambio di stagione mi aveva fatto buscare
un raffreddore. E io vivrei qui, senza di te, sotto lo stesso tetto di un uomo che mi disprezza.
Non ti disprezza, disse Oscar, sconcertato.  arrabbiato con me.
Gli presi le mani. Mio caro Oscar. Vuoi davvero diventare
avvocato? O  quello che vuole lui? Non riuscii a non pensare a
Lucho e suo padre. La donna che aveva sposato per le sue terre.
Ma Lucho amava i cavalli. Aveva quelli, almeno, per consolarsi...
Non importa cosa voglio io, disse Oscar.  l'unica soluzione.
Mio padre non mi dar altri soldi se non vado.
L'unica soluzione  non lasciare tua moglie. Tre anni,
Oscar. Ci vogliono tre anni per diventare avvocato.
Non ci imporr tre anni di separazione.  solo temporaneo,
Antoinette. Cerc di abbracciarmi, ma io indietreggiai. Verr
a Windsor ogni volta che potr. Vacanze. Estate.  a un solo
giorno di treno da qui. In men che non si dica sar un avvocato.
Avremo una casa tutta per noi. Una casa grande. Il castello che
ti ho promesso. Possiamo andare a vivere a Montreal. Ti piacerebbe.
Parlano tutti francese, laggi. Staremo bene come subito
dopo la guerra. Andremo e verremo da Parigi quando vorrai.
Mi sedetti sul letto, stordita. Mi stai lasciando davvero.
Di nuovo cerc di toccarmi, ma lo spinsi via. Non ti lascio,
Antoinette. Non ti lascerei mai. Sei tutto ci che voglio. Ti
scongiuro, per favore, sii paziente. Vado a Toronto per studiare
legge. Per noi. Torner.
Torner.
Oscar non lott per me. Non insistette perch andassi con lui.
Il mio bell'aviatore, coraggioso ed elegante. Riusciva a sfidare
la gravit, ma non a sfidare suo padre.
Mi aveva taciuto tante cose, e tante altre non ne avevo dette io
a lui. A Parigi, dopo l'armistizio, tutto il mondo luccicava. Non
ci andava di parlare del passato. Era stato tutto cos difficile.
Il matrimonio doveva essere l'espressione dell'amore, ma
come si fa ad amare qualcuno che non conosci davvero, qualcuno
che conosce solo il lato buono di te e non il lato oscuro?
Quando Oscar se ne and, la mia mente rest vuota. Iniziai
a soffrire di mal di testa. Non mi muovevo per ore. I suoi fratelli
andavano a scuola. Dopo, se non mi faceva troppo male la
testa, li aiutavo con il francese, aiutavo le ragazze con il cucito,
un ago e un filo per far passare le ore.
Jeanne, la mia cameriera, se n'era andata mesi prima. Quando
una delle ragazze, cercando di parlare francese, le aveva involontariamente
dato della scimmia, Jeanne si era offesa e aveva
fatto una scenata. L'indomani il padre di Oscar l'aveva mandata
via con i soldi del biglietto per tornare in Francia.
Se solo fosse toccata a me la stessa fortuna.
Quando la madre di Oscar non era nei paraggi, le ragazze
mi facevano domande. Che effetto fa fumare? Come si accende
una sigaretta? Si regge in questo modo? Come si fa a farsi
guardare dagli uomini? Come si fa a camminare con i tacchi?
Permettevo loro di provarsi i miei vestiti e le mie scarpe.
Mostrai come si teneva una sigaretta, ma non permisi loro di
accenderla. Insegnai loro canzoni come Qui qua vu Coco e Le
fiacre, una mossetta qui, una piroetta l.
Qualche settimana dopo la partenza di Oscar, una delle sorelle
fu sorpresa a fumare in bagno. La madre di Oscar incolp me.
Scrissi a Gabrielle.
Hanno mandato Oscar a Toronto senza di me. Non so
cosa fare.  stato tutto un terribile errore..Gabrielle, sono
disperata.
Andai in citt a spedire la lettera in una giornata di maltempo.
Non avevo un ombrello e inizi a diluviare prima che potessi
trovare riparo. Al ritorno mi buttai a letto scossa dai brividi.
Sentivo gli occhi pesanti. Ero arrossata, stanca, mi doleva tutto.
Passai le due settimane successive a letto con la febbre.
...
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...
CAPITOLO 74.
...
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...
Un mese dopo aver spedito la lettera ricevetti un cablogramma
da Parigi. Era di Gabrielle, indirizzato al padre di Oscar. Un
amico di famiglia sarebbe passato dall'Ontario. Monsieur Fleming
poteva essere cos gentile da ospitarlo per qualche giorno?
L'amico, Arturo Harrington, era interessato a conoscere
meglio la cultura canadese.
Conosci questo Arturo Harrington? mi chiese il padre di
Oscar, prendendomi da parte nel suo studio.
S, dissi, cercando di nascondere lo stupore. Ero ancora
indebolita dalla malattia, ma il pensiero di Arturo mi restitu le
forze. Lo conoscevo a Parigi. Viene da un'agiata famiglia argentina.
 molto... presentabile.
Non aggiunsi altro.
Il padre di Oscar mand una risposta. La famiglia Fleming
era lieta di ospitare Mr Harrington.
Non gli piaceva che suo figlio fosse sposato con me, ma non
poteva rifiutare una richiesta della famosa Coco Chanel, soprattutto
dal momento che Gabrielle aveva aiutato sua figlia
Gussie a stabilire contatti a Parigi.
Non sapevo cosa pensare. Perch Arturo veniva l? Non era
interessato alla cultura canadese. L'unica conclusione logica era
che Gabrielle lo mandasse a dirmi di persona che avevano trovato
i resti di Lucho. Sarebbe stata una notizia troppo difficile
da assorbire per lettera, da sola. Mi costrinsi a mangiare. Non
volevo che Arturo mi trovasse troppo magra. Altrimenti forse
non mi avrebbe detto la verit. E io avevo bisogno di sentirla,
per quanto difficile. Altrimenti una parte di me avrebbe sempre
creduto che Lucho potesse tornare, e non sarei mai riuscita
davvero a donarmi a un altro, per quanto cercassi di fingere che
non fosse cos.
Due settimane dopo Arturo arriv. Arturo de Alba de Vallado
de Irujo de Harrington, disse, inchinandosi ai Fleming
come se fossero la famiglia reale e lui un principe.
Era ancora affascinante, i capelli pettinati all'indietro con la
brillantina, una camelia all'occhiello invece del solito garofano.
Portava ancora il grammofono in una valigia, ma sembrava un
modello pi recente. La sua vista mi strapp un sorriso, finch
non ricordai il motivo della sua venuta.
Antonieta, disse, venendo verso di me, e mi salut con un
paio di baci sulle guance come si faceva in Francia, tra i risolini
delle ragazze Fleming.
Tutta la famiglia era in agitazione. Arturo mont il grammofono
e fece ballare le sorelle di Oscar, che ne furono felicissime.
Insegn loro gli ultimi balli, il bear-step, il granchio, di fronte
all'allibita madre di Oscar. Il padre osservava la scena, sbigottito,
incerto su cosa pensare di quell'amico di famiglia degli Chanel.
Mi domandai se sospettassero che Arturo fosse un mio vecchio
amante, il che naturalmente era impossibile. Lo capivano certamente
anche loro.
Quella sera, io e Arturo ci fermammo sulla banchina davanti
agli speakeasy, al freddo, il fiume ghiacciato, le luci di Detroit
in lontananza.
La chiamano la Parigi del Midwest, dissi in tono inespressivo.
E lo ?
No. Mi girai verso di lui e parlai a bassa voce. Il tuo violinista?
Scosse la testa. Andato.
Oh, Arturo. Mi dispiace tanto.
S. Anche a me.
Avevo aspettato tutto il giorno che mi dicesse di Lucho. Ora
che eravamo soli, mi preparai mentalmente.
Lucho  vivo, Antonieta. E a Buenos Aires.
Quelle parole mi riverberarono in corpo.
Lucho.
Vivo.
Tua sorella mi ha scritto qualche mese fa. Voleva sapere se
la famiglia avesse avuto sue notizie. Quando le ho detto che era
sopravvissuto alla guerra, mi ha raccontato che non ti trovavi
bene in Canada. Il matrimonio non era come te lo eri aspettato.
Mi ha chiesto di venire a vederti, per dirti di Lucho.
Oh, Gabrielle. Boy se n'era andato. Ma Lucho, chiss come,
era resuscitato dalla morte, e Gabrielle, nonostante la sua sofferenza, dava a me la possibilit che lei non avrebbe mai avuto.
Il peso del suo lutto mi travolse, mentre una parte di me che
avevo dimenticato, nel profondo, si apr: il luogo in cui un tempo
avevo conservato la gioia di sapere che Lucho era al mondo.
L'hai visto, Arturo? E... Mi si incrin la voce. Sta bene?
Arturo rest in silenzio per un momento. Non  in s. Ha
avuto una commozione cerebrale e ne porta i segni. La verit 
che forse non resta molto tempo. Non voleva che io venissi qui.
Ma gli ho parlato delle tue lettere a Coco, di quanto soffri.
Non resta molto tempo?
Alcuni uomini tornati dal fronte non hanno ferite visibili
dall'esterno, disse Arturo. Ma dentro, le esplosioni li hanno
danneggiati. Il cervello.
Che vuoi dire? chiesi.
I medici non capiscono sino in fondo. Lucho in passato
aveva battuto la testa tante volte a causa di cadute da cavallo e
di incidenti di polo. Ma questa volta il colpo  diverso.
Vuoi dire che  vivo ma sta... morendo?
Torna con me a Buenos Aires, Antonieta. Vieni, e ti porter
da lui.
Guardai l'acqua del fiume, sballottata tra emozioni diverse.
La musica jazz usciva dalle finestre della locanda, un caotico
sbarramento di fiati, cinque melodie che si contendevano lo
spazio, confuse come i miei pensieri.
Lucho era vivo.
Ma io ero sposata.
Arturo mi prese a braccetto.  molto su cui riflettere, lo so.
Ma per ora ho una proposta pi urgente da farti. Un bicchiere
o due, o cinque. E poi, se ci riusciamo, insegneremo a ballare a
questi Yankee.
Rest ancora per qualche giorno. Per salvare le apparenze, fece
molte domande ai genitori di Oscar sul Canada, la societ
dell'Ontario, Windsor. Mi stava lasciando tempo per decidere.
Quando infine si accomiat, le ragazze Fleming avevano il
cuore spezzato, Arturo baci solennemente le loro mani l'una
dopo l'altra e usc di scena con la stessa cortesia con cui era
arrivato. Se ne and e in casa riecheggi il silenzio.
Aspettai un giorno. Misi in valigia lo stretto necessario. Lasciai
indietro tutto il resto: la coperta di pizzo di Adrienne, il
servizio da t e il samovar di Gabrielle, tutti i miei abiti. Volevo
lasciarli alle sorelle di Oscar, per giocarci ora e per servire
il t pi avanti, quando sarebbero cresciute e avrebbero avuto
ospiti. Quell'idea mi fece sorridere. Sarebbero state molto pi
brave di me.
Uscii di casa senza farmi vedere da nessuno. Lasciai un biglietto
sul letto per dire ai genitori di Oscar che non sarei tornata.
Non avrei spezzato il cuore a nessuno tranne che a Oscar, e lui
era a Toronto.
Attraversai il fiume sino a Detroit, poi presi un treno per
Chicago, dove mi aspettava Arturo. Mi sentivo di nuovo me
stessa. La tosse mi era quasi passata. Anche il mal di testa.
Insieme prendemmo un altro treno per New Orleans e comprammo
due biglietti per una nave diretta in Argentina. Presto
sarei arrivata a Buenos Aires. Lucho, disse Arturo, si rifiutava
di tornare nelle pampas, e ricordai cosa Lucho aveva detto a
Parigi, che non sarebbe mai riuscito ad affrontare i pascoli vuoti,
dopo quello che aveva fatto ai suoi cavalli.
Mi domandai se le persone che incontravo capissero che ero
una donna scappata da un matrimonio, uno scandalo in carne
e ossa, una reputazione rovinata per sempre. E per Lucho era
vivo, e ormai sapevo che la cosa migliore che potessi fare per
Oscar, per i suoi genitori, era andarmene. Oscar, tesoro, scrissi
in una lettera che gli spedii da Windsor prima di partire, sei libero.
Sappiamo entrambi che  meglio cos. Spiegai che andavo a
Buenos Aires. La sua famiglia gli avrebbe detto di Arturo e tutti
avrebbero pensato che fossi scappata con lui. Alla fine Oscar
avrebbe ottenuto il divorzio per abbandono, e il matrimonio
sarebbe stato archiviato come un errore di guerra. Poteva sposare
una brava ragazza di Windsor, una che non beveva e non
fumava e non ballava. Tutti si sarebbero sentiti sollevati. Forse anche Oscar.
Una parte di me l'avrebbe sempre amato. Il mio bell'aviatore, l'Oscar che avevo conosciuto a Parigi. Ma a Windsor, quell'uomo non aveva scampo.
...
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...
QUALCOSA DI MEGLIO.
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BUENOS AIRES, 1920-1921.
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CAPITOLO 75.
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A Buenos Aires l'aria era calda e afosa. Ero passata dall'inverno
all'estate in una settimana.
Era il mio turno di seguire il sole.
Platani e dehors di caff costeggiavano la avenida de Mayo,
mi ricordavano Parigi in un modo che mi dava speranza e mi
spezzava il cuore allo stesso tempo. Era un ampio viale, con alti
edifici poco appariscenti e, a un angolo, un hotel con balconi di
ferro battuto, colonne e una vistosa torre dell'orologio.
Arturo mi baci sulla guancia e mi lasci tra le colonne
all'ingresso. Lui ti aspetta.
Il Majestic Hotel. Il nome era scritto in lettere enormi sul
fianco e di nuovo sopra l'ingresso, le iniziali MH erano incise
sul vetro delle porte, come l'albergo di Oscar a Parigi. Era una
coincidenza? Un trucco del destino per impedirmi di dimenticare cosa avevo fatto a Oscar?
Entrai passando tra altre colonne, pareti di boiserie, sculture
di bronzo, e salii un'ampia scalinata sino in cima, pensando
al Ritz di Parigi, a Lucho che mi aspettava nella stanza, la porta
chiusa ma non a chiave. Sarebbe andata allo stesso modo anche l? Non ci vedevamo da cinque anni.
Non sapevo cosa aspettarmi. Arturo aveva detto che Lucho non era pi se stesso.
Bussai piano alla porta, poi girai la maniglia e scoprii con
sollievo che non era chiusa a chiave. La stanza era in penombra,
le tende tirate, ma eccolo l su una poltrona in salotto: Lucho.
Si alz mentre correvo da lui. Antonieta, disse, stringendomi tra le braccia.
Ci abbracciammo, e fu allora che capii che non era lo stesso
Lucho di prima, non completamente. Lo sentivo pi magro,
quasi fragile. Indietreggiai per guardarlo in volto, gli occhi scuri
che erano sempre felici di vedermi, la bocca che si piegava leggermente verso l'alto agli angoli, le onde di capelli neri che a
volte gli ricadevano sulla fronte. Gli toccai le guance, le labbra,
per assicurarmi che fosse reale, che fosse davvero l. Era ancora
l'uomo che mi aveva mozzato il fiato sul campo da polo
a Moulins. Ma i suoi lineamenti erano in ombra, ora. Sembrava stanco, aveva le occhiaie.
Commozione cerebrale, aveva detto Arturo, ma non sapevo bene cosa significasse.
Sei sposata, ora, disse Lucho.
Le parole mi si riversarono dalla bocca. E finita. Un errore,
per entrambi. Lui lo sapeva meglio di chiunque altro.
Ne sei sicura?
Lucho, amore mio, sono qui.
Fece un passo indietro, e all'inizio mi sentii in imbarazzo.
Forse erano successe troppe cose.
Ma quando alzai di nuovo lo sguardo, riconobbi la sua
espressione e mi rilassai. Mi stava osservando come aveva fatto
quella mattina di tanto tempo prima al Ritz, sfiorandomi con
gli occhi sino a darmi il solletico.
Antonieta, disse. Tu mi ricordi che c' ancora bellezza a
questo mondo.
Mi chinai a baciarlo. Volevo sentirlo addosso, in quell'incastro
perfetto di corpi che mi era tanto mancato. Era dimagrito,
s, ma aveva ancora quel portamento atletico, come se
fosse fatto di molle, e ricambi il mio bacio con una forza che
mi sorprese, mi fece credere che Arturo si sbagliasse. Lucho
non stava morendo. Era stanco, aveva perso qualche chilo, ma
niente di pi.
Me lo ricordo, questo, disse baciandomi il lobo dell'orecchio,
il gioco che faceva a Parigi ogni volta che tornava dall'Argentina.
E questo. Ah s, e anche questo...
Avevo sposato un altro, ma appartenevo ancora a Lucho.
C' stata un'esplosione a Verdun, inizi a raccontare pi tardi,
mentre eravamo raggomitolati insieme a letto. La mia testa
era posata sul suo petto, gli sentivo battere il cuore. Un cannone
navale... Si ferm. Fece un respiro profondo. Ha ucciso
novantasette cavalli in un colpo solo.
Lo scoppio l'aveva sbalzato in aria, raccont. Era atterrato
venti metri pi in l. Cos gli avevano riferito gli altri soldati.
Sul campo di battaglia, ogni granata gli rintronava nella testa.
Lungo tutto il fronte il massacro era stato terribile, ma a
Verdun era stato peggio. Uomini morti, cavalli morti, ovunque.
Riesci a immaginarlo, Antonieta? Otto milioni di cavalli
perduti nel corso della guerra, morti per colpa dell'idiozia degli uomini. Otto milioni.
Al fronte aveva dovuto insegnare agli altri a uccidere un
cavallo. Un colpo di grazia. Un singolo proiettile alla testa. Se
riuscivi ad avvicinarti abbastanza, disse. Se il cavallo non si
dibatteva per il panico e il dolore. Aveva dovuto fare cose di cui
non riusciva a parlare, cose che lo spingevano a girarsi dall'altra parte per non farmi vedere il suo viso.
Non uscimmo dall'albergo. Ci facemmo portare i pasti in camera.
Tenemmo sempre le tende tirate. Restammo svegli per tutta la
notte a parlare, a toccarci, a fare l'amore, a parlare ancora finch
ci addormentammo entrambi, o cos pensai. A volte mi svegliavo
e trovavo Lucho che mi guardava come faceva a Parigi.
All'inizio non capii che stava cercando di proteggermi, di non
farmi vedere quant'era malato. Sapeva che gli incubi l'avrebbero tradito.
Ma prima o poi doveva pur dormire, e alla terza notte venni
svegliata dalle sue grida, urla rivolte agli uomini, ai cavalli.
Terrorizzata, lo svegliai. Lucho, dissi, stringendomi a lui;
il cuore gli batteva cos forte che ci posai una mano sopra come
se bastasse a calmarlo. Sono io, Antoinette. Sono qui.
Temevo che mi scacciasse, che mi credesse parte del sogno.
Ma gradualmente il suo respiro rallent, il suo corpo smise di
contrarsi. Si rilass, e io con lui.
Antonieta. Sussurr il mio nome a ripetizione, mi affond
la testa sul collo mentre ci abbracciavamo piangendo. Non per
tutto ci che era successo ma perch, chiss come, eravamo di
nuovo insieme, dopo tutto quanto.
Imparai a riconoscere i mal di testa di cui non parlava, il modo
in cui serrava la mascella e impallidiva, il modo in cui si
aggrappava a qualcosa, allo schienale di una sedia, sino a farsi
sbiancare le nocche. Vidi che fingeva di mangiare, spingeva
il cibo qua e l sul piatto, ne nascondeva una parte sotto un
tovagliolo. Fingeva anche di leggere il giornale, lo reggeva davanti
a s, batteva le palpebre perch gli occhi non mettevano a fuoco.
Devi andare da un medico, dissi.
Ci sono stato. Sono stato da molti medici.
E cosa dicono?
Fece un lungo respiro. Ho subito troppe commozioni cerebrali.
Cos'altro dicono?
Tacque.
Dimmelo.
Che non c' niente da fare. Che peggiorer soltanto. Antonieta,
non sei tenuta a restare.
Mi assal un'ondata di paura al pensiero di non stare con
Lucho. Non chiedermi mai di andare via, dissi.
Dovresti essere a Parigi, a vivere la tua vita.
Non dire cos, Lucho.  questa la mia vita. Non capisci?
Sono felice. Sono felice perch sono con te. Nonostante tutto
questo, non vorrei essere altrove.
I mal di testa peggioreranno. Potrei avere difficolt a camminare.
A parlare. Il mio cervello sta morendo.
Non me ne andr, dissi.
Mi scrut cercando il dubbio nei miei occhi, poi si gir e
apr un cassetto del comodino. Te lo ricordi, questo? mi
chiese a bassa voce, porgendomi un brandello di stoffa.
Era macchiato di fango, o sangue, o entrambi. E nell'angolo,
quasi impercettibili, le mie iniziali. Ero sconcertata. Il mio fazzoletto.
Quello che avevo portato alla partita di polo a Moulins,
il giorno in cui ci eravamo conosciuti.
L'aveva portato con s al fronte.
Vedi, Antonieta, sei rimasta con me per tutto questo tempo.
...
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CAPITOLO 76.
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Nelle settimane successive stabilimmo una routine. Andavo regolarmente in una farmacia l vicino a comprare farmaci 
per i mal di testa di Lucho e Veronal per aiutarlo a dormire, dosandolo attentamente
perch il farmacista ci aveva avvertiti di non prenderne troppo.
Andavo per mercati e nei ristoranti, sempre in cerca di qualcosa
di appetitoso da mangiare, qualcosa che lui non potesse rifiutare.
Tenevo la sua testa in grembo, gli massaggiavo le tempie. Gli leggevo
il giornale in un pessimo spagnolo che lo faceva ridere. Avevo
imparato qualcosa a Biarritz, ma non molto. Quando un'automobile
l fuori suonava il clacson o aveva un ritorno di fiamma, chiudevo
la finestra. Quando la luce era troppo forte, tiravo le tende.
Sarebbe guarito. L'avrei fatto guarire.
Gli preparavo bagni caldi, la temperatura e il vapore lo aiutavano a rilassarsi.
Vieni, Antonieta, mi diceva, facendomi cenno di unirmi a
lui, e io mi appoggiavo contro il suo petto e mi lasciavo cullare:
quel rifugio d'acqua, noi due che ci fondevamo in una cosa sola.
Tante volte dopo il mio arrivo avevo provato a scrivere a
Gabrielle, ma finivo sempre a fissare un foglio bianco con una
penna immobile tra le dita.
Chre Gabrielle. Oggi sono andata in farmacia...
Chre Gabrielle. Oggi mi sono assicurata che Lucho mangiasse...
Tutto dipingeva un'immagine falsa della mia vita, come se fosse
fatta solo di malattia e preoccupazioni, quando non era cos.
Uscivamo quasi tutte le notti, nelle ore prima dell'alba,
quando c'era silenzio e dormivano anche i piccioni. Passeggiavamo
a braccetto sulla avenida de Mayo deserta, come due ombre,
accompagnati solo dalla brezza che muoveva le foglie e dal
bubolare leggero di un gufo. L'aria profumava di buganvillee
e acqua di fiume. In quei momenti mi sembrava che lui stesse
meglio, che fosse meno agitato, che avesse nella testa un dolore
sordo anzich spasmi intensi. Ci sedevamo su una panchina,
sempre la stessa, sotto gli alberi di jacaranda e di palissandro, e
guardavamo il cielo come facevamo a Deauville, un milione di
stelle tremolanti.
Quella? diceva lui, indicandone una.
No, dicevo io, quell'altra.
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CAPITOLO 77.
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Hai bisogno di riposare, mi disse Lucho un giorno di gennaio.
Avevo il fiatone dopo aver salito le scale dell'hotel di ritorno dalla farmacia e stavo cercando di ritrovare il respiro.
Sorrisi. Mi riposo. Quando tu dormi.
Non era vero. Non riuscivo affatto a dormire. Avevo iniziato a prendere anch'io il Veronal. Avevo un dolore al petto, una spossatezza che non riuscivo a vincere, una tosse che cercavo di nascondere.
Mi guard dritta negli occhi. C' qualcosa che non va, disse. Stai male.
Non sono stata bene, gli dissi, prendendogli la mano. Su in Canada. Il clima di quelle parti non mi si conf. Ora sto molto meglio, te l'assicuro.
Non andavamo pi a camminare di notte. Stavamo seduti sul balcone, Lucho mi cingeva con un braccio, a volte giocherellava con una ciocca dei miei capelli. Guardavamo gli alberi dall'alto anzich sederci sotto di loro, la citt era buia e immobile, i ricordi ci avvolgevano come un velo di mussola; il nostro fatidico incontro a Royallieu, la musica che ci aveva commossi entrambi, la cavalcata delle Valchirie, le dee che scendevano dal Valhalla. Ricordavamo Parigi, Maxim's, Montmartre, le nostre notti al Ritz o al Pare Monceau, a camminare lungo il Canal Saint-Martin o la Senna al chiaro di luna. C'era Deauville, il tango, ballare nella nostra stanza al ritmo dell'orchestra al piano di sotto. Ci meravigliavamo di come quell'anno tutto fosse stato perfetto. A volte ballavamo anche l sul balcone, un ondeggiare lento, appoggiati l'uno all'altra. Chiudevo gli occhi e mi accorgevo di essere pi felice di prima, nonostante tutto, pi felice che mai. Per tanto tempo avevo voluto soltanto una casa tutta per me. Non avevo capito che casa non era un luogo. Era una persona. Lucho era casa mia.
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CAPITOLO 78.
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Chre Gabrielle. Arturo aveva ragione. Lucho sta
MORENDO.
Chre Gabrielle. Come fai a vivere senza Boy?
Chre Gabrielle. Non  strano? Ora so cos' la gioia.
Le parole sembravano ancora un tentativo vano di collegare
tutto in un insieme logico e ordinato, di spiegare l'inspiegabile.
Sentivo la mancanza di mia sorella ma non sapevo cosa
dirle.
Finch una mattina di febbraio mi svegliai in preda al panico,
senza sapere dove fossi: i suoni e gli odori di Buenos Aires
mi erano ancora estranei. Poi vidi Lucho che dormiva accanto
a me e mi sentii travolgere da un senso di pace. Non riuscivo a
staccare gli occhi da lui: esaminai ogni parte del suo corpo come
per trovare conferma che era davvero lui, i folti capelli neri,
le spalle larghe, le curve del suo corpo atletico.
Alla fine capii cosa dovevo scrivere.
Chre Gabrielle, iniziai, ricordando quel giorno nel suo appartamento
con vista sulla Senna e il Trocadro, poco dopo il
matrimonio di Boy. Grazie. Non sarei qui oggi, nulla di ci sarebbe
successo, senza di te.
Prima di chiudere la busta mi sfilai l'anello della zingara,
la pietra che portava calore e luce nei luoghi pi bui, e lo misi
dentro con la lettera. Volevo che lo avesse lei. A me non serviva
pi, ma a lei s.
Qualche settimana dopo arriv una lettera di Adrienne. Al mio
arrivo in Argentina le avevo scritto al Pare Monceau per farle
sapere dov'ero, che ero al sicuro. Sentivo la sua voce spuntare
dalla pagina scritta, serena, allegra, e mi venne da piangere per
quanto sentivo la sua mancanza, per com'ero felice della sua
felicit. Quando era andata a vivere con Maurice avevo pensato
che fosse la scelta sbagliata. Ma aveva ragione lei fin dall'inizio.
Sapeva che l'importante era l'amore.
...
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2 marzo 1921,
Chre Ninette,
 passato poco pi di un anno da quando Boy ci ha lasciati.
Gabrielle non piange pi.  andata a fare un viaggio in Italia, a Venezia, con quell'odiosa Mista Sert, ma al ritorno era cambiata. Ha un nuovo innamorato, Ninette: un granduca russo! In esilio, ovviamente. Bello. Biondo. Molto soign. Probabilmente Gabrielle spera che metta insieme un esercito per riprendersi la Russia. Cos pu diventare imperatrice!
Il nostro caro Andr  diventato alto.  un giovane gentleman. Ha iniziato a interessarsi al rugby ed  coraggioso, gentile e ottimista.
Oh, Ninette, quasi dimenticavo! Gabrielle sta creando un profumo! Sai quant' sensibile agli odori. Va nel Sud della Francia con il suo russo. Lui conosce uno scienziato che mette insieme gli odori e lei ne annusa tanti ma dice sempre
che non vanno bene.  molto esigente, ma questo lo sai gi.
Si  gettata di nuovo nel lavoro, per la prossima collezione.
Ci manchi moltissimo!
Bisous, Adrienne
Andr, coraggioso, gentile e ottimista: proprio come Julia-Berthe.
Era un tale sollievo. Non mi sentivo pi in colpa per non essere a Parigi. Tutti andavano avanti, il mondo continuava a girare.
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CAPITOLO 79.
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Per me e Lucho, volevo che il mondo rallentasse.
Antonieta, mi disse una mattina di aprile. Sei cos fredda.
Mi strinse tra le braccia.
Mi dolevano le tempie. Mi bruciavano i polmoni. La tosse
mi aveva corroso la gola. Posai la testa sul suo petto e pensai
che forse non sarei pi riuscita a rialzarmi da l.
Stai male, mi disse lui, stringendomi pi forte per farmi
smettere di tremare.
Mi stava venendo la febbre, lo sentivo, si capiva dai doloretti
che mi pizzicavano, piccole fiammelle ovunque.
Stavolta fu Lucho a vegliare su di me. Telefon in farmacia
per ordinare le medicine e mi aiut a prendere i cachet per il
mal di testa e il Veronal per dormire. Ordinava il servizio in camera
e cercava di farmi mangiare. Vedevo la tensione e la paura
sul suo volto, il modo in cui cercava di scacciare il dolore dalla
testa. Il suo bel viso, il viso che conoscevo meglio del mio, era
contratto dal dolore; mi dispiaceva per lui e allo stesso tempo
ammiravo la sua forza.
Dopo una settimana riuscii ad alzarmi a sedere sul letto.
Dopo due settimane, annunciai di stare meglio. Avevo solo
un po' di tosse.
Vedi, Lucho, avevo solo bisogno di riposo, dissi, riprendendo
a muovermi.
Ma il riposo non era nel mio destino, n nel suo. Ad aprile
venne a trovarci Arturo, e sentii qualcosa di strano nella sua voce,
e non capii cosa fosse finch non vidi Lucho come doveva
vederlo lui. Non era migliorato. Era peggiorato. Oltre ai mal di
testa c'erano i capogiri, la visione offuscata. Lucho, che un tempo
aveva l'equilibrio di un centauro, ondeggiava a ogni passo,
doveva reggersi alla parete. Nonostante le sue proteste, Arturo
pretese di chiamare un medico. Pi tardi sentii il medico e
Arturo che parlavano fuori dalla stanza.
Non sappiamo molto su questo tipo di traumi alla testa,
disse il dottore. Soprattutto quando provengono dal campo
di battaglia.
Arturo parl a voce molto bassa. Quanto tempo gli resta?
Settimane. Mesi.  difficile dirlo.
Piansi in corridoio, dove Lucho non poteva vedermi. Arturo
cerc di consolarmi ma alla fine mi costrinse a guardarlo
negli occhi.
Antonieta. Il dottore vuole vedere anche te.
Perch?
Sei malata.
 solo un raffreddore.
Forse il dottore pu fare qualcosa per te. Non puoi aiutare
Lucho se stai male anche tu.
Tornai nella stanza e permisi al dottore di auscultarmi i polmoni,
ma non ce n'era bisogno.
La tosse. L'avevo riconosciuta. La stessa tosse profonda e
convulsa di Julia-Berthe, di mia madre. C'era anche del sangue,
ma l'avevo nascosto a Lucho. Come Julia-Berthe l'aveva nascosto a noi.
Qualche giorno dopo la visita del medico, io e Lucho ci alzammo
tardi e trovammo in salotto il grammofono di Arturo
insieme a una raccolta di dischi. Doveva averli lasciati l mentre
dormivamo. Forse pensava che il tango ci avrebbe messi di
buon umore. Ma non riuscivo a immaginare che una musica del
genere potesse far altro che intensificare il mal di testa di Lucho.
E a me si mozzava il respiro al solo pensiero di fare quei movimenti.
Ignorammo il grammofono per qualche giorno, aspettando
che Arturo tornasse a riprenderselo, finch una sera mi svegliai
al suono di una musica celestiale.
Seguii la scia delle note sino al salotto, dove trovai Lucho su
una sedia accanto al grammofono, gli occhi socchiusi, un sorriso
beato, rilassato come non lo vedevo da settimane. Mi fece
cenno di avvicinarmi e mi fece sedere sulle sue ginocchia.
 splendida, cos'? domandai.
Bach, sussurr lui. Preludio numero 1.
Mise tutti i dischi, l'uno dopo l'altro. Il Notturno numero 2
di Chopin. Mozart, un concerto. Massenet, dall'opera Thais.
La Rverie di Debussy. Tutti bellissimi. La melodia degli angeli.
Pensai al violinista di Arturo e mi domandai se quei brani alleviassero o peggiorassero il suo dolore.
Questa musica ti fa quasi credere alla redenzione, disse
Lucho mentre ascoltavamo. Non pensavo che mi avresti perdonato
per averti abbandonata e per essere andato in guerra.
Ma speravo, pregavo che tu capissi.
Per mio padre, sparire era sempre la via d'uscita pi facile.
Per Oscar, andare in Ontario era pi semplice che andare contro i suoi genitori. Ma Lucho. Lui avrebbe potuto fuggire dal
massacro, ma aveva scelto di non farlo. Aveva fatto la scelta pi difficile. Per quanto ne avessi sofferto, avevo sempre apprezzato il suo coraggio.
 proprio perch ci sei andato che ti amo, dissi mentre le sue braccia mi stringevano pi forte. Posai la testa sulla sua spalla. I concerti proseguivano, scorrevano morbidi, delicati ed eterei. Non sapevo cosa sarebbe successo l'indomani, o il giorno dopo, o quello dopo ancora. Ma l con Lucho, in tutta quell'incertezza, non avevo mai avuto cos poca paura.
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CAPITOLO 80.
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Voglio farti vedere le pampas, disse Lucho, alzandosi a sedere sul letto. Era passato un mese e si era indebolito. Da giorni delirava per l'insonnia ma ora, all'improvviso, sembrava perfettamente lucido. Provai una speranza improvvisa.
Nelle pampas, disse, giochiamo a polo prima ancora di aver imparato a camminare. Mi disse che aveva una casa l, una casetta semplice con bestiame e cavalli ed era il luogo in cui si sentiva pi in pace, tra i criolli.
Pensava che fossimo di nuovo a Parigi, prima della guerra.
So che non vuoi lasciare tua sorella e i suoi cappelli, Antonieta.
Ma laggi  pi sicuro. Possiamo aspettare che finisca la guerra. Possiamo vivere l ed essere felici.
Oh, Lucho, dissi, come se potessi cambiare il passato, come se potessi tramutare tutto. S, ci andremo. Ora dormiamo, e domani partiremo.
Forse deliravo anch'io. Una parte di me credeva davvero che saremmo andati nelle pampas. Forse cos sarebbe andato tutto meglio. Ricordai come le aveva sempre descritte: la sinfonia degli uccelli, il muggito del bestiame, il gorgoglio dei ruscelli freddi e limpidi. L'aria fragrante di eucalipto, un profumo dolcissimo. Le praterie che si estendevano fin oltre l'orizzonte.
Nessuno dei due dormiva profondamente da giorni, Lucho con i suoi mal di testa, io per la febbre che era tornata. Presi la boccetta del Veronal. Mi torn in mente l'avvertimento del  farmacista. Eravamo gi alle dosi massime consentite. Non faceva pi effetto.
Quand'era stata l'ultima volta che l'avevo preso? Cercai di ricordare, ma ero confusa. Non avevamo appena comprato una nuova boccetta? No, erano passati giorni. Oppure era ieri?
Le pampas. Sembrava un cos bel posto, cos caldo. Era maggio, quindi a Buenos Aires stava arrivando l'inverno.
Ancora un pochino, mi dissi, prendendo la boccetta, e misurai un'altra dose per Lucho e una per me. Avremmo dormito, e l'indomani saremmo andati nelle pampas. Misi un disco sul grammofono. Qualche settimana prima l'avevamo spostato in camera da letto, sperando che la musica ci aiutasse a dormire. La musica ci faceva respirare meglio.
Tornai a letto mentre iniziavano le prime note della Rverie e mi accoccolai accanto a lui. La sua mano trov la mia, le dita si intrecciarono. Dulces suenos, Antonieta, mormor, avvicinando le labbra al mio orecchio. Era caldo, cos caldo, e alla fine mi sentii scivolare via, attratta da una strana, avvolgente oscurit, finch mi sembr di galleggiare, leggera, iridescente.
Da qualche parte in lontananza vidi Gabrielle da bambina, a testa china, a esercitarsi nel cucito nel laboratorio del convento.
Mi avvicinai, le sussurrai qualcosa e lei alz lo sguardo come se riuscisse a sentirmi. Qualcosa di meglio, dissi. Diventerai qualcosa di meglio.
C'era altro che volevo dire: che aveva ragione lei, che l'amore non c'entrava niente con il matrimonio e le classi sociali.
L'amore era una persona che conosceva e accettava ogni lato di te.
Ma prima che potessi dirglielo svan in una stria di arancione intenso, rosa e rosso, come un'alba o un tramonto, e poi vidi Lucho che sorrideva nella luce, veniva verso di me, e dietro di lui otto milioni di cavalli su pascoli d'oro.
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Ringraziamenti.
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Ringrazio anzitutto la mia favolosa agente, Kimberley Cameron, per aver creduto in me, per i saggi consigli e per l'eterno ottimismo.
Alla mia brillante editor, Melanie Fried: per il tuo buonsenso, per la premura, la pazienza e la lungimiranza. Grazie a te questa storia ha acquisito una profondit e un'eleganza che prima le mancavano.
A tutto lo staff di Graydon House, per il grande impegno e dedizione profusi: Pamela Osti, Justine Sha e la straordinaria squadra dell'ufficio stampa e del marketing; Kathleen Oudit per la splendida illustrazione di copertina; e tutti coloro che hanno lavorato con zelo dietro le quinte occupandosi delle vendite, dei diritti accessori e della redazione, e che hanno contribuito a portare alla luce la storia di Antoinette: grazie di tutto cuore.
Al gruppo di scrittura migliore del mondo, che  molto pi di un gruppo di scrittura: Ann Weisgarber, Julie Kemper, Lois Stark, Rachel Gillett e Laura Calaway. Ciascuno di voi ha arricchito
questo libro e la mia vita sotto molti profili. E a Rob Weisgarber, Jim Kemper e George Stark per l'entusiasmo incessante e l'ottimo vino.
Grazie anche a Inprint Houston, dove tutto ha avuto inizio, e alla chiesa episcopale di Saint Stephen per averci messo a disposizione un luogo d'incontro. A Kathy L. Murphy, artista, autrice e generosa sostenitrice dei libri e della lettura: sei davvero la regina. E a tutti i lettori, i club del libro, i bookstagrammer e i blogger, perch celebrate gli autori e avete trasformato un mestiere solitario in una grande comunit.
A Philip Gross e Mary Lake Collins: grazie di aver condiviso con me i vostri pensieri e ricordi e di avermi permesso di condividerli con il mondo.
A Les, mio marito, che  intelligente, bello e soprattutto spiritoso, per aver reagito con aplomb quando, nel corso degli anni, si  reso lentamente conto di aver sposato una scrittrice nerd; e ai miei figli, Scott, Lindsey e Olivia, che ogni giorno mi sorprendono con la loro genialit e la capacit di orientarsi in questo folle mondo: siete il mio qualcosa di meglio.
...
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Nota dell'autrice.
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Qualche anno fa ho cominciato a leggere una biografia di Coco Chanel, aspettandomi di apprendere che la stilista proveniva da un ambiente privilegiato ed elegante. Ho scoperto tutt'altro, ed  stata una sorpresa. Nate in una famiglia di contadini, Coco e la sorella minore Antoinette erano state abbandonate da bambine nell'orfanotrofio di un convento nella campagna
francese, dove avevano vissuto per anni come educande.
Ai miei occhi, quella parte della sua biografia rendeva ancora pi straordinari i successi da lei riscossi in seguito. Ma quando ho pensato a un possibile romanzo, Coco, famosa per le bugie che raccontava sul suo passato, non mi  sembrata la narratrice pi autentica. Non avrebbe mai condiviso volontariamente quella parte della sua vita.
Invece Antoinette si presentava come un'opportunit di raccontare la storia di Coco rivelando al contempo un lato pi intimo e sincero che solo sua sorella poteva conoscere.
Solo una sorella che fosse rimasta lealmente al suo fianco poteva sapere, ad esempio, che le bugie di Coco sulla sua infanzia erano anche un modo per sfuggire al dolore del loro abbandono.
Altre domande, per, mi tormentavano ancora: cosa si provava a essere la sorella di Coco Chanel? Sappiamo chi  diventata Coco, ma cosa ne  stato di Antoinette? I dettagli sul suo conto scarseggiavano, e mi turbava l'idea che i biografi di Coco tendessero a liquidarla come una ragazza carina, ma non altrettanto brillante.
Determinata a trovare altre informazioni, ho consultato censimenti, giornali e riviste dell'epoca e ho visitato siti di genealogia.
E andando avanti nelle mie ricerche ha iniziato a emergere un'immagine molto diversa di Antoinette, quella di una donna intelligente e vivace che, come sua sorella, era in anticipo sui tempi come imprenditrice.
Per quanto riguarda i fatti storici contenuti nel romanzo, i biografi di Coco affermano che Antoinette si trovava all'orfanotrofio di Aubazine con Coco e che per un periodo aveva vissuto a Moulins, molto probabilmente al Pensionnat. Con Gabrielle e la loro zia Adrienne Chanel, faceva parte del trio chiamato le tre Grazie.
I registri del censimento indicano che a un certo punto vendeva cappelli a Vichy, dove Coco aveva tentato la carriera di cantante. Sappiamo che a gennaio del 1910 Antoinette aiutava Coco a Parigi, nella garsonnire di tienne Balsan in boulevard Malesherbes, dove Coco aveva iniziato la sua avventura nella moda vendendo cappelli. Antoinette firm il registro contabile
il primo gennaio 1910 in qualit di vendeuse.
Antoinette continu ad assistere Coco nella sua attivit, che poi prese il nome di Chanel Modes. Mentre Coco lavorava dietro le quinte per produrre le sue creazioni, Antoinette incantava le clienti aristocratiche con le armi del savoir-faire e del fascino. Partecip all'apertura della prima boutique in rue Cambon e poi delle altre a Deauville e a Biarritz, dove diresse il lavoro di centinaia di dipendenti. Gli annunci pubblicati sul quotidiano Le Figaro riferivano dei suoi spostamenti tra Parigi, Biarritz e il Sud della Francia. Doveva essere un'abile donna d'affari.
Alla fine della Prima guerra mondiale Antoinette si trasfer di nuovo a Parigi. L conobbe l'aviatore canadese Oscar Fleming, che spos a novembre del 1919. Boy Capel fece da testimone. Sull'atto di matrimonio l'indirizzo di Antoinette  al Pare Monceau, dove vivevano Adrienne e Maurice. L'indirizzo fornito da Oscar era l'Htel Majestic, che oggi  The Peninsula in avenue Klber.
Un annuncio su un giornale canadese riferisce che Antoinette e Oscar trascorsero una breve luna di miele nel castello di campagna degli Chanel a Biarritz. In seguito partirono per l'Ontario, in Canada, e da l in poi la situazione precipit.
Alla fine Oscar fu mandato a Toronto a studiare giurisprudenza senza Antoinette; in quel periodo uno sconosciuto gentiluomo argentino con un grammofono portatile visit la casa dei Fleming a Windsor. Poco dopo Antoinette fugg a Buenos Aires. Mor in circostanze misteriose al Majestic Hotel in avenida de Mayo il 2 maggio 1921. Il certificato di morte la indica come Antonieta Chanel de Fleming e la causa di morte  intoxicacin. Alcuni biografi di Coco l'hanno inteso nel senso di un'intossicazione da alcol, ma in spagnolo significa semplicemente avvelenamento. A parte il certificato di morte non  stata trovata altra documentazione del suo soggiorno a Buenos Aires.
Antoinette aveva trentatr anni al momento della sua morte. Sua madre era morta a trentun anni.
La figura di Lucho Harrington non  stata creata sulla base di una persona realmente esistita, ma  plausibile che Antoinette avesse un ex amante a Buenos Aires. Altrimenti, se davvero era abbastanza disperata da lasciare il Canada, sarebbe stato pi logico tornare a Parigi. Poich aveva trentadue anni quando spos Oscar,  molto probabile che avesse avuto altri amanti; e bench non si sappia altro sulla sua vita sentimentale, la cerchia di amici di Coco includeva molti giocatori di polo, che probabilmente anche Antoinette frequentava. Mi piace pensare che ci sia stato davvero un Lucho, altrimenti la morte di Antoinette diventa ancora pi tragica.
Oscar si rispos nel 1928 ed ebbe una figlia nel 1948. Mor nel 1956, quando la bambina aveva solo otto anni. Il copriletto di pizzo e il servizio da t con il samovar russo sono ancora di propriet della famiglia Fleming. Nessuno sa cosa sia successo ai vestiti della collezione di Gabrielle che Antoinette aveva portato sin l, n al suo abito da sposa.
Adrienne Chanel conobbe il barone Maurice de Nexon intorno al 1906. I suoi genitori non vollero accettarla. A differenza di molti altri uomini della sua classe, Maurice le rimase devoto e non spos mai nessun'altra. Il 29 aprile 1930 Adrienne e Maurice poterono finalmente sposarsi, dopo la morte del padre di lui, e Adrienne divenne la baronessa di Nexon. Mor nel 1956 e Maurice mor nel 1967. Non ebbero figli. Sembra che la famiglia Nexon sia ancora in possesso di un ritratto di Antoinette dipinto da Tad Styka.
Julia-Berthe Chanel mor nel maggio 1910. Coco ha dichiarato che Julia-Berthe si era suicidata rotolandosi nuda nella neve.
Stando al suo certificato di morte, tuttavia, Julia-Berthe mor a Parigi nel mese di maggio, periodo in cui non poteva esserci neve. Mor in un ospedale per persone agiate. Il certificato di morte non riporta la causa del decesso e non  noto il motivo per cui si trovasse a Parigi.
Dopo aver terminato gli studi in Inghilterra, Andr complet il servizio militare e poi lavor come direttore presso Tissus Chanel, l'azienda tessile di Coco. Si spos, e Coco gli cedette
lo Chteau du Mesnil-Guillaume in Normandia come regalo di nozze (il primo dei tre chteaux che gli regal). Andr ebbe due figlie, a una delle quali diede il nome di Gabrielle. Combatt
nella Seconda guerra mondiale e fu preso prigioniero dai tedeschi. Decisa a tutto pur di salvarlo, Coco, riusc a farlo liberare.
Andr contrasse la tubercolosi e non pot pi lavorare. Mor nel 1981 a settantasei anni.
Clestine e Arturo sono personaggi di fantasia. Ho citato invece due grandissimi artisti del'epoca. Il pittore e scultore Amedeo Modigliani, Modi, che mor, poverissimo, di tisi a trentacinque anni, dopo aver ceduto tutti i suoi quadri in cambio di alcol e droga. Le sue opere divennero famose dopo la sua morte. E il poeta Guillaume Apollinaire che, ferito da una
scheggia nel 1916 e indebolito nel fisico, mor di febbre spagnola nel 1918 a trentotto anni.
Per tutto il corso della sua vita, Coco Chanel ment sul suo passato e sulla sua famiglia. Non parlava mai dell'orfanotrofio di Aubazine, del Pensionnat di Moulins e del tempo trascorso
a Vichy. La sua versione dei fatti raccontava di un'infanzia in campagna con le ricche zie, dove aveva imparato a cavalcare.
Era un'illusionista, e non solo nella moda. Le storie che raccontava sul suo passato e sulle sorelle non sono sempre vere.
Coco ammetteva di aver vissuto con tienne Balsan a Royallieu.
Esistono fotografie di tienne e dei suoi ospiti in cui Coco appare a cavallo, con svariati costumi. In una di esse, un gruppo di persone alla moda posa con abiti costosi, bei cappelli ed
espressioni serie, in contrasto con gli asinelli su cui sono seduti.
tienne rest buon amico di Coco per tutta la vita e non divulg mai i suoi segreti. Mor nel 1954 in un incidente d'auto a Rio de Janeiro, portandosi nella tomba ci che sapeva della giovinezza di Coco.
Coco conobbe Boy Capel a Royallieu e se ne innamor all'istante, e in seguito si trasfer con lui a Parigi. Quando lui mor, nel dicembre 1919, si era appena accomiatato da lei dopo una delle abituali visite e stava andando a Cannes. C' chi sospetta che stesse andando a chiedere il divorzio alla moglie. A causa di un pneumatico scoppiato, non lo sapremo mai. Coco ha dichiarato che il 1919 fu l'anno in cui mi svegliai famosa e l'anno in cui persi tutto.
Coco portava sempre al mignolo sinistro un anello con un quarzo citrino ovale. In tarda et lo portava appeso al collo, a una catenella nascosta sotto la camicetta. Diceva di averlo ricevuto da una zingara, ma nessuno sa da dove venisse o perch lo portasse.
Coco non avrebbe mai ammesso di essere cresciuta in un orfanotrofio, ma il tempo trascorso con le suore ad Aubazine la segn per sempre. Il famoso logo con le C che inizi a usare nel 1925 ricordava i cerchi intrecciati sulle finestre istoriate. Si pensa che le iniziali stiano per Coco e Chanel, ma c' chi sospetta che rappresentino Chanel e Capel. A me piace pensare che significhino Coco e Antoinette, a braccetto. I gioielli che disegnava ricordavano le stelle e le lune intagliate nei pavimenti di pietra. La sua estetica si rifaceva all'austera bellezza dell'edificio, i colori alle tonache bianche e nere delle suore, l'uso di stoffe ruvide e lana alle uniformi delle educande; la preferenza per la semplicit e i profumi di pulito derivava dalla meticolosit che le monache le avevano trasmesso. Aubazine non la lasci mai, per quanto lei si sforzasse di fingere che non fosse mai esistita.
Coco mor nel gennaio del 1971 a ottantasette anni. Non si spos mai, ma ebbe molti amanti, alcuni dei quali furono controversi.
Le sue ultime parole furono: Ecco come si muore.
La storia ritrae Coco come una figura solitaria, avvolta in fili di perle. Ma non  sempre stata sola. Nei primi decenni della sua vita ha avuto Antoinette; in un'epoca in cui poche donne raggiungevano l'indipendenza economica, le due sorelle si sono aiutate l'una con l'altra.
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Cronologia.
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11 settembre 1882: nascita di Julia-Berthe Chanel.
19 agosto 1883: nascita di Gabrielle Chanel, in seguito nota come Coco.
14 giugno 1887: nascita di Antoinette Chanel.
1895 ca.: le tre sorelle vengono abbandonate dal padre all'orfanotrofio di un convento ad Aubazine.
1898 ca.: le sorelle vanno in visita alla famiglia paterna a Clermont-Ferrand in occasione delle ricorrenze festive, e qui conoscono la giovane zia Adrienne che, insieme ad Antoinette
e Coco, comporr il trio delle tre Grazie.
1900 ca.: le sorelle vengono trasferite al Pensionnat di Moulins con Adrienne.
1902 ca.: Coco e Adrienne lasciano il Pensionnat e lavorano come sarte nella vicina Maison Grampayre.
29 novembre 1904: nasce Andr, il figlio di Julia-Berthe. Il padre  ignoto; Julia-Berthe  costretta ad affidare Andr a un sacerdote.
1905-06 ca.: Coco cerca di diventare una cantante a Vichy, uno dei pochi modi in cui le donne potevano emanciparsi dalla povert.
1906 ca.: la giovane Antoinette pu finalmente lasciare il Pensionnat; raggiunge Coco e Adrienne a Vichy.
1906 ca.: Coco lascia Vichy e si trasferisce con un gruppo di bon vivants allo Chteau de Royallieu, dove inizia i suoi esperimenti con l'abbigliamento maschile.
1908 ca.: Coco conosce Boy Capel a Royallieu e i due si innamorano.
Fine 1909-1910 ca.: Coco si trasferisce a Parigi.
1910: Antoinette raggiunge Coco a Parigi, dove iniziano a creare e vendere cappelli.
Maggio 1910: Julia-Berthe muore di tisi a Parigi.
1 ottobre 1910: un ritratto di Coco che indossa uno dei suoi cappelli  pubblicato sulla rivista di teatro Comcedia Illustr.
Fine 1910: con un prestito di Boy Capel, le sorelle aprono la prima modisteria al 21 di rue Cambon. La chiamano Chanel Modes.
1912: l'attrice francese Gabrielle Dorziat porta cappelli di Chanel nella pice Bel Ami.
Estate 1913: le sorelle Chanel aprono una boutique a Deauville, in rue Gontaut-Biron.
28 giugno 1914: l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria d avvio alla Prima guerra mondiale.
Settembre 1914: durante la guerra, i cardigan e le gonne diritte di Coco rispondono all'esigenza di un abbigliamento pratico.
15 luglio 1915: le sorelle Chanel aprono una casa di mode a Biarritz. Non avevano mai guadagnato cos tanto.
Inizio 1916: Chanel ha uno staff di trecento dipendenti nei tre negozi.
1916: Coco restituisce a Boy Chapel il denaro ricevuto da lui in prestito.
Marzo 1917: Les lgances pubblica un'illustrazione che ritrae un gruppo di completi in jersey firmati Chanel.
1917 ca.: Coco si taglia i capelli.
1918: Chanel riceve la qualifica di couturier e e le sorelle aprono una Maison de couture al 31 di rue Cambon, Parigi.
Agosto 1918: Boy Capel sposa Lady Diana Windham, ma continua a frequentare Coco.
11 novembre 1918: la Prima guerra mondiale termina con un armistizio.
Novembre 1919: Antoinette sposa l'aviatore canadese Oscar Fleming e a dicembre si trasferiscono a Windsor, in Canada.
21 dicembre 1919: Boy Capel resta ucciso in un incidente d'auto, lasciando Coco devastata.
2 maggio 1921: Antoinette Chanel muore a Buenos Aires all'ex Majestic Hotel. La causa della morte  intoxicacin, cio avvelenamento.
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NOTA Finale: alcune date sono approssimative o ignote e sono state stimate per il romanzo. Ad esempio, poich Coco mentiva sul suo passato, gli storici non conoscono con certezza molte delle date anteriori al 1910. I registri dell'orfanotrofio al convento di Aubazine sono andati distrutti o smarriti (forse per intervento della stessa Coco) e, a quanto  dato sapere all'autrice, non esistono registri del Pensionnat di Moulins.
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FINE.